EMMA ORCZY.
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La Lega della Primula Rossa.
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Titolo originale: The league of the Scarlet Pimpernel. 1919
Traduzione di: Sara Linda Benatti.
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1949. Salani stampa, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Figli rapiti, audaci inganni, locandieri a processo, lettere compromettenti, travestimenti magistrali, bambini ammalati, evasioni dal carcere, partite di gioco delle tre carte portate avanti smistando esseri umani sotto il naso degli astanti, innamorati nei guai, ricatti e controricatti, diamanti da recuperare; fra il settembre 1792 e la fine del novembre 1793, tra una bufera di neve e una calda pioggia estiva, la Lega della Primula Rossa mette a segno unimpresa dopo laltra alla faccia di guardie e soldati e di un certo Cittadino Chauvelin, che forse avrete gi sentito nominare. Il primo eroe con identit segreta nella storia della narrativa, per la prima volta in una pubblicazione italiana.
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L'autrice.  
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La Baronessa Emma Magdolna Rozalia Maria Jozefa Borbla Orczy de Orci, comunemente nota come Emma Orczy o Emmuska Orczy,  stata una traduttrice, pittrice (alcune sue opere sono esposte presso la Royal Academy a Londra), commediografa e scrittrice britannica di origine ungherese. Nata a Tarnars il 23 settembre 1865, fu costretta a fuggire in Francia nel 1868 in seguito a una rivolta, per poi stabilirsi a Londra, dove Emma lavorer come traduttrice e illustratrice. Visse per qualche tempo a Monaco, con un intervallo tra il 1927 e il 1933 in cui trascorse autunni e primavere a Lerici, prima di rassegnarsi ad abbandonare l'Italia a causa del fascismo. Mor a Henley-on-Thames il 12 novembre 1947.
Pi che per i suoi lavori teatrali  nota per i romanzi e i racconti, in particolare quelli del ciclo della Primula Rossa, personaggio che ottenne fin da subito un enorme successo, divenendo popolare in Europa e nel resto del mondo e introducendo nella cultura popolare la figura delleroe dallidentit segreta.
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La Lega della Primula Rossa.
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Dalle fauci della morte.
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Frammento del diario di Valentine Lemercier, in possesso della bisnipote. 
Eravamo una famiglia talmente felice prima che scoppiasse quella terribile rivoluzione; vivevamo in maniera semplice, ma con molte comodit, nella nostra cara vecchia casa proprio sul margine della foresta di Compiegne. Jean e Andr, i gemelli, avevano soltanto quindici anni quando re Luigi venne deposto dal trono di Francia che Dio gli aveva dato e mandato in prigione come un comune criminale, assieme alla nostra bellissima regina Maria Antonietta e ai bambini reali, e a Madame lisabeth, che era tanto amata dai poveri! 
Ah, ora mi pare che sia accaduto tanto, tanto tempo fa. Senza alcun dubbio voi sapete meglio di me tutto quel che avvenne a quei tempi nella nostra bellissima terra di Francia e nella nostra splendida Parigi: beni e propriet confiscati, uomini, donne e bambini innocenti condannati a morte per atti di tradimento che non avevano mai commesso. 
Fu nell'agosto dello scorso anno che vennero al "Mon Repos" e arrestarono pap e maman e noi quattro figlioli, e ci trascinarono a Parigi, dove fummo imprigionati in una cella stretta e orribilmente umida nell'Abbazia, nella quale giorno e notte, attraverso le mura di pietra, udivamo pianti, singhiozzi e gemiti della povera gente che senza alcun dubbio pativa le nostre stesse sofferenze e indegnit. 
Io avevo appena visto passare il mio diciannovesimo compleanno, e Marguerite di anni ne aveva solamente tredici. In quel periodo terribile maman fu un perfetto angelo; riusc a preservare il nostro coraggio e la nostra fede in Dio come nessun altro avrebbe potuto fare. Ogni sera e ogni mattina ci inginocchiavano attorno a lei, e pap le si sedeva accanto, e pregavamo Dio perch ci liberasse dalle nostre sofferenze, e per la povera gente che udivamo piangere e gemere tutto il giorno. 
Ma di quel che accadeva al di fuori delle mura della nostra prigione non avevamo idea, anche se a volte il povero pap affrontava la brutalit del nostro guardiano e gli faceva domande su cosa stesse avvenendo a Parigi. 
"Stanno impiccando tutti gli aristos ai lampioni delle strade," replicava l'altro con una crudele risata, "e presto sar il vostro turno." 
Eravamo in prigione da quasi due settimane quando un giorno - oh! potr mai dimenticarlo? - sentimmo in lontananza un rumore che pareva il rombo di un tuono; si faceva sempre pi vicino, e ben presto divenne meno confuso, e al di sopra di quel rombo si udirono grida e urla; ma erano talmente strane e minacciose, quelle strida, che istintivamente - anche se nessuno di noi sapeva cosa significassero - avvertimmo un terrore senza nome stringerci il cuore. 
Oh! Non tenter nemmeno la spaventosa impresa di descrivere tutti gli orrori di quella giornata che nessuno potr mai dimenticare. Vi sono persone che ancora oggi non riescono a parlare dei massacri di settembre senza rabbrividire, eppure non hanno la minima idea di ci che avvenne realmente in quello spaventoso giorno, il secondo del mese. 
Ora noi siamo tutti felici e in pace, ma ogniqualvolta i miei pensieri volano a quella mattina, ogniqualvolta la memoria mi riporta all'udito quelle mostruose grida di furia e odio, assieme alle grida ugualmente orribili che chiedevano piet, e che perforavano le pareti dietro le quali noi sei eravamo rannicchiati in preghiera, tremanti, ogniqualvolta penso a tutto ci il mio cuore ancora batte con violenza per quello stesso terrore senza nome che a quei tempi lo stringeva nella sua morsa. 
Quel giorno centinaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle prigioni... come nella notte di San Bartolomeo, ma in maniera ancora pi terribile. 
Maman stava tentando invano di mantenere i nostri pensieri fissi su Dio... pap sedeva sulla panca di pietra, i gomiti sulle ginocchia, la testa tra le mani; maman invece era inginocchiata sul pavimento, le care braccia a stringerci tutti, le labbra che mormoravano tremando continue preghiere. 
Sentivamo di stare affrontando la morte... e quale morte, mio Dio! 
D'improvviso la piccola finestra inferriata, lass in alto nell'umida parete, venne oscurata. Io fui la prima a sollevare lo sguardo, ma il grido di terrore che mi saliva dal cuore si strozz senza uscirmi di gola. 
Anche Jean e Andr alzarono lo sguardo, e strillarono, e cos fece Marguerite, e pap balz in piedi, correndo e mettendosi d'improvviso fra noi e la finestra, come una tigre che difendesse i suoi cuccioli. 
Ma ora eravamo tutti in silenzio. I bambini non piangevano nemmeno, paralizzati dal terrore, lo sguardo fisso, a occhi sgranati. 
Soltanto maman continuava a pregare, e udimmo il respiro rapido e affannoso di pap mentre guardava ci che stava accadendo fuori da quella finestra. 
Pesanti colpi piovevano sulla muratura attorno all'inferriata, e sentivamo il rumore snervante di una lima che lavorava sulle sbarre di ferro; e pi lontano, al di sotto della finestra, quelle spaventose grida di creature umane trasformate da odio e furia in bestie selvagge. 
Quanto a lungo fosse durata quella terribile suspense non lo saprei dire; la prima cosa che ricordo chiaramente  un gran numero di uomini in abiti orrendamente stracciati che si riversavano nella nostra prigione, tanto simile a una cripta, dalla finestra lass in alto; un attimo dopo si scagliarono tutti simultaneamente verso di noi... o cos mi parve, e difatti proprio in quel momento stavo raccomandando la mia anima a Dio, tanto ero certa che in quello stesso istante avrei cessato di vivere. 
Fu tutto simile a un sogno, perch invece delle orribili strida di odio soddisfatto che tutti noi ci aspettavamo di udire, una voce che bisbigliava, bassa ma in tono di comando, ci arriv all'orecchio e ci trascin dall'abisso della disperazione all'improvvisa luce della speranza. 
"Se vi fiderete di noi," sussurr la voce, "e non avrete paura, sarete al sicuro fuori da Parigi nel giro di un'ora." 
Pap fu il primo a rendersi conto di quel che stava accadendo; non aveva mai perso la presenza di spirito nemmeno nei momenti pi bui di quel terribile periodo, e rispose calmo: "Che dobbiamo fare?" 
"Persuadere i piccoli a non aver paura, non far rumore, rimanere fermi e silenziosi quanto possono," continu la voce, che, lo sentivo, doveva appartenere a uno degli angeli di Dio, tanto suonava straordinariamente gentile alle mie orecchie. 
"Staranno tranquilli e fermi senza persuasione," disse pap; "vero, bambini?" 
E Jean, Andr e Marguerite mormorarono "S!" mentre io e maman li tiravamo ancor pi vicini a noi, dicendo loro tutto quel che riuscivamo a pensare per farli essere ancora pi coraggiosi. 
E dopo un poco quella bassa voce piena autorit prosegu: "Ora vi lascerete tutti legare e coprire il viso; e siete pronti a giurarmi che in seguito, qualunque cosa succeda, qualunque cosa possiate vedere o sentire, non vi muoverete, non parlerete? Non soltanto le vostre vite, ma quelle di molti uomini coraggiosi dipenderanno dal fatto che voi manteniate questo giuramento." 
Pap non diede alcuna risposta, salvo levare le mani e gli occhi al cielo da cui di certo Dio stava vegliando su tutti noi. Maman disse con la sua voce gentile, pacata: "Per me stessa e i miei figli, io giuro che faremo tutto quel che ci direte di fare." 
Il suo cuore si era colmato di un'assoluta fiducia, proprio come il mio. Ci guardammo l'un l'altra, e sapevano che stavamo entrambe pensando la stessa cosa: stavamo pensando al coraggioso inglese e alla sua valente piccola banda di eroi, sui quali avevamo udito tante meravigliose storie... storie su come avevano salvato un gran numero di persone innocenti ingiustamente minacciate di ghigliottina; e tutti noi sapevamo che quell'alta figura travestita con orribili stracci, e che ci parlava con una voce tanto gentile e tanto autorevole, era l'uomo a cui le voci attribuivano poteri soprannaturali, e che era noto con il misterioso nome di Primula Rossa. 
Quasi non avevamo terminato di giurare che avremmo fatto ci che ci ordinava, e gi i suoi amici ci gettavano senza cerimonie dei grandi sacchi sulla testa; poi procedettero a legarci con delle corde. O almeno so che questo  ci che fece uno di loro a me, e da una o due parole bisbigliate in tono di comando che raggiunsero le mie orecchie arrivai alla conclusione che anche pap, maman e i bambini venivano trattati con gli stessi modi sommari. 
Sotto quella tela da sacco l'aria era calda e soffocante, ma neppure in cambio del mondo intero mi sarei mossa, o avrei anche soltanto sospirato. Stranamente, non appena occhi e orecchie mi vennero chiusi ai suoni e alla vista di ci che avevo immediatamente attorno, divenni ancora una volta consapevole dell'orribile, spaventoso frastuono che ancora proseguiva, non soltanto sull'altro lato delle mura della prigione, ma all'interno dell'edificio stesso dell'Abbazia e nella strada al di l. 
Ancora una volta udii quei terribili ululati di rabbia e odio soddisfatto, emessi dagli assassini che venivano pagati dal governo della nostra bellissima patria per massacrare prigionieri inermi a centinaia. 
D'improvviso mi sentii sollevare e poi sorreggere da un paio di spalle che dovevano essere davvero possenti, perch non sono un peso leggero, e ancora una volta udii quella voce, il cui suono stesso era una delizia, e vicinissima al mio orecchio questa volta, che dava un breve ordine collettivo: "Pronti! Ricordatevi la parte... en avant!" 
Poi aggiunse in inglese: "Forza, Tony, mettiti a prendere a calci quella porta mentre noi iniziamo a gridare!" 
Adorai quelle poche parole in inglese, e sperai che le avesse udite anche maman, poich le avrebbero confermato - come avevano confermato a me - la felice certezza che Dio e un uomo coraggioso avevano messo mano al nostro salvataggio. 
Ma da quel momento in poi, avremmo anche potuto essere nell'anticamera stessa nell'inferno. Potevo sentire calci violenti sferrati contro la porta della nostra prigione, e i nostri coraggiosi salvatori parevano essersi trasformati d'improvviso in bestie selvagge uscite dalla gabbia. Le loro grida, le loro urla erano orribili quanto quelle che arrivavano dall'esterno, e devo dire che quella voce tanto gentile e ferma che avevo imparato ad amare era esecrabile quanto le altre. 
Apparentemente la porta non voleva cedere, dato che i colpi si facevano sempre pi violenti, e poco dopo da un qualche punto al di sopra della mia testa - la finestrella, presumo - arrivarono una rozza voce e una rauca risata: "Emb? Per l'inferno, che sta succedendo qui?" 
E la voce pi vicina a me rispose, in tono altrettanto rozzo: "Un bel mucchietto di sei, ma siamo bloccati in quest'accidente di trappola... apri la porta, cittadino, vogliamo sbarazzarci di questo bottino e andarne a cercare nell'altro." 
La risposta dall'alto fu un'orribile risata, e un istante dopo si ud uno schianto tremendo: la porta era stata sfondata, alla fine, da dentro o da fuori non lo saprei dire, e d'improvviso tutto il frastuono, le grida, i gemiti, quelle mostruose risate e canzoni da avvinazzati che prima erano state attutite ci esplosero attorno, agghiaccianti. 
Quello fu, ritengo, il momento pi spaventoso di tutte quelle ore terribili. Non sarei stata in grado di muovermi nemmeno se avessi desiderato farlo, o se avessi avuto la libert di farlo; sapevo che tra noi e quell'orribile, urlante folla omicida non v'era nulla, tranne la mano di Dio e l'eroismo di una banda di gentiluomini inglesi. 
Tutti insieme diedero in un grido, forte, terrificante quanto quelli della torma di macellai che affollava l'edificio, e con una corsa selvaggia parve che si gettassero assieme a noi proprio nel mezzo di quel caos. 
O almeno cos parve a me, e in seguito uno dei nostri valorosi salvatori mi raccont che questo era esattamente quel che lui e i suoi amici avevano fatto. Erano in otto, e noi quattro figlioli eravamo stati sollevati ognuno su un paio di spalle, mentre maman e pap erano trasportati da due uomini ciascuno. 
Io giacevo sul pi bel paio di spalle del mondo, e vicinissimo a me batteva il cuore pi coraggioso che esistesse sulla terra del buon Dio. 
Cos affardellati quegli otto nobili gentiluomini inglesi caricarono dritti attraverso un'armata di macellai, di bruti urlanti, loro stessi urlando quanto i pi feroci degli altri. 
Tutt'attorno a me udivo strida terrorizzanti: "Ehil! Cittadini, che cosa avete l?" 
"Sei aristos!" grid a sua volta il mio eroe mentre avanzava, aprendosi a forza la strada attraverso la folla. 
"E che ci volete fare con loro?" strill una voce rauca. 
"Cibo per i pesci che muoiono di fame nel fiume," fu la pronta risposta. "Fatti da parte, cittadino," aggiunse poi con un'imprecazione; "per questi sei aristos ho i miei ordini, da parte del cittadino Danton in persona. Mi intralci a tuo rischio e pericolo." 
Venne sfidato pi e pi volte nello stesso modo, e lo stesso accadde ai suoi amici che trasportavano pap e maman e i bambini; ma loro erano sempre pronti con una replica, un'invettiva o un'imprecazione. Con occhi incapaci di vedere, li si poteva soltanto immaginare mostruosi, vendicativi e crudeli come il resto della torma. 
Credo di essere svenuta ben presto per l'agitazione e il terrore, perch non ricordo pi nulla, fino a che non mi sentii deporre sul pavimento e puntellare contro il muro; poi quella soffocante tela da sacco mi venne tolta dalla testa e dal viso. 
Mi guardai attorno, stordita e confusa; gradualmente gli orrori dell'ora appena trascorsa mi tornarono alla mente e dovetti chiudere di nuovo gli occhi, perch mi sentivo male, con le vertigini, anche soltanto per il ricordo. 
Ma poco dopo mi sentii gi pi forte, e mi guardai ancora attorno. Jean e Andr erano accovacciati in un angolo vicino, e guardavano ad occhi sgranati il gruppo di uomini in abiti luridi e laceri seduti attorno a un tavolo di brutto legno nel centro della stanza, piccola e poco ammobiliata. 
Maman giaceva su un divanetto di crine all'altro capo della stanza, con Marguerite accanto, e pap sedeva al suo fianco su una bassa poltrona e le teneva la mano. 
La voce che amavo tanto disse, con quella sua cadenza bizzarra, strascicata: "Siete del tutto al sicuro ora, mio caro Monsieur Lemercier; dopo che Madame e i fanciulli avranno riposato, alcuni miei amici vi troveranno dei travestimenti adeguati e vi scorteranno fuori da Parigi, dal momento che hanno in loro possesso dei passaporti assolutamente genuini che di tanto in tanto otteniamo grazie all'attivit di un personaggio di alto livello in questo governo assassino... e con l'aiuto di banconote inglesi. Questi passaporti non vengono sempre considerati ineccepibili, devo confessarlo," aggiunse, con una lieve risata; "ma questa notte tutti quanti sono occupati a commettere omicidi in una sola zona di Parigi, quindi le altre parti sono relativamente sicure." 
Poi si volt verso uno dei suoi amici e aggiunse alcune parole in inglese. "Meglio che ci pensi tu, Tony," disse, "assieme ad Hastings e Mackenzie. Voi tre basterete; degli altri avr bisogno io." 
Nessuno parve mettere in discussione i suoi ordini. Aveva parlato, e gli altri erano pronti ad obbedire. Giusto allora intervenne pap: "Come possiamo andare a ringraziarvi, signore?" chiese, parlando in un inglese frammentario ma con le sue abituali maniere dignitose. 
"Lasciando il vostro benessere nelle nostre mani, Monsieur," rispose a bassa voce il nostro valoroso salvatore. 
Pap tent nuovamente di parlare, ma l'inglese sollev una mano per impedire ulteriori discorsi. 
"Ora non v' tempo, Monsieur," disse con gentile cortesia. "Devo lasciarvi, poich ho ancora molto lavoro da fare." 
"Dove stai andando, Blakeney?" chiese uno degli altri. 
"Torno alla prigione dell'Abbazia," rispose lui. "Ci sono altre donne e bambini da salvare." 
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Una questione di passaporti.
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Bibot era molto sicuro di s stesso. Non esisteva, non era mai esistito, e non sarebbe esistito mai pi, un altro cittadino della Repubblica patriottico quanto il cittadino Bibot della Guardia Cittadina. 
E dal momento che il suo patriottismo era cos ben noto ai membri del Comitato di Salute Pubblica, e il suo odio indefettibile nei confronti degli aristocratici cos apprezzato, al cittadino Bibot era stata affidata la pi importante postazione militare all'interno della citt di Parigi. 
Era al comando della Porta di Montmartre, il che dimostra in quale alta stima fosse tenuto perch, credetemi, dalla Porta di Montmartre erano passati, facendo dentro e fuori, pi traditori che in qualsiasi altro quartiere di Parigi. L'ultimo comandante, il cittadino Ferney, era stato ghigliottinato per aver permesso a un intero gruppo di aristocratici - traditori della Repubblica, tutti quanti - di sgattaiolare via e trovare la salvezza al di fuori delle mura di Parigi. Ferney aveva sostenuto in propria difesa che quei traditori erano spariti da sotto il suo naso per opera del diavolo, perch di certo quell'inglese impiccione che impiegava il suo tempo a strappare gli aristocratici - traditori, tutti quanti - dalle grinfie di Madame la Guillotine doveva essere o il diavolo in persona, o perlomeno uno dei suoi agenti con pi poteri. 
"Nom de Dieu! Ma pensate soltanto al suo nome! La Primula Rossa, lo chiamano! Nessuno lo conosce con un altro nome! Ed  alto e forte in maniera soprannaturale, e ha un'astuzia sovrumana! E quel potere che ha di trasformarsi in varie altre persone... di rendersi irriconoscibile agli occhi dei patrioti di Francia dalla vista pi acuta, quello dev'essere di sicuro un dono di Satana!" 
Ma il Comitato di Salute Pubblica aveva rifiutato di ascoltare le spiegazioni di Ferney. La Primula Rossa era solamente un comune mortale... di straordinaria astuzia e mestatore, questo era vero, e fornito di una strabocchevole ricchezza che gli permetteva di infrangere la sottile crosta di patriottismo che rivestiva la naturale cupidigia di molti capitani della Guardia Cittadina... ma comunque, nonostante ci, un uomo come tutti gli altri! E nessuno che amasse davvero la Repubblica doveva permettere n al terrore superstizioso n all'avidit di interferire con l'adempimento dei propri doveri, che alla Porta di Montmartre consistevano nel trattenere ogni singola persona - aristocratico, straniero, o comunque traditore della Repubblica - che non potesse fornire una ragione soddisfacente per il suo desiderio di lasciare Parigi. Dopodich, avendo trattenuto tali persone, il successivo dovere del patriota era di consegnarle al Comitato di Salute Pubblica, a cui toccava decidere se Madama Ghigliottina avrebbe avuto l'ultima parola al riguardo oppure no. 
E la ghigliottina aveva quasi sempre l'ultima parola, a meno che la Primula Rossa non interferisse. 
Il problema era che quello stesso maledetto inglese a volte interferiva in maniera decisamente terrificante. La sua impudenza, ve lo assicuro, era da non credersi; su di essa e sulla sua audacia circolavano storie che letteralmente facevano arricciare dalla meraviglia gli unticci capelli di ogni patriota, per quanto lisci in origine. Si bisbigliava persino - non troppo forte, naturalmente - che certi membri del Comitato di Salute Pubblica avessero misurato la propria abilit e il proprio valore contro l'inglese, e che fossero emersi dal confronto sconfitti e umiliati, giurando una vendetta che, a dir la verit, era ancora lenta a compiersi. 
Era ben noto che il cittadino Chauvelin, uno dei pi implacabili e inflessibili membri del Comitato, aveva subito un'insostenibile umiliazione per mano dei membri di quella banda di audaci, dei quali la cosiddetta Primula Rossa era il capo accreditato. Alcuni dicevano addirittura che il cittadino Chauvelin si era giocato per sempre il suo prestigio, e aveva persino messo a rischio la propria testa, misurando la sua ben nota astuzia contro quella misteriosa Lega di spie. 
Bibot era differente, per! 
Lui non temeva n il diavolo, n inglese alcuno. E se anche l'inglese avesse avuto la forza dei giganti e la protezione di tutti i poteri del demonio, Bibot era pronto per lui. Nay! Non vedeva l'ora di una bella zuffa, e infestava i dintorni del Comitato per ottenere una qualche postazione che gli permettesse di trovarsi alle prese con la Primula Rossa e la sua Lega. 
Zelo e perseveranza erano stati debitamente ricompensati, e ben presto si era visto assegnare al comando delle guardie della Porta di Montmartre. 
Una postazione di grande importanza, come si  gi detto; al punto che, difatti, nientemeno che il cittadino Jean Paul Marat in persona si era recato a parlare con Bibot nel terzo giorno di Nevoso nell'anno I della Repubblica, allo scopo di imprimergli bene in mente la necessit di tenere gli occhi aperti e sospettare indiscriminatamente di ogni uomo, donna e bambino, fino a quando non si fossero dimostrati dei veri patrioti. 
"Fate che nessuno vi sgusci tra le dita, cittadino Bibot," lo ammon torvo, con enfasi. "Quel maledetto inglese  astuto e pieno di risorse, e la sua impudenza supera quella del diavolo in persona." 
"Che provi pure a usarla con me la sua impudenza!" comment Bibot con piglio sarcastico, "e scoprir che non ha pi a che fare con un Ferney. Vi garantisco io, cittadino Marat, che se un gruppo di inglesi fuggir da Parigi nel corso dei prossimi giorni, sotto la guida del dia... dell'inglese, dovranno trovare un'altra via d'uscita che non sia la Porta di Montmartre." 
"Ben detto, cittadino!" comment Marat. "Ma state in guardia questa notte... specialmente questa notte. La Primula Rossa  di sicuro a far danni a Parigi, al momento." 
"E come mai?" 
"I ci-devant duca e duchessa de Montreux e la loro intera schiatta - sorelle, fratelli, due o tre figli, un prete e parecchi servitori, una dozzina tonda fra tutti quanti - sono stati condannati a morte. Per loro c' la ghigliottina, domani all'alba! Si sarebbe potuto fare questa notte," aggiunse Marat, con un ghigno demoniaco a distorcere il viso che gi trasudava sete di sangue da ogni poro. "Si sarebbe potuto fare questa notte. Ma la ghigliottina  stata molto impegnata; pi di quattrocento esecuzioni, oggi... i carretti sono pieni - i posti a sedere prenotati in anticipo - e ancora ne arrivano... per domani mattina, all'alba, Madame la Guillotine avr una parolina da dire all'intero gruppo dei Montreux!" 
"Ma di certo loro saranno alla Conciergerie, cittadino! Fuori dalla portata di quel maledetto inglese, no?" 
"Sono sulla via della prigione in questo momento, se non vado errato. Io sono venuto qui direttamente dopo la condanna, che ho ascoltato con autentica gioia. Ah, cittadino Bibot! Il sangue di quei detestabili aristocratici  bello da guardare quando gocciola gi dalla lama della ghigliottina. Bada bene, cittadino Bibot, non lasciare che i Montreux fuggano!" 
"Non temete, cittadino Marat! Ma di certo non c' alcun pericolo! Sono stati giudicati e condannati! In questo momento, lo avete detto voi stesso, se ne stanno andando - ben sorvegliati, presumo - alla Conciergerie... e domani all'alba, alla ghigliottina! Che cosa c' da temere?" 
"Ebbene! Ebbene," disse Marat, con tono un po' esitante, "di questi tempi  meglio essere pi che prudenti, cittadino Bibot." 
E mentre lo diceva il suo viso, d'abitudine tanto astuto e vendicativo, aveva d'un tratto perso ogni traccia di quella diabolica crudelt che era quasi sovrumana negli eccessi della propria infamia; e una sfumatura grigiastra, che suggeriva il terrore, si era diffusa sulle guance infossate. Afferr Bibot per un braccio e, allungandosi sopra il tavolo, gli bisbigli all'orecchio: "Il Pubblico Ministero aveva a malapena terminato il suo discorso di oggi, il giudizio si stava ancora pronunciando, gli spettatori ancora attendevano silenziosi, soltanto le Montreux e alcune delle altre donne e i bambini stavano blaterando e piangendo... quando all'improvviso, dal nulla, cos  parso, un piccolo pezzo di carta  uscito fluttuando dall'assemblea ed  atterrato sulla scrivania di fronte al Pubblico Ministero. Lui l'ha preso e ha lanciato un'occhiata al contenuto. E io ho visto che le sue guance impallidivano, che le sue mani tremavano, mentre me lo porgeva." 
"E cosa conteneva quel foglietto, cittadino Marat?" chiese Bibot, anche lui in un bisbiglio, perch un accesso di terrore superstizioso lo aveva afferrato alla gola. 
"Soltanto quel ben noto, maledetto sigillo, cittadino, quel fiorellino tracciato in inchiostro rosso, e poche parole: "Questa notte gli uomini e le donne innocenti ora condannati da questo infame tribunale saranno al di l della vostra portata!"" 
"E nessun segno di un messaggero?" 
"Nessuno." 
"E quando..." 
"Silenzio!" intim perentorio Marat. "Basta parlarne, per ora. Al vostro posto, cittadino, e ricordate: tutti sono sospetti! Non lasciate sfuggire nessuno!" 
Fino a quel momento i due uomini erano stati seduti all'esterno della piccola taverna di fronte alla Porta di Montmartre, con una bottiglia di vino tra di loro, i gomiti poggiati sulla superficie lurida di un tavolo, parlando a sussurri, perch persino le mura di quel cabaret malmesso potevano avere orecchie. 
Davanti a loro le mura cittadine, con il varco della grande porta di Montmartre, incombevano minacciose nel crepuscolo di quel pomeriggio d'inverno che si andava rapidamente abbuiando. Uomini in camicie rosse strappate, le teste scarmigliate coronate dal berretto frigio adorno di coccarda tricolore, ciondolavano appoggiati al muro, oppure sedevano a gruppi sui mucchi di rifiuti che punteggiavano la strada, con tra di loro un ripiano di rozze assi e un mazzo di carte unticce fra le dita sporche. Contro le mura erano appoggiati, pronti, fucili e baionette. La porta in s aveva tre vie d'ingresso, e ciascuna di esse era sorvegliata da due uomini con la baionetta pronta, alla spalla, ma per il resto vestiti come gli altri di stracci, con gambe nude, bluastre e intorpidite dal freddo: i sanculotti della Parigi rivoluzionaria. 
Bibot si alz dalla sedia, fece un cenno del capo a Marat e raggiunse i propri uomini. 
Da lontano, ma facendosi man mano pi vicino, giunse il suono di una canzone ribalda, con un coro di accompagnamento che usciva da gole con tutta evidenza rivestite di liquore. 
Per un attimo, mentre quel suono si avvicinava, Bibot si gir ancora una volta verso l'Amico del Popolo. 
"Devo quindi capire, cittadino," disse, "che i miei ordini sono di non lasciar passare nessuno attraverso i cancelli questa notte?" 
"No, no, cittadino," replic Marat, "questo non osiamo farlo. In citt v' ancora un certo numero di buoni patrioti. Non possiamo interferire con la loro libert, o..." 
E la paura si insinu in quegli occhi crudeli, penetranti; il demagogo stesso aveva paura del maelstrom umano che aveva scatenato. 
"No, no," ripet con pi enfasi, "non possiamo ignorare i passaporti rilasciati dal Comitato di Salute Pubblica. Ma esaminateli tutti con attenzione, cittadino Bibot! Se avrete un qualsiasi ragionevole motivo di sospettare, trattenete chi li ha presentati, e se non l'avrete..." 
Il canto era ben vicino, ora. Con una strizzata d'occhio e una smorfia Marat si ritir nelle ombre del cabaret, e Bibot si avvi ondeggiando verso l'ingresso principale della porta. 
"Qui va l?" tuon stentoreo, mentre un gruppo, pi o meno una mezza dozzina, usciva barcollando dall'oscurit, ancora cantando con voci rauche quella loro canzone ribalda da ubriachi. 
Il caporione si ferm di fronte al cittadino Bibot e, con le mani sui fianchi e le gambe piantate ben larghe, tent di assumere un atteggiamento rigido che a giudicare dalle apparenze in quel momento gli era in certo qual modo estraneo. 
"Buoni patrioti, cittadino," disse con voce pesante che tentava invano di rendere stabile. 
"Che cosa volete?" lo interrog Bibot. 
"Che ci venga permesso di andare per la nostra strada senza venir infastiditi." 
"E qual  la vostra strada?" 
"Attraverso la Porta di Montmartre fino al villaggio di Barency." 
"Quali sono i vostri affari l?" 
Questa domanda, che aveva pronunciato con i suoi modi pi pomposi, sembr divertire moltissimo il rozzo gruppetto. Quello che fungeva da portavoce si volt verso i suoi amici gridando ilare: "Ma sentitelo un po', cittadini! Mi ha chiesto quali sono i nostri affari. Oh, cittadino Bibot, da quand' che sei diventato cieco? Un cretino lo sei sempre stato, altrimenti non avresti fatto questa domanda." 
Ma Bibot, impassibile di fronte a quell'ebbra insolenza, ribad burbero: "I vostri affari. Li voglio conoscere." 
"Bibot! Mio piccolo Bibot!" tub l'avvinazzato oratore in tono sdolcinato, "ma proprio non ci conosci, mio buon Bibot? Eppure noi ti conosciamo tutti, cittadino... il Capitano Bibot della Guardia Cittadina, eh, cittadini! Tre urr per il cittadino capitano!" 
Quando le grida e le acclamazioni che uscivano da quella mezza dozzina di gole rauche si furono spente, Bibot, senza altri indugi, si volt verso i suoi uomini al cancello. 
"Mandate via questi fracassoni ubriachi!" ordin. "A nessuno  permesso ciondolare qui." 
Seguirono rumorose proteste da parte dell'ilare gruppetto, poi una breve zuffa con le baionette della Guardia Cittadina. Alla fine il portavoce, un poco pi sobrio, si rivolse ancora una volta a Bibot. 
"Cittadino Bibot! Devi essere cieco per non riconoscere me e i miei compagni! E lasciati dire che ti stai facendo dei danni da solo interferendo con dei cittadini della Repubblica intenti al corretto svolgimento delle loro funzioni, e ignorando il loro diritto di uscire attraverso questa porta, un diritto confermato dai passaporti firmati da due membri del Comitato di Salute Pubblica." 
Ora aveva parlato in maniera ben chiara e molto pomposa. Bibot, abbastanza colpito, e memore delle ammonizioni di Marat, replic in tono civilissimo: "Allora ditemi i vostri affari, cittadini, e mostratemi i vostri passaporti. Se tutto quanto  in ordine potrete andare per la vostra strada." 
"Ma mi conosci, cittadino Bibot?" indag l'altro. 
"S, vi conosco... ufficiosamente, cittadino Durand." 
"E lo sai che io e i cittadini qui siamo i facchini del cittadino Legrand, l'ortolano del mercato di Barency?" 
"S, questo lo so," rispose guardingo, "ufficiosamente." 
"Allora, ufficiosamente, lascia che ti dica, cittadino, che se non arriviamo a Barency questa sera, domattina Parigi dovr cavarsela senza cavoli e patate. Quindi adesso sai che trattenendoci stai agendo a tuo rischio e pericolo, cittadino." 
"I vostri passaporti, tutti quanti," ordin Bibot. 
Aveva giusto allora intravisto Marat ancora seduto al di fuori della taverna l di fronte, ed era ben lieto, in tali circostanze, di poter passare il peso della responsabilit sulle spalle dell'Amico del Popolo. Vi fu un generale cercare in tasche stracciate per estrarne documenti luridi che recavano i sigilli ufficiali, e dopo aver ordinato a uno dei suoi uomini di portare i sei passaporti al di l della strada perch il cittadino Marat li ispezionasse, lui di persona, sfruttando gli ultimi raggi del sole invernale che stava tramontando, esamin attentamente i sei uomini che desideravano oltrepassare la Porta di Montmartre. 
Proprio come aveva affermato il portavoce, li conosceva tutti. Erano i facchini del cittadino Legrand, l'ortolano del mercato di Barency, e Bibot riconosceva ogni singola faccia; facevano dentro e fuori da Parigi tutti i giorni con un carico di frutta e verdura. In realt non v'era assolutamente alcun motivo di sospetto, e quando il cittadino Marat restitu i sei passaporti, dichiarandoli autentici e riconoscendo in fondo a ciascuno di essi la propria firma, Bibot si ritenne soddisfatto, e ai sei facchini beoni venne permesso di oltrepassare il cancello, cosa che fecero, tenendosi a braccetto e cantando una selvaggia carmagnola, ed esultando vocianti mentre emergevano all'aperto. 
Tuttavia Bibot si pass sulla fronte una mano tutt'altro che salda. Era freddo, ma lui stava comunque sudando. Cose del genere lasciano coi nervi tesi. Raggiunse di nuovo Marat a quel tavolo fuori dalla mescita, e ordin una nuova bottiglia di vino. 
Oramai il sole era tramontato, e con l'imbrunire su Montmartre discese un'umida foschia. Dalle mura, dove gli uomini sedevano giocando a carte, ogni tanto giungeva loro un'imprecazione blasfema. Bibot si sentiva di nuovo se stesso. Aveva quasi dimenticato l'incidente dei sei facchini, che a quel punto risaliva a pi o meno mezz'ora prima. 
Nel frattempo altre due o tre persone avevano tentato di oltrepassare i cancelli, ma lui aveva avuto dei sospetti, e le aveva trattenute tutte. 
Marat, dopo averlo lodato per il suo zelo, si conged. Proprio mentre la sciatta, sudicia figura del demagogo scompariva trascinandosi in una via laterale, dalla stessa direzione arriv uno sferragliare di zoccoli, e un attimo dopo un distaccamento della Guardia Cittadina a cavallo, capitanato da un ufficiale in uniforme, galoppava sul selciato malmesso. 
Prima ancora che i suoi uomini tirassero le redini, l'ufficiale aveva gi fatto il saluto a Bibot. 
"Cittadino," grid poi senza fiato, poich con tutta evidenza aveva cavalcato duramente e in fretta, "ho un messaggio per voi da parte del Cittadino Commissario Capo della Sezione. Sei uomini sono ricercati dal Comitato di Salute Pubblica. Sono travestiti da facchini al servizio di un ortolano, e hanno i passaporti per Barency! I passaporti sono rubati: gli uomini sono dei traditori... aristocratici fuggitivi... e il loro portavoce  quel dannato inglese, la Primula Rossa." 
Bibot si sforz di parlare; poi stratton il colletto della camicia stracciata, e dalle labbra gli sfugg, ruggente, una tremenda imprecazione. 
"Per diecimila diavoli!" 
"Per nessun motivo dovete permettere a quelle persone di passare," continu l'ufficiale. "Confiscate i loro passaporti. Tratteneteli! Avete capito?" 
Bibot stava ancora boccheggiando per riprendere fiato che gi l'ufficiale, ordinando rapido "Dietrofront!" aveva fatto girare il cavallo, pronto a tornare al galoppo l da dov'era venuto. 
"Io vado alla porta di St. Denis... l c' di guardia Grosjean!" grid. "Gli stessi ordini per tutta la citt. Nessuno deve uscire dalle barriere! Capito?" 
I suoi uomini lo seguirono. Un attimo ancora e se ne sarebbe andato, e quei maledetti aristocratici sarebbero stati al sicuro. 
"Cittadino Capitano!" 
Alla fine, quel rauco grido era riuscito a sfuggire dalla gola riarsa di Bibot. Quasi involontariamente, l'ufficiale tir di nuovo le redini. 
"Che c'? Svelto! Non ho tempo. Quell'accidenti di inglese potrebbe essere alla porta di St. Denis proprio adesso!" 
"Cittadino Capitano," annasp Bibot, il respiro che andava e veniva, come un uomo che lotti per la propria vita. "Qui!... A questo cancello!... Meno di mezz'ora fa... sei uomini... facchini... ortolano... mi pareva di conoscere le loro facce... 
"S! S! Facchini dell'ortolano," esclam l'ufficiale rallegrandosi, "aristocratici, tutti quanti... e quella dannata Primula Rossa. Li avete presi? Li avete trattenuti? Dove sono? Parlate, in nome dell'inferno!" 
"Andati!" ansim Bibot. Le gambe non lo reggevano pi. Ricadde arretrando su un mucchio di detriti della strada e rifiuti, e da quel ben basso pulpito riusc a raccontare l'intera miserevole storia. 
"Andati! Mezz'ora fa. I loro passaporti erano in ordine!... Mi pareva di conoscere le loro facce! C'era anche il cittadino Marat... E anche lui..." 
In un attimo l'ufficiale aveva ancora una volta fatto girare il cavallo, tanto che l'animale si impenn, gli zoccoli che si agitavano selvaggiamente nell'aria, addentando il morso e schizzando schiuma bianca tutt'intorno. 
"Mille milioni di maledizioni!" esclam. "Cittadino Bibot, pagherete con la testa questo tradimento. Da che parte sono andati?" 
Una dozzina di mani erano gi pronte a indicare la direzione in cui l'allegro gruppo era svanito una mezz'ora prima; una dozzina di lingue fornirono rapide, confuse spiegazioni. 
"Forza, miei uomini!" grid l'ufficiale; "erano a piedi! Non possono essere andati lontano. Ricordate che la Repubblica ha offerto diecimila franchi per la cattura della Primula Rossa." 
I pesanti portoni erano gi stati aperti, e la voce dell'ufficiale ancora una volta risuon netta in mezzo al tuonare degli zoccoli al galoppo: "Ventre  terre! Ricordate! Diecimila franchi al primo che avvista la Primula Rossa!" 
Il tuonare svan in lontananza, la polvere sollevata da quattro ventine di zoccoli si mescol alla nebbia e alle tenebre; la voce del capitano si lev ancora una volta nell'aria piena di foschia. Un grido... un grido di trionfo... e poi, ancora una volta, il silenzio. 
Bibot era svenuto sul suo mucchio di detriti. 
I camerati gli portarono del vino, e gradualmente si riprese. Gli torn in cuore la speranza; i suoi nervi ben presto si fecero pi saldi man mano che la forte bevanda filtrava nel suo sangue. 
"Bah!" esclam, riprendendosi, "i soldati avevano delle buone cavalcature... l'ufficiale era ben deciso... quegli uomini non possono essere andati molto lontano. E in ogni caso, io sono libero dal biasimo. Il cittadino Marat in persona era qui e li ha lasciati passare!" 
Poi fu scosso da un brivido di terrore superstizioso nel ricordare l'intera scena; perch s, lui era ben sicuro di conoscere tutte le facce dei sei uomini che avevano oltrepassato i cancelli. Doveva proprio essere stato il diavolo a dare a quel misterioso inglese il potere di trasmutare se stesso e la sua banda nei corpi di altre persone. 
Trascorse pi di un'ora. Bibot era di nuovo se stesso, prepotente, imperioso; e adesso tratteneva tutti. 
A quel punto parve vi fosse un leggero alterco all'estremit pi lontana della porta. Bibot ritenne suo dovere andare a controllare cosa fosse tutto quel fracasso; qualcuno che a quell'ora voleva entrare a Parigi invece di uscirne era uno strano avvenimento. 
Ud il proprio nome, pronunciato da una voce rauca. Accompagnato da due dei suoi uomini, attravers l'ampio portone per vedere cosa stesse accadendo; uno dei due reggeva, ben alta sopra la testa, una lanterna oscillante. Davanti a s, occupato a discutere con la guardia al cancello, vide l'avvinazzato portavoce della squadra di facchini. 
L'uomo stava spiegando alla sentinella di avere un messaggio da consegnare al cittadino al comando alla Porta di Montmartre. 
" un biglietto," disse, "che mi ha dato un ufficiale della guardia a cavallo. Lui e venti soldati stavano galoppando lungo la strada per il nord, non lontano da Barency. Quando ci hanno raggiunti ha tirato le redini, e l'ufficiale mi ha dato questo biglietto per il cittadino Bibot, e cinquanta franchi se l'avessi consegnato stanotte." 
"Datemi quel biglietto!" disse Bibot, con voce calma. 
Ma quando prese il foglio la sua mano tremava; il suo volto era livido di paura e rabbia. 
Sul foglio non v'era alcuna scritta, soltanto la sagoma di un fiorellino tracciato con inchiostro scarlatto... il simbolo di quel maledetto inglese, la Primula Rossa. 
"Da che parte sono andati quell'ufficiale e i suoi venti uomini," balbett, "dopo avervi dato questo biglietto?" 
"Sulla via per Calais," rispose l'altro, "per avevano dei magnifici cavalli, e non li stavano neanche risparmiando. Oramai avranno fatto una lega e anche di pi!" 
A Bibot parve che tutto il sangue gli corresse alla testa, sent ronzare le orecchie... 
E fu cos che il Duca e la Duchessa de Montreux, con servitori e famiglia, fuggirono da Parigi nel terzo giorno di Nevoso nell'anno primo della Repubblica. 
...
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Due buoni patrioti.
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Ci che segue  la deposizione della cittadina Fanny Roussell, portata insieme con suo marito di fronte al Tribunale della Rivoluzione sotto l'accusa di tradimento; in seguito, entrambi vengono assolti. 
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Mi chiamo Fanny Roussell, e sono una rispettabile donna sposata, una buona patriota quanto voi che ve ne state seduti l. 
Aye, e lo dir anche con il mio ultimo respiro, doveste mandarmi alla ghigliottina... e probabilmente lo farete, perch siete tutti quanti ladri e assassini, ciascuno di voi, e avete gi deciso che io e il mio uomo siamo colpevoli di aver dato riparo a quel maledetto inglese che chiamano la Primula Rossa... e di averlo aiutato a scappare. 
Per io vi racconter com' andata, perch, anche se voi mi chiamate traditrice del popolo di Francia, io sono una vera patriota e ve lo dimostrer dicendovi esattamente com' successo tutto quanto, cos potrete stare in guardia contro l'astuzia di quell'uomo che secondo me  un amico e un socio del diavolo... altrimenti come avrebbe fatto a scappare, questa volta? 
Bene! Si era a tre giorni fa, e il freddo mordeva pi di quanto io e il mio uomo riusciamo a ricordare. Non avevamo viaggiatori in casa, perch stiamo tre leghe buone fuori da Calais, troppo lontano per la gente che ha degli affari nel porto o nei dintorni. Solo a mezzogiorno certe volte la sala da caff si riempie di gente che va e viene dal porto. 
Ma la sera il posto era sempre deserto, e tanto solitario che certe volte ci pareva di sentire i lupi ululare nella foresta di St. Pierre. 
Erano quasi le otto, e il mio uomo stava chiudendo le persiane, quando all'improvviso abbiamo sentito un pestare di piedi sulla strada, fuori. E poi qualcuno che diceva "Fermi!". 
Un attimo dopo c' stato un bussare perentorio alla porta. Il mio uomo l'ha aperta, e l fuori c'erano quattro uomini con l'uniforme del nono reggimento... quello che sta acquartierato a Calais. L'uniforme ovviamente la conoscevo bene, anche se non conoscevo gli uomini di vista. 
"In nome del Popolo e per ordine del Comitato di Salute Pubblica!" ha detto uno degli uomini, che stava davanti agli altri e che, ho notato, aveva la striscia da caporale sulla manica sinistra. 
Teneva in mano un foglio coperto di sigilli e di scritte, ma n io n il mio uomo sappiamo leggere, quindi guardarlo non ci serviva a niente. 
Hercule -  cos che si chiama mio marito, cittadini - ha chiesto al caporale che cosa volesse il Comitato di Salute Pubblica da due poveri albergatori di una locanda lungo la strada. 
"Soltanto cibo e riparo per questa notte, per me e i miei uomini," ha replicato il caporale, civilissimo. 
"Potete riposare qui," ha detto Hercule, e ha indicato le panche nella sala da caff, "e se c' rimasta della zuppa nella pentola, siete i benvenuti." 
Hercule, vedete,  un buon patriota, ed  stato un soldato ai suoi tempi.... No! no... Non interrompetemi, nessuno di voi... mi direste soltanto che avrei dovuto saperlo... ascoltatemi fino alla fine. 
"La zuppa la mangeremo ben volentieri," ha detto il caporale, cordialmente. "Ma per il riparo... Ebbene, temo che questa bella e calda sala da caff non servirebbe esattamente al nostro scopo. Vogliamo un posto dove poter rimanere nascosti, e allo stesso tempo tenere d'occhio la strada. Ho notato una rimessa quando siamo arrivati. Dopo avervi lasciati dormiremo l." 
"Come preferite," ha risposto il mio uomo, asciutto. 
Lo ha detto accigliandosi, e sembrava che all'improvviso gli fosse venuto in mente un vago sospetto. 
Il caporale comunque pareva che non se ne fosse reso conto, perch ha continuato tutto allegro: "Ah! Eccellente! Entre nous, cittadino, io e i miei uomini abbiamo un disperato da gestire. Non far il suo nome, perch vedo che avete gi indovinato. Un piccolo fiorellino rosso, vero? Ebbene, sappiamo che deve stare puntando direttamente al porto di Calais, perch sono state trovate le sue tracce a St. Omer e Ardres. Ma non riuscir ad entrare nella citt di Calais questa notte, perch noi siamo di guardia. Dovr cercare riparo da qualche parte per s e gli aristocratici che potrebbe avere con s e, a parte questa casa, non c' nessun posto tra Ardres e Calais dove possiamo prenderlo. La notte  tremendamente fredda, con una tormenta di neve in corso. Io e i miei uomini siamo stati distaccati a sorvegliare questa strada, e altre pattuglie stanno controllando quelle che portano verso Boulogne e Gravelines; ma io sono dell'idea, cittadino, che la nostra volpe stia venendo a Calais, e che ricadr su di me l'onore di consegnare quell'esasperante fiorellino rosso al pubblico ministero e da l a Madame la Guillotine." 
Adesso non vi potrei proprio dire, cittadini, quali dubbi si fossero infilati nella testa di Hercule o nella mia; ma di sicuro tutti i sospetti che avevamo erano ancora molto vaghi. 
Ho preparato la zuppa per gli uomini, e loro l'hanno mangiata di gusto; dopodich mio marito ha fatto strada verso il fienile dove a volte mettiamo a stalla il cavallo di un viaggiatore quando si presenta la necessit. 
 bello asciutto, e sempre pieno di paglia nuova e calda. L'ingresso d immediatamente sulla strada; il caporale ha dichiarato che niente sarebbe potuto andar meglio per lui e i suoi uomini. 
Si sono ritirati, in apparenza per riposare, ma noi abbiamo notato che due degli uomini rimanevano di guardia subito dopo l'ingresso, mentre gli altri due andavano a sdraiarsi sulla paglia. 
Hercule ha spento le luci nella sala da caff, e poi lui e io siamo andati di sopra, non a letto, badate, ma a parlare in tranquillit degli avvenimenti di quell'ultima mezz'ora. 
E il risultato dei nostri discorsi  stato che dieci minuti dopo il mio uomo ha sceso le scale in silenzio ed  uscito dalla casa. Per non  uscito dalla porta sul davanti, ma da quella sul retro, che d su un orto di cavoli e poi da l a un campo, e taglia sulla via principale pi o meno duecento metri pi avanti. 
Hercule e io avevamo deciso che si sarebbe fatto a piedi le tre leghe fino a Calais, a dispetto del freddo che era intenso e della tempesta di neve che quasi accecava, e che sarebbe andato alla postazione della gendarmerie alle porte alla citt, per vedere l'ufficiale in comando e raccontargli lo stato delle cose. Poi stava all'ufficiale decidere cosa bisognasse fare; la nostra responsabilit come leali cittadini sarebbe stata completamente coperta. 
Hercule, dovete sapere, era appena uscito dall'orto dei cavoli e arrivato sul campo quando all'improvviso qualcuno gli ha intimato il chival. 
Lui ha dato il suo nome. Il certificato di cittadinanza lo teneva in tasca; non aveva niente da temere. Attraverso il buio e il velo della neve aveva riconosciuto un piccolo gruppo di uomini che indossavano l'uniforme del nono reggimento. 
"Quattro individui," ha detto quello pareva il pi importante, parlando in fretta e con tono di autorit, "che indossavano la stessa uniforme che portiamo io e i miei uomini... li avete veduti?" 
"S," si  affrettato a rispondere Hercule. 
"Dove sono?" 
"Nel fienile qui vicino." 
L'altro ha trattenuto un grido di trionfo. 
"Diamogli addosso, uomini!" ha detto in un sussurro, "e voi, cittadino, ringraziate la vostra buona stella che non siamo arrivati troppo tardi." 
"Quegli uomini..." ha bisbigliato Hercule. "Avevo i miei sospetti." 
"Aristocratici, cittadino," ha ribattuto l'uomo che comandava quel gruppetto, "e uno di loro  quel maledetto inglese, la Primula Rossa." 
A quel punto i soldati, seguiti da Hercule, avevano gi attraversato l'orto dei cavoli, fino alla casa. 
Un attimo dopo correvano gi verso il fienile. C' stata una gran quantit di grida, una gran quantit di imprecazioni e alcuni spari, e intanto Hercule e io, che eravamo parecchio spaventati, siamo rimasti nella sala da caff aspettando ansiosamente gli eventi. 
Poco dopo sono tornati i soldati, non quelli del primo gruppo, ma quelli del secondo, e io ho notato il loro capo, che mi  sembrato straordinariamente alto. 
Era molto allegro, e quando  entrato nella sala da caff ha riso forte. Fin dal momento che l'ho guardato in faccia in qualche modo ho saputo che Hercule e io eravamo stati ingannati, e che in quel momento ce ne stavamo l proprio con quel misterioso personaggio che chiamano la Primula Rossa, 
Ho urlato, ed Hercule si  precipitato verso la porta, ma cosa potevano fare due umili e pacifici cittadini contro quella banda di disperati che tenevano in pugno le loro vite? Loro erano quattro e noi eravamo due, e io credo che il loro capo avesse una forza e dei poteri soprannaturali. 
Ci ha trattati molto gentilmente, anche se ha ordinato ai suoi seguaci di legarci nel nostro letto al piano di sopra, e di legarci anche degli stracci davanti alla bocca in modo che le nostre grida non si potessero sentire. 
Io e il mio uomo non abbiamo chiuso occhio tutta la notte, ovviamente, e quindi abbiamo sentito quei mascalzoni aggirarsi nella sala da caff. Per non hanno fatto nessun danno, e non hanno rubato niente, n cibo n vino. 
All'alba li abbiamo sentiti uscire dalla porta sul davanti, e poi i loro passi che svanivano verso Calais. Abbiamo trovato le loro uniformi scartate nella sala da caff. Devono essere entrati a Calais con la luce del giorno, quando le porte sono aperte, proprio come gli altri pacifici cittadini. E senza dubbio avevano dei passaporti contraffatti, proprio come avevano delle uniformi rubate. 
La nostra tuttofare ci ha liberati da quella terribile situazione nel corso della mattinata, e noi abbiamo liberato i soldati del nono reggimento che avevamo trovato nel fienile, legati e imbavagliati, e alcuni anche feriti. 
Quello stesso pomeriggio ci hanno arrestati, ed eccoci qui, pronti a morire se dobbiamo, ma io giuro che vi ho detto la verit, e vi chiedo, in nome della giustizia, quando mai abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, e non ci siamo forse comportati come leali e sinceri cittadini, anche se eravamo alle prese con un emissario del diavolo? 
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Il vecchio spaventapasseri.
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Paragrafo 1.
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Nessuno nel quartiere riusciva a ricordare quando fosse stato che lo scrivano pubblico aveva avviato i propri affari all'angolo formato dal Quai des Augustins e Rue Dauphine, immediatamente di fronte al Pont Neuf; ma di certo era l il ventotto febbraio 1793, quando Agnes, gli occhi gonfi di lacrime, una cesta del mercato appesa al braccio e un'espressione di tetra disperazione sul giovane viso, svolt quello stesso angolo diretta verso il Pont Neuf e quasi inciamp nella struttura traballante che dava riparo a lui e ai suoi affari. 
"Oh, mon Dieu! Cittadino Lepine, non avevo idea che foste qui," esclam non appena ebbe recuperato l'equilibrio. 
"E io, cittadina, non avevo idea che questa mattina avrei avuto il piacere di vedervi." 
"Ma siete sempre stato all'altro angolo del Pont Neuf," protest lei. 
"Verissimo," replic lui, "verissimo. Ma ho pensato che avrei gradito un cambiamento. Il Faubourg St. Michel mi attirava; la maggior parte dei miei clienti mi arrivano da questo lato del fiume... tutti quelli dall'altra parte sembrano aver imparato a leggere e scrivere." 
"Io stavo giusto andando l per vedervi." 
"Voi, cittadina!" esclam lui con una sorpresa che non aveva nulla di finto. "Cosa potrebbe procurare a un povero pubblico scrivano l'onore di..." 
"Silenzio, in nome di Dio!" lo interruppe svelta la giovane, gettando rapide occhiate furtive su e gi lungo il quai e le strette strade che convergevano in quell'angolo. 
Indossava i pi poveri e umili tra gli abiti; lo scialle striminzito attorno alle spalle la proteggeva a malapena dal freddo di quella cruda mattina d'inverno, i capelli erano completamente nascosti sotto una cuffietta increspata e inamidata, e i piedi rivestiti di grossolane calze di lana pettinata e zoccoli. Ma le mani erano fini e delicate, e il viso mostrava una nobilt di lineamenti e una tale paziente rassegnazione nel bel mezzo di una sofferenza sopraffacente, che dimostravano una straordinaria raffinatezza sia dell'anima che della mente. 
Lo scrivano stava osservando attraverso gli enormi occhiali cerchiati di corno quella patetica figuretta, che gli sorrise nonostante le lacrime agli occhi. Era abitudine per lui mettersi all'angolo del Pont Neuf, e ogni qualvolta gli passava accanto, Agnes gli rivolgeva un cenno del capo augurandogli buona giornata. A volte aveva sbrigato piccole commissioni per lei, e si era prestato quando le serviva un messaggero; quel giorno, nella propria disperazione, aveva d'improvviso pensato a lui, e a quelle voci che gli attribuivano determinate conoscenze che lei avrebbe dato tutto per possedere. 
Quella mattina era uscita al preciso scopo di parlare con lui. Ma ora tutt'a un tratto si sentiva impaurita, e rimase l a guardarlo per un momento o due, esitante, chiedendosi se davvero avrebbe osato dirgli... in quei giorni non si sapeva mai in quale terribile trappola potesse trascinarti una parola incauta. 
Era proprio uno spaventapasseri, quel vecchio scrivano, e somigliava pi a un grande uccello scarno che a un essere umano, con quei suoi occhiali, e la barba lunghissima, rada e frastagliata che dalle guance e dal mento gli ricadeva sul torace come una stropicciata pettorina grigia. Era avvolto dalla testa ai piedi in un pastrano con la mantella che un tempo era stato verde, ma che ora mostrava una quantit di sfumature che usualmente non si vedono negli arcobaleni. Lo portava tutto abbottonato sul davanti, come una vestaglia, e da sotto l'orlo sbucavano due grossi piedi infilati in stivali che non erano mai stati un paio. Sedeva su una vacillante seggiola impagliata al di sotto di una tettoia improvvisata fatta di quattro pali e un po' di tela da sacco. Davanti a s aveva un tavolo - un tavolo sostenuto parzialmente, e in maniera molto insicura, da un fascio di vecchi fogli e libri, dal momento che delle quattro gambe non ce n'erano due sane - e su quel tavolo stavano una bottiglia senza pi il collo piena per met d'inchiostro, alcuni fogli di carta e un paio di penne d'oca. 
L'esitazione della fanciulla non era durata che pochi secondi. 
Furtivamente, come una giovane creatura terrorizzata dai nemici in agguato, ancora una volta lanci sguardi a destra e a sinistra, alle due strade e alla sponda del fiume, poich Parigi era ricolma di spie in quei giorni; segugi in forma umana, pronti a vendere le vite dei loro simili per pochi soldi. Si era a met mattina, e i pochi passanti andavano di fretta, avvolti fino al naso nelle sciarpe, dal momento che faceva terribilmente freddo. 
Agnes attese fino a che non ci fu pi nessuno in vista, poi si chin sul tavolo e bisbigli sottovoce: "Dicono, cittadino, che soltanto voi a Parigi conosciate l'ubicazione di quel milor' inglese, quello che chiamano la Primula Rossa..." 
"Shhhh-sh-sh!" le intim l'altro, perch giusto in quel momento erano passati due uomini, con soprabiti malconci e calzoni laceri, che avevano guardato maligni Agnes, e la sua cuffietta e la sottana, tanto pulite. Ora avevano girato l'angolo della strada, e anche il vecchio abbass la voce a un bisbiglio, mormorando: "Non so nulla di nessun inglese." 
"S, invece," ribatt lei insistente. "Quando il povero Antoine Carr era nascosto da qualche parte e minacciato di arresto, e sua madre non osava scrivergli per timore che la lettera venisse intercettata, lei parl con voi del milor' inglese, e il milor' trov Antoine Carr e port lui e sua madre al sicuro fuori della Francia. Madame Carr  la mia madrina... Io la vidi quella stessa sera in cui stava andando a incontrare il milor' inglese per ordine di lui. Io so tutto quel che  successo allora... Io lo so che voi eravate l'intermediario." 
"E se lo fossi stato," borbott cupo lui, giocherellando con carta e penna, "forse avrei avuto ragione di pentirmene. Per una settimana dopo quell'episodio dei Carr non ho osato mostrare la mia faccia per le strade di Parigi; per quasi due settimane non ho osato dedicarmi al mio mestiere... soltanto ora mi sono avventurato di nuovo a occuparmi degli affari. Non intendo mettere di nuovo frettolosamente a rischio il mio vecchio collo..." 
" una questione di vita o di morte," lo esort Agnes, gli occhi imploranti ancora una volta colmi di lacrime, e ancora una volta con quell'espressione di infelicit. 
"La vostra vita, cittadina?" indag il vecchio. "Oppure quella del cittadino deputato Fabrice?" 
"Shhh!" Fu lei a dirlo ora, e stavolta sul suo viso v'era davvero il terrore. Poi aggiunse, sottovoce: "Voi sapete?" 
"So che Mademoiselle Agnes de Lucines  fidanzata con il cittadino deputato Arnould Fabrice," rispose il vecchio a bassa voce, "e che quella che sta parlando con me ora  Mademoiselle Agnes de Lucines." 
"L'avete sempre saputo?" 
"Sin dalla prima volta che mademoiselle mi  passata davanti sull'angolo del Pont Neuf in una gonna di lanetta e con gli zoccoli ai piedi..." 
"Ma come?" mormor lei, perplessa e non poco spaventata, perch quelle informazioni potevano essere un pericolo. Era di nascita elevata, e quello era motivo di sospetto per il Governo della Repubblica e per il Terrore. Sua madre era un'inferma senza speranza, incapace di muoversi; questo, assieme al suo amore per Arnould Fabrice, l'aveva trattenuta in Francia, anche se dati i tempi ad ogni istante rischiava l'arresto. 
"Raccontatemi che cos' successo," disse il vecchio, senza dare ascolto a quella domanda ansiosa. "Forse posso aiutare..." 
"Oh! No, non potete... Il milor' potrebbe, e lo far... se soltanto potessi sapere dove trovarlo. Ho pensato a lui nel momento in cui ho ricevuto la lettera di quell'uomo orribile... e poi ho pensato a voi..." 
"Ditemi della lettera, in fretta," la interruppe lui con una certa impazienza. "Io mi metter a scrivere qualcosa, ma voi parlate, sentir ogni parola. Ma per l'amor di Dio, siate il pi breve possibile." 
Si avvicin un foglio e intinse la penna nell'inchiostro: a guardarlo pareva che stesse scrivendo sotto dettatura. Lievi fiocchi di neve avevano iniziato a cadere e si stavano fermando a terra in un liscio tappeto bianco sul suolo gelato, e il rumore dei passanti frettolosi ne risultava attutito. A infrangere l'assoluto silenzio restava soltanto il lento sciaguattare dell'acqua contro la sponda del fiume. 
Il pallido volto di Agnes de Lucines aveva un aspetto etereo nella cornice di quel biancore che le ricopriva le spalle e lo scialle incrociato sul seno; soltanto gli occhi, scuri, imploranti, colmi del bagliore di un'incommensurabile disperazione, apparivano intensamente umani e vivi. 
"Ho ricevuto una lettera questa mattina," bisbigli, parlando molto in fretta, "da parte del cittadino Heriot... quell'uomo spaventoso, lo conoscete?" 
"S, s!" 
"Un tempo era valletto al servizio del deputato Fabrice. Ora anche lui  membro dell'Assemblea Nazionale...  arrogante, crudele e maligno. Detesta Arnould Fabrice, e sostiene di essere appassionatamente innamorato di me." 
"S, s!" mormor il vecchio. "Ma la lettera?" 
" arrivata questa mattina. In essa dice di avere in suo possesso un certo numero di vecchie missive, documenti e manoscritti che sono pi che sufficienti per mandare alla ghigliottina il deputato Fabrice. Minaccia di portare il tutto davanti al Comitato di Salute Pubblica a meno che... a meno che io..." 
S'interruppe, le guance pallide soffuse di un profondo rossore che era in parte di vergogna e in parte di rabbia. 
"A meno che voi non accettiate la sua sporca mano in matrimonio," concluse asciutto l'altro. 
Furono gli occhi di lei a dargli la risposta. Con commovente insistenza tent di strappare un raggio di speranza al volto imperscrutabile del vecchio spaventapasseri; ma lui era chino sul proprio scritto, le dita blu per il freddo, le ampie spalle curve. 
"Cittadino," lo implor ancora. 
"Shhh!" intim lui. "Nient'altro, ora. I fiocchi di neve stessi sono fatti di bisbigli che potrebbero raggiungere quei segugi sanguinari. Il milor' inglese verr a sapere di questo. Vi mander lui un messaggio, se penser che sia il caso." 
"Cittadino..." 
"Non una parola, in nome di Dio! Pagatemi cinque soldi per questa lettera e pregate il cielo di non essere stata sorvegliata." 
Lei rabbrivid e si tir meglio lo scialle attorno alle spalle, poi cont cinque soldi con estrema attenzione e li pos sul tavolo. Il vecchio prese le monete soffiandosi sulle dita, che sembravano quasi paralizzate dal freddo. La neve ricopriva tutto; quel rozzo riparo non aveva protetto n lui n i suoi beni. 
Agnes si volt per andar via. L'ultima cosa che vide di lui, mentre svoltava su Rue Dauphine, fu un'ampia spalla ancora china sul tavolo, e il pastrano malconcio tutto ricoperto di neve, come quello di un vecchio Babbo Natale. 
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Paragrafo 2.
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Mancava mezz'ora a mezzogiorno, e il cittadino deputato Heriot si stava preparando per recarsi alla piccola taverna subito dietro l'angolo dove abitualmente consumava il pranzo. Il cittadino Rondeau, che per la ricompensa di dieci soldi al giorno s'incaricava delle poche comodit di Heriot, era occupato a riordinare lo squallido appartamento all'ultimo piano di una casa d'affitto su Rue Cocatrice. L'appartamento consisteva di tre stanze che davano l'una sull'altra: la prima era una buia, stretta anticamera in cui dormiva il sunnominato cittadino servitore; poi veniva un soggiorno scarsamente ammobiliato da poche sedie, un tavolo centrale e una stufa in ferro, e infine la camera da letto, nella quale gli oggetti che spiccavano di pi erano un imponente baule di quercia dai grandi cardini di ferro, e una massiccia scrivania; il letto e un lavatoio molto primitivo stavano nell'alcova all'estremit pi lontana della stanza, parzialmente nascosti da una tenda che imitava un arazzo. 
Vi fu un perentorio bussare alla porta dell'anticamera, e dal momento che Rondeau era occupato in camera da letto, Heriot and di persona a vedere chi fosse il visitatore inaspettato. Sul pianerottolo stava un individuo dall'aspetto strabiliante, pi simile a un altissimo spaventapasseri animato che a un uomo, che con voce tremula chiese se poteva parlare con il cittadino Heriot. 
"Sono io," replic burbero il deputato. "Cosa volete?" 
Gli sarebbe piaciuto sbattere la porta in faccia al vecchio spaventapasseri, ma quest'ultimo, con l'audacia che a volte assale i timidi, era gi entrato nell'anticamera e stava tranquillamente avanzando verso la stanza successiva. Heriot, essendo un rappresentante del popolo e un socialdemocratico dei pi progressisti, in teoria doveva essere accessibile a chiunque desiderasse parlare con lui. Pur borbottando irate imprecazioni, pens fosse meglio non contravvenire al proprio abituale comportamento, e dopo un attimo di esitazione segu lo sgradito visitatore. 
Quest'ultimo era gi in soggiorno; aveva tirato una sedia pi vicina al tavolo e vi si era accomodato con l'aria di avere tutti i diritti di stare dove stava. Non appena anche Heriot fu entrato nella stanza gli disse placido: "Desidererei parlare da solo con il cittadino deputato." 
Ed Heriot, con un'altra leggera esitazione, ordin a Rondeau di chiudere la porta della camera da letto. 
"Tenete le orecchie aperte nel caso chiamassi," aggiunse in tono pieno di significato. 
"Siete prudente, cittadino," si limit a rimarcare il visitatore con un sorriso. 
A questo commento Heriot non diede alcuna risposta. Tir anche lui una sedia vicina pi vicina al tavolo e si sedette di fronte al suo visitatore, poi chiese bruscamente: "Nome e attivit?" 
"Il mio nome  Lepine, al vostro servizio," disse il vecchio, "e come professione scrivo lettere per la somma di pi o meno cinque soldi, a seconda della lunghezza, per coloro che non sono in grado di farlo da s." 
"E che affari avete con me?" lo interrog secco Heriot. 
"Offrirvi duemila franchi per le lettere che avete rubato al deputato Fabrice quando eravate il suo valletto," replic Lepine con perfetta calma. 
In un attimo Heriot fu in piedi, sobbalzando come se fosse stato punto; i pallidi occhi miopi stretti fino a ridursi a fessure, lanci una rapida occhiata sospettosa a quella straordinaria figura di straccione che aveva davanti. Dopodich gett la testa all'indietro e rise tanto da ritrovarsi con le lacrime che scorrevano sulle guance, e i fianchi doloranti. 
"Questa  una farsa, presumo, cittadino," disse poi, quando ebbe recuperato un poco della propria compostezza. 
"Nessuna farsa, cittadino," replic tranquillo Lepine. "Il denaro  a vostra disposizione in qualsiasi momento vogliate portare le lettere al mio banchetto, all'angolo tra Rue Dauphine e il Quai des Augustins, dove porto avanti i miei affari." 
"Di chi  il denaro? Di Agnes de Lucines? Oppure vi ha mandato quello sciocco di Fabrice?" 
"Nessuno mi ha mandato, cittadino. Il denaro  mio, alcuni risparmi che possiedo. Stimo il cittadino Fabrice, e desidero rendergli un servizio acquistando da voi certe lettere." 
Dopodich, mentre Heriot iniziava a camminare su e gi sul nudo pavimento di quella lunga stanza, in silenzio, preso da un cupo malumore, Lepine aggiunse in tono persuasivo: "Ebbene! Che mi dite? Duemila franchi per un pacchetto di lettere... non  un brutto scambio, di questi tempi." 
"Uscite da questa stanza," fu l'improvvisa, feroce risposta. 
"Rifiutate?" 
"Fuori da questa stanza!" 
"Come preferite," disse Lepine alzandosi anche lui dalla sua sedia. "Ma prima che io vada, cittadino Heriot," aggiunse parlando a voce molto bassa, "lasciate che vi dica una cosa. Mademoiselle Agnes de Lucines preferirebbe tagliarsi la mano destra piuttosto che lasciarvela sfiorare anche solo per un istante. N lei n il deputato Fabrice acquisterebbero mai le loro vite a tale prezzo." 
"E chi siete voi - vecchio spaventapasseri rognoso," ribatt Heriot, quasi fuori di s dalla rabbia, "per poter affermare cose simili? Chi sono quelle persone per voi, o voi per loro, da dover interferire nei loro affari?" 
"La vostra domanda va al di l del punto, cittadino," rispose mite Lepine. "Io sono qui per proporvi uno scambio. Non fareste meglio ad accettarlo?" 
"Mai!" ribad enfatico Heriot. 
"Duemila franchi," ripet imperturbabile il vecchio. 
"Nemmeno se me ne offriste duecentomila," ribatt l'altro, ferocemente. "Andate pure a dirlo a quelli che vi hanno mandato. Dite loro che io, Heriot, butterei via una fortuna come fossero rifiuti in confronto alla delizia di vedere quel Fabrice, che odio pi di chiunque altro vi sia sulla terra o all'inferno, salire i gradini della ghigliottina. Dite loro che io so che Agnes de Lucines mi detesta, che so che ama lui. So di non poterla conquistare se non minacciando lui. Ma voi avete torto, cittadino Lepine," continu, parlando in apparenza con sempre maggior calma man mano che le sue passioni, odio e amore, lo stringevano sempre di pi nella loro presa; "avete torto se pensate che non accetter uno scambio con me per salvare la vita di Fabrice, che lei ama. Agnes de Lucines sar mia moglie entro la fine di Ventoso, oppure la testa di Arnould Fabrice cadr sotto la ghigliottina, e voi, a cui garba tanto interferire, ve ne potete andare al diavolo, se cos vi piace." 
"Quella sarebbe una cosa da nulla, cittadino, dopo la mia visita a voi," disse il vecchio con imperturbabile sangue freddo. "Ma lasciate che io in cambio vi assicuri, cittadino Heriot," aggiunse, "che Mademoiselle de Lucines non sar mai vostra moglie, che Arnould Fabrice non concluder la sua rimarchevole vita sotto la ghigliottina, e che a voi non verr mai concesso di usare contro di lui le armi codarde e rubate che avete in vostro possesso." 
Heriot rise, una risata bassa e cinica, e si strinse nelle spalle scarne. "E chi me lo impedir, vi chiedo?" domand poi sarcastico. 
Il vecchio non rispose immediatamente, ma si avvicin di un passo o due al cittadino deputato e, raddrizzandosi d'improvviso tutta la propria altezza, guard per un breve momento dall'alto in basso la maligna, sordida figura dell'ex valletto. A Heriot parve che quell'uomo si fosse trasfigurato. Il vecchio spaventapasseri malmesso sembrava d'improvviso una persona brillante, potente; lo fulminava con uno sguardo di supremo disprezzo e supremo orgoglio, ed Heriot, incapace di comprendere quella metamorfosi, pi evidente alla coscienza interiore piuttosto che alla vista materiale, sent le ginocchia tremargli e tutto il sangue precipitarsi al cuore in un'agonia di terrore superstizioso. 
Da qualche parte, in risposta alla sua domanda e alla sua sfida, gli arriv all'orecchio il suono di poche parole: "Lo far io!" Di certo quelle parole, pronunciate da un uomo conscio del proprio potere e della propria forza, non potevano provenire dal vecchio spaventapasseri in disarmo che si guadagnava precariamente da vivere scrivendo lettere per gli ignoranti. 
Ma prima che lui potesse riguadagnare anche solo una parvenza di autocontrollo il cittadino Lepine se n'era andato, e soltanto una forte, allegra risata pareva riecheggiare nella squallida stanza. 
Heriot si scroll di dosso gli ultimi resti di quel terrore che lo aveva reso incapace di ragionare; spalanc la porta della camera da letto e si mise a gridare contro Rondeau, seriamente convinto che il cittadino deputato fosse impazzito: "Andategli dietro! Andategli dietro! Presto! Accidenti a voi!" 
"Dietro a chi?" sussult l'altro. 
"L'uomo che era qui giusto ora, un aristo." 
"Io non ho visto nessuno a parte lo scrivano pubblico, il vecchio Lepine... lo conosco bene..." 
"Accidenti a voi, sciocco!" grid furioso Heriot, "l'uomo che stava qui era quel dannato inglese, quello che chiamano la Primula Rossa. Corretegli dietro, fermatelo, vi dico!" 
"Troppo tardi, cittadino," replic l'altro, placido; "chiunque fosse, di certo oramai ha gi fatto un bel pezzo di strada." 
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Paragrafo 3.
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"Non  servito a nulla, Ffoulkes," disse Sir Percy Blakeney al suo amico mezz'ora pi tardi. "Le passioni di quell'uomo, odio e desiderio, sono pi forti della sua avidit." 
I due uomini sedevano in uno dei tanti alloggi di Sir Percy Blakeney - quello in Rue des Petits Pres - e Sir Percy aveva appena ragguagliato Sir Andrew Ffoulkes sull'intera triste storia del pericolo in cui versava Arnould Fabrice e della disperazione di Agnes de Lucines. 
"Non sei riuscito a far nulla con quel bruto, allora?" domand Sir Andrew. 
"Nulla," replic Blakeney. "Ha rifiutato ogni corruzione, e la violenza non mi sarebbe servita, perch quel che volevo non era abbatterlo, ma ottenere le lettere." 
"Ebbene, alla fin fine, avrebbe potuto venderti le lettere e poi denunciare comunque Fabrice." 
"No, senza delle vere prove in mano non lo potrebbe fare. Arnould Fabrice non  un uomo contro il quale una mera denuncia sarebbe sufficiente. Ha il riluttante rispetto di tutte le fazioni dell'Assemblea Nazionale. L'unico modo per mandarlo alla ghigliottina sarebbe presentare delle prove irrefutabili." 
"Perch non portare Fabrice e Mademoiselle de Lucines al sicuro in Inghilterra?" 
"Fabrice non verrebbe. Non  della stoffa di cui sono fatti gli espatriati. Non  un aristocratico:  un repubblicano convinto, e di quelli dannatamente sinceri. Disprezzerebbe l'idea di fuggire, e Agnes de Lucines non partirebbe senza di lui." 
"Allora che possiamo fare?" 
"Sottrarre le lettere a quel bruto di Heriot," disse tranquillo Blakeney. 
"Un'irruzione in casa, intendi!" comment asciutto Sir Andrew Ffoulkes. 
"Lo vogliamo chiamare un vile furto?" ribatt Sir Percy. "Posso prezzolare lo zoticone che si occupa delle stanze di Heriot perch ci faccia entrare nel sancta sanctorum del suo padrone questa sera, quando l'Assemblea Nazionale sar in seduta, e il cittadino deputato convenientemente fuori dai piedi." 
E i due uomini - uno dei quali era l'amico pi intimo del principe di Galles, e il noto beniamino della bella societ di Londra - iniziarono a discutere piani per entrare di nascosto nelle stanze di un uomo e commettere un atto di appropriazione indebita, cosa che in tempi normali avrebbe portato, se scoperta, a un lungo imprigionamento, ma che in quei giorni, a Parigi, e perpetrata ai danni di un membro dell'Assemblea Nazionale, sarebbe di certo stata punita con la morte.
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Paragrafo 4.
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Il cittadino Rondeau, la cui occupazione era occuparsi delle comodit materiali del deputato Heriot, era fermo nell'anticamera, di fronte ai visitatori che aveva appena fatto entrare negli appartamenti del suo padrone, e continuava a rigirarsi pigramente fra le dita luride un paio di monete d'oro. 
"E badate, voi non avrete visto n sentito nulla di quel che succeder nella stanza accanto," disse il pi alto dei due; "e quando ce ne andremo ci sar un altro paio di luigi per voi. Capito?" 
"S, s, ho capito," brontol cupo Rondeau; "per sto correndo dei grossi rischi. Il cittadino deputato certe volte ritorna alle dieci, ma altre volte alle nove... non si pu mai sapere." 
"Ora sono le sette," ribatt l'altro; "ce ne saremo andati molto prima delle nove." 
"Bene," disse scontroso Rondeau, "io ora me ne vado a cena. Torno fra mezz'ora, per alle otto e mezza voi ve ne dovete andare." Poi aggiunse con tono sarcastico: "I cittadini Legros e Desgas di solito la sera rientrano con il deputato Heriot, e i cittadini Jeanniot e Bompard vengono dalla porta accanto per una partita a carte. Non avrete molte possibilit, se vi trovano qui." 
"Non con voi a coprire le spalle a un cos formidabile quintetto di forzuti," comment allegro il pi alto dei due. "Ma non preoccupiamocene adesso. Abbiamo un paio d'ore nel corso delle quali potremo fare tutto quel che vogliamo. Quindi au revoir, amico Rondeau... altri due luigi per il vostro disturbo, ricordate, quando avremo raggiunto il nostro scopo." 
Rondeau borbott ancora qualcosa, ma i due non fecero caso a lui; erano gi entrati nella stanza accanto, lasciandolo in anticamera. 
Sir Percy Blakeney non si ferm nel soggiorno, dove una lampada a olio appesa al soffitto gettava un fievole cerchio di luce sul tavolo. And direttamente alla camera da letto. Anche l era accesa una debole lampada, che illuminava soltanto una piccola porzione della stanza - la scrivania e il baule di quercia - lasciando nell'ombra gli angoli e l'alcova, con le sue cortine parzialmente tirate. 
Blakeney indic il baule di quercia e la scrivania. 
"Tu pensa al baule, Ffoulkes, e io mi occuper della scrivania," disse a bassa voce dopo aver dato una rapida occhiata alla stanza. "Hai i tuoi arnesi?" 
Ffoulkes annu, e ben presto in quella squallida stanza, male illuminata, mal areata e a malapena ammobiliata, si present uno dei pi curiosi spettacoli di quei tempi strani e travagliati: due gentiluomini inglesi, due riconosciuti dandy dei salotti di Londra, occupati a scassinare serrature e limare cardini come comuni topi d'appartamento. 
Nessuno dei due parlava, e sulla stanza cadde uno strano silenzio, infranto soltanto dal clicchettio di metallo contro metallo e dal profondo respirare di due uomini intenti al loro compito. Sir Andrew Ffoulkes stava lavorando di lima sul lucchetto del baule di quercia, e Sir Percy Blakeney, con un mazzo di chiavi passe-partout dalle varie forme, ai cassetti della scrivania. Questi, quando finalmente si aprirono, non rivelarono nulla d'importante; ma quando poco dopo fu in grado di sollevare il coperchio del baule, Sir Andrew scopr un'innumerevole quantit di fogli e documenti legati in piccoli fascicoli precisi, ordinati e impilati in file e strati fino alla cima del baule stesso. 
"Presto, al lavoro, Ffoulkes," disse Blakeney quando, in risposta al richiamo dell'amico, trascin in quel punto la sedia e, accomodandosi accanto al baule, inizi l'impresa di esaminare le centinaia di fascicoli che aveva davanti. "Ci vorr tutto il tempo che abbiamo, per esaminare questi." 
E insieme i due uomini si misero al lavoro, metodici e silenziosi, ammucchiando sul pavimento accanto a s i fascicoli che avevano gi esaminato e scavando nel baule per estrarne altri. Non si udiva alcun suono tranne il fruscio della carta rigida, e ogni tanto un'esclamazione, dall'uno o dall'altro, quando si imbattevano nelle prove della propensione di Heriot per il ricatto. 
"Agnes de Lucines non  la sola che questo bruto sta terrorizzando," mormor Blakeney tra i denti a un certo punto; "Mi meraviglio che quell'uomo riesca a sentirsi al sicuro, da solo in questi alloggi senza nessuno tranne quello smidollato di Rondeau a proteggerlo. In questa citt deve avere decine e decine di nemici che sarebbero ben lieti di piantargli una lama nel cuore o un proiettile nella schiena." 
Erano al lavoro da quasi mezz'ora quando a Sir Percy sfugg un'esclamazione di trionfo, subito repressa. 
"Cielo, Ffoulkes!" disse poi. "Credo di aver trovato quel che volevamo!" 
Con rapide, abili mosse si rigir tra le mani un fascicolo che aveva appena estratto dal baule, sfogliandolo velocemente. "Le ho trovate, Ffoulkes," ribad in tono enfatico mentre le infilava in tasca; "Ora di nuovo tutto al suo posto, e poi..." 
D'improvviso s'interruppe, una mano snella sollevata alle labbra, la testa girata verso la porta, un'espressione di tesa aspettativa in tutte le linee del viso. 
"Svelto, Ffoulkes," bisbigli poi, "tutto di nuovo nel baule, e gi il coperchio." 
"Che orecchie che hai," mormor Ffoulkes mentre obbediva, rapido e senza discutere. "Io non ho udito nulla." 
Blakeney and alla porta e inclin il capo per ascoltare. 
"Tre uomini che salgono le scale," disse. "Ora sono sul pianerottolo." 
"Abbiamo tempo per sopravanzarli?" 
"Nessuna possibilit! Sono gi alla porta. Altri due li hanno raggiunti, e riesco a distinguere anche la voce di Rondeau." 
"Il quintetto," mormor Sir Andrew. "Siamo come due topi in trappola." 
Mentre ancora parlava si ud distintamente la porta esterna che si apriva, e il confuso mormorare di molte voci. Nel frattempo loro due, con perfetta presenza di spirito, avevano dato gli ultimi ritocchi al riordino della stanza; risistemato le seggiole, abbassato il coperchio del baule, chiuso tutti i cassetti della scrivania. 
"Ora ci pu salvare unicamente la fortuna," bisbigli Blakeney mentre abbassava il lucignolo della lampada. "Svelto, ora," aggiunse poi, "dietro quella tappezzeria, nell'alcova, e confidiamo nella nostra buona stella." 
Nascosti e al sicuro, per il momento, dietro le cortine negli oscuri recessi dell'alcova, rimasero in attesa. La porta che dava sul soggiorno era socchiusa, e poterono sentire Heriot e i suoi amici fare allegramente irruzione nell'appartamento. Dalla confusa conversazione generale compresero ben presto che i dibattiti alla Camera erano stati a tal punto smorti e privi di interesse che, ad un segnale convenuto, il gruppetto aveva stabilito di aggiornarsi nelle stanze di Heriot per la partita a carte. Udirono anche Heriot che ordinava a Rondeau di portare bottiglie e bicchieri, e si domandarono vagamente in che modo Rondeau stesse reagendo. Affrontava la situazione, oppure era preso dal terrore? 
D'improvviso la voce di Heriot risuon pi distintamente. 
"Fate come se foste a casa vostra, amici," stava dicendo; "ecco le carte, il domino e il vino. Io devo lasciarvi a voi stessi per dieci minuti, ho da scrivere una lettera importante." 
"Va bene, ma non metteteci troppo," fu l'allegra risposta. 
"Non pi del necessario," replic Heriot. "Voglio la rivincita contro Bompard, ricordate. Ieri sera mi ha pelato." 
"Sbrigatevi, allora," disse uno degli altri. "Io giocher la rivincita a domino con Desgas, intanto." 
"Dieci minuti e sar di ritorno," concluse Heriot. 
Spinse la porta della camera da letto. La luce era molto fioca. I due uomini nascosti tra le cortine lo sentirono aggirarsi per la stanza borbottando imprecazioni fra s e s, e poco dopo la lampada venne spostata da un'estremit della stanza all'altra. Attraverso l'apertura fra le tende Blakeney pot vedere soltanto la schiena di Heriot che sistemava la lampada a una conveniente angolazione sulla scrivania, si svestiva di soprabito e sciarpa, e poi sedeva tirandosi accanto carta e penna. Era chino in avanti, i gomiti poggiati sul tavolo, le dita che giocherellavano con i lunghi capelli flosci. Entrando aveva chiuso la porta, e ora le voci dei suoi amici giungevano dall'altra stanza confuse e attutite. Ogni tanto si sentiva un'esclamazione - "Double!", "Je... tiens!", "Cinq-deux!" - un'imprecazione, una risata, il tintinnio di bicchieri e bottiglie. Quelli erano pi chiari; ma per il resto del tempo v'era soltanto una specie di ronzio, che quando finalmente Heriot inizi a scrivere la sua lettera divenne l'accompagnamento allo scricchiolio della penna sul foglio. 
Trascorsero due minuti, poi altri due. Lo scricchiolio della penna si fece pi rapido man mano che Heriot pareva immergersi sempre di pi nel suo compito. Dietro le cortine i due uomini erano ancora in attesa: Blakeney pronto ad agire, Ffoulkes altrettanto pronto ad interpretare anche il pi lieve segnale del suo capo. 
Un attimo dopo Blakeney non era pi nell'alcova, e le sue mani - tanto snelle ed eleganti a guardarle, eppure dalla presa d'acciaio - si erano chiuse sulla bocca di Heriot soffocando nel giro di un secondo un grido emesso soltanto a met. Ffoulkes fu rapido a completare il lavoro, rendendolo inerme: un fazzoletto divenne un efficiente bavaglio, e un altro venne legato attorno alle caviglie per sicurezza. Le maniche della giacca funsero da manette, e le coperte del letto, legate attorno alle gambe, gli resero impossibile muoversi. Poi i due uomini sollevarono quella massa inerte sul letto e Ffoulkes bisbigli ansioso: "E ora?" 
Soprabito, cappotto e sciarpa erano su una seggiola. Sir Percy, poggiando un dito sulle labbra in un gesto ammonitore, si tolse rapido il soprabito, infil quello del prigioniero, avvolse la sciarpa attorno al collo, curv le spalle, e mormorando: "Ora ci serve un po' di fortuna!" abbass ancora una volta la luce della lampada, e poi and alla porta.
"Rondeau!" chiam poi. "Ehi, Rondeau!" E rimase sorpreso lui stesso da quanto meravigliosamente era riuscito a cogliere le inflessioni della voce di Heriot. 
"Ehi, Rondeau!" esclam uno dei giocatori, "il cittadino deputato vi chiama!" 
Erano tutti seduti attorno al tavolo: due uomini intenti a una partita a domino, gli altri due a osservarla, con uguale interesse. Rondeau arriv dall'anticamera strascicando i piedi. Il suo viso, alla luce fioca della lampada a olio, sembrava itterico per la paura. 
"Rondeau, razza di sciocco, dove siete?" chiam ancora una volta Blakeney. 
Un attimo dopo Rondeau era entrato nella stanza. Senza alcun bisogno di un segnale n di un ordine, questa volta Ffoulkes sapeva per istinto cosa richiedesse l'audace piano del suo capo, sempre che avesse successo. Si ritir nell'angolo pi buio della stanza mentre Rondeau andava lento verso la scrivania. In un solo istante tutto era fatto: in meno tempo di quello che era servito loro per catturare, legare e imbavagliare Heriot il suo tirapiedi giaceva sul pavimento, il pastrano gli era stato tolto di dosso, ed era legato in un bozzolo simile a una mummia, con l'elegante soprabito di Sir Andrew Ffoulkes assicurato attorno alle braccia e al petto. Il tutto si era compiuto in silenzio. Gli uomini nella stanza accanto erano rumorosi e intenti alla loro partita; la debole baruffa e le grida rapidamente soffocate erano rimaste inascoltate. 
"E ora?" indag ancora una volta Sir Andrew Ffoulkes. 
"E ora serve l'impudenza del diavolo, mio buon Ffoulkes," replic Blakeney in un bisbiglio, "e che la nostra buona stella non ci tradisca. Ora lascia che ti faccia assomigliare il pi possibile a Rondeau... tieni! Infilati il suo pastrano... ora i capelli sulla fronte... il colletto tirato su... piega le ginocchia... cos va meglio!" comment osservando la trasformazione che pochi abili tocchi avevano creato nell'aspetto di Sir Andrew Ffoulkes. "Adesso tutto quello che devi fare  strascicare i piedi - ecco il fazzoletto del tuo prototipo... di dubbia pulizia, questo  vero, ma sar utile - soffiati il naso mentre attraversi la stanza, ti nasconder il viso. Non faranno caso a te; rimani nell'ombra e che Dio ti protegga. Io ti seguir in un attimo... ma non aspettarmi." 
Apr la porta, e prima che Sir Andrew potesse protestare lo aveva gi spinto nella stanza in cui quattro uomini erano ancora tutti intenti alla loro partita. Attraverso la porta ora aperta Sir Percy rimase ad osservare il suo amico che, tenendosi nell'ombra, attraversava silenzioso la stanza. Un attimo dopo era gi in anticamera, e i sensi acuti di Blakeney avvertirono il rumore della porta esterna che veniva aperta. Attese ancora un poco, poi trasse di tasca il fascio di lettere per le quali aveva rischiato cos tanto. Erano ordinatamente riunite, ed etichettate "gli affari di Arnould Fabrice". 
Ebbene! Se lui fosse riuscito a cavarsela, quella sera, Agnes de Lucines sarebbe stata felice e libera dalle molestie di quel bruto di Heriot; dopodich bisognava comunque che tentasse di persuadere lei e Fabrice a partire verso l'Inghilterra e la libert. 
Per il momento era la sua sicurezza personale ad essere in terribile pericolo; una mossa falsa, un'occhiata da uno dei giocatori attorno al tavolo... Bah! Anche in quel caso...! 
Con una risata interiore apr ancora una volta la porta ed entr in soggiorno. Per un attimo nessuno lo not; la partita era nello stadio pi palpitante, quattro teste scarmigliate si incontravano al di sotto della lampada, quattro paia d'occhi fissavano con attenzione rapita l'intricato labirinto del domino. 
Blakeney aveva attraversato rapido la stanza: era a met strada, all'altezza del tavolo centrale, quando d'improvviso una voce si lev dal gruppo riunito sotto la lampada: "Sei tu, amico Heriot?" 
Poi uno degli uomini si alz in piedi e lo fiss, e un altro fece la stessa cosa, esclamando: "Non  Heriot!" 
In un attimo tutto fu confusione, ma la confusione costituiva in s l'essenza di quelle fughe disperate e per il rotto della cuffia che per la Primula Rossa erano l'aria stessa che respirava. Prima che tutti e quattro gli uomini avessero avuto il tempo di balzare in piedi, o di rendersi conto che qualcosa non andava nel loro amico Heriot, lui aveva gi attraversato la stanza di corsa, e gi teneva la mano sul pomolo della porta... la porta che conduceva all'anticamera, e alla libert. 
Bompard, Desgas, Jeanniot e Legros gli stavano alle calcagna, ma lui spalanc la porta, si lanci attraverso la soglia, e se la chiuse alle spalle con un tonfo tanto vigoroso che quelli sull'altro lato per un istante si bloccarono. Quell'istante significava la vita e la libert per Blakeney; aveva gi attraversato l'anticamera. Freddamente e in tutta tranquillit sfil la chiave che stava sul lato interno della porta d'ingresso e sgattaiol fuori. Un istante dopo, mentre i quattro uomini si precipitavano in anticamera, era gi fuori sul pianerottolo e aveva girato la chiave nella serratura. 
I suoi prigionieri erano saldamente rinchiusi nell'appartamento di Heriot, e Sir Percy Blakeney, calmo e senza fretta, stava scendendo le scale dell'edificio di Rue Cocatrice. 
La mattina dopo Agnes de Lucines ricevette, tramite un anonimo messaggero, il pacchetto di lettere che avrebbero compromesso in maniera tanto grave Arnould Fabrice. Sebbene il tempo fosse pi inclemente che mai lei corse fuori in strada, decisa a cercare il vecchio scrivano pubblico e ringraziarlo per la sua mediazione con il milor' inglese, che di certo aveva compiuto quell'impresa tanto nobile. 
Ma il vecchio spaventapasseri era svanito. 
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Sir Percy spiega 
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Paragrafo 1.
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Non era, il Cielo ci aiuti, una vista poco comune di quei tempi: una donna che quasi non era pi tale per la miseria, la fame e l'anormale agitazione causata da quotidiani spettacoli di vendetta e crudelt. Le si incontrava tutti i giorni a ogni angolo di strada, quelle arpie, pi terribili di quanto non fossero gli uomini. 
Questa era ancora relativamente giovane, sui trent'anni al massimo, e sarebbe anche stata di bell'aspetto, poich i lineamenti in realt erano delicati, il naso cesellato, le sopracciglia diritte, il mento piccolo e tondo. Ma la bocca! Cielo, la bocca! Dura e crudele e dalle labbra sottili; e quegli occhi! Infossati e bordati di viola; occhi che raccontavano una storia di dolore, e, s! di degradazione. La folla le stava attorno cupa e apatica; poveri, miserabili disgraziati come lei stessa, che fissavano le sue buffonate con occhi spenti e con ricorrenti, sprezzanti scrollate di spalle. 
La donna stava danzando, contorcendo il suo corpo nel piccolo cerchio di luce creato da una lanterna sfarfallante appesa sopra la strada, tra una casa e l'altra, picchiando sul lastricato fangoso i piedi privi di scarpe, al suono del tamburello ornato di nastri che colpiva a intervalli con la sporca, piccola mano. Di tanto in tanto si fermava, reggendo lo strumento a braccio teso, e faceva il giro degli spettatori per chiedere l'elemosina. Ma al suo avvicinarsi la folla pareva disintegrarsi, sciogliersi nell'aria umida della sera; solo di rado una moneta unticcia cadeva nel tamburello. Poi quando la donna ricominciava a danzare la folla lentamente si infittiva di nuovo e restava l, le mani in tasca, le labbra ancora tirate in smorfie cupe e sprezzanti, ma gli occhi fissi sullo spettacolo. V'erano cos pochi spettacoli in quei giorni, a parte la monotona processione delle carrette con il loro carico di aristocratici per la ghigliottina! 
E quindi la folla guardava, e la donna ballava. La lanterna lass in alto gettava una strana luce su berrette rosse e coccarde tricolori, sulle facce cupe degli uomini e le spalle delle donne, sulle sue bizzarre evoluzioni e sulle sue sottane logore e svolazzanti. Era evidentemente stanca quanto lo poteva essere un povero cagnetto bastardo addestrato a esibirsi, o un orso pungolato a buffonate prive di allegria. Ogni volta che si fermava e sollecitava l'elemosina col suo tamburello la folla si disperdeva, e alcuni di loro ridevano della sua insistenza. 
"Voyons," disse in uno strano tentativo di gaiezza, "un paio di soldi per l'intrattenimento, cittadino! Siete rimasto qui mezz'ora. Non potete avere tutto quanto per niente, no?" 
L'uomo - giovane, dalle spalle squadrate, ben vestito ma con l'aspetto di un bullo - ribatt con un insulto grossolano, per il quale la donna si risent. Volarono parole aspre; la folla, in maggioranza, si schier dalla parte dell'uomo. La donna arretr contro il muro pi vicino, tenendosi le mani emaciate sulle orecchie in un vano tentativo di chiudere fuori le orribili beffe e le battute ribalde che erano le armi naturali di quella torma selvaggia. 
Ben presto iniziarono a piovere colpi; non pochi caddero sulla sfortunata. Lei grid, e pi gridava e pi forte si faceva il rumoreggiare della folla, pi maligno il suo umore. Poi d'improvviso era tutto finito. Come fosse accaduto la donna non avrebbe saputo dirlo. Aveva chiuso gli occhi, si sentiva male, stordita; ma aveva udito qualcuno chiamare ad alta voce, parole pronunciate in inglese (un linguaggio che lei comprendeva) una risata bonaria, e una breve ma violenta baruffa. Poi c'era stato il rumore di molti passi in ritirata, il ticchettare di zoccoli sul selciato irregolare e il rumore di piedi non calzati, e poi ancora il silenzio. 
Era caduta in ginocchio, rannicchiata contro il muro, e aveva perduto conoscenza forse per un attimo o due. Poi ud di nuovo quella risata tanto gradevole, e la parlata strascicata di una lingua inglese. 
"Adoro vedere quei mascalzoni che se ne scappano via come ratti che tornino di corsa nelle loro tane; tu no, Ffoulkes?" 
"Non hanno lottato granch, i codardi!" disse un'altra voce, anche quella inglese. "Una dozzina di loro contro una sola donna derelitta. Cosa conviene fare, di lei?" 
"A lei penser io," riprese il primo che aveva parlato. "Tu e Tony  meglio che troviate gli altri. Dite loro che io arriver fra pochissimo." 
Pareva tutto un sogno. La donna non os aprire gli occhi, per timore che le toccasse di nuovo affrontare una realt spaventosa e brutale. Poi d'improvviso sent il suo povero, debole corpo preso tra forti braccia, sollevato da terra; e venne trasportata lungo la strada, lontano dalla luce proiettata da quella lanterna, al riparo delle ombre dell'arcata di una porte cochre. Ma oramai non era pi del tutto cosciente. 
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Paragrafo 2.
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Quando riapr gli occhi si trov in quello che pareva l'alloggio di un concierge. Era sdraiata su un divanetto di crine, e tutt'attorno v'era un senso di sicurezza e calore; nessuna meraviglia che ancora le paresse tutto un sogno. Di fronte a lei, fermo in piedi, un uomo alto e forte, di certo una creatura di un altro mondo, o almeno cos appariva alla povera derelitta che, da tempi ormai immemorabili, aveva posato gli occhi soltanto sulla pi miserabile feccia dell'umanit, e aveva visto ben poco a parte stracci e volti crudeli - o distrutti. Quell'uomo era avvolto in un amplissimo soprabito con la mantella, che dava alla sua possente figura quasi una grandezza preternaturale. I capelli erano chiari e leggermente ondulati, la fronte bassa e squadrata; gli occhi dietro le palpebre pesanti la guardavano con inequivocabile gentilezza. 
La povera donna lott per rimettersi ritta. Con un gesto rapido e pateticamente umile tir la gonna stracciata e fangosa a coprire le caviglie, e il fazzoletto logoro a incrociarsi sul petto. 
"Meglio che adesso vada, Monsieur... cittadino," mormor, un vivido rossore che risaliva fino all'attaccatura dei capelli scarmigliati. "Non dovrei trattenermi qui... Io..." 
"Voi non ve ne andrete, Madame," la interruppe lui parlando ora in un perfetto francese e con una grande aria di autorit, come qualcuno abituato a vedersi ubbidire senza riserve, "fino a che non mi avrete detto in qual modo una dama dotata di cultura e raffinatezza abbia finito col mascherarsi da danzatrice di strada.  un gioco pericoloso, come avete avuto modo di fare esperienza questa notte." 
"Non  un gioco, Monsieur... cittadino," balbett lei; "n una mascherata. Sono una danzatrice di strada da tutta la vita, e..." 
Per tutta risposta lui le prese la mano, sempre con quell'aria di autorit per la quale lei non pens nemmeno di risentirsi. 
"Questa non  la mano di una danzatrice di strada, Madame," disse a bassa voce. "E il vostro modo di parlare non  quello del popolo." 
Lei ritrasse rapida la mano, e il rossore sul suo viso sparuto si fece pi profondo. 
"Se voleste onorarmi della vostra fiducia, Madame..." insistette lui. 
Le parole gentili, la cortesia di quell'uomo arrivarono al cuore della povera creatura. Ricadde sul divanetto, e con il viso nascosto tra le braccia si strapp singhiozzi dal cuore per un minuto o due. L'uomo aspett paziente. Aveva visto molte donne piangere di quei tempi, e aveva asciugato molte delle loro lacrime mediante imprese di valore e abnegazione che sarebbero state per sempre ricordate nei cuori di coloro che aveva soccorso. 
Quando ebbe recuperato una qualche parvenza di autocontrollo, la povera donna volse verso di lui il viso pallido e macchiato dalle lacrime, dicendo con semplicit: "Mi chiamo Madeleine Lannoy, Monsieur. Mio marito  stato ucciso nel corso dei sollevamenti a Versailles, mentre difendeva le persone della Regina e degli infanti reali contro la furia della folla. Quando ero fanciulla ebbi la sfortuna di attrarre le attenzioni di un giovane dottore di nome Jean Paul Marat. Avete sentito parlare di lui, Monsieur?" 
L'altro annu. 
"Lo conoscete, forse," prosegu lei, "per quello che : il pi crudele e vendicativo degli uomini. Alcuni anni fa gett via la sua redditizia nomina come medico di corte di Monseigneur le Comte d'Artois, e rinunci alla professione di dottore per quella di giornalista e politico. Politico! Il cielo lo aiuti! Appartiene alla sezione pi assetata di sangue di quei briganti rivoluzionari. Il suo credo  fatto di saccheggio, omicidio e vendetta; e ha scelto di dichiarare che sono stata io, rifiutando il suo amore, a condurlo a tali malvagi estremi. Possa Dio perdonargli questa abominevole menzogna! Il male che facciamo, Monsieur,  dentro di noi; non nasce dalle circostanze esterne. Io, nel frattempo, ero una moglie felice. Mio marito, Monsieur de Lannoy, che era ufficiale nell'esercito, mi idolatrava. Avevamo un figliolo, un fanciullo..." 
S'interruppe, di nuovo con la gola stretta. Poi riprese, con una calma che, di fronte alla storia che stava raccontando, suonava strana davvero: "Nel giugno dello scorso anno mio figlio mi  stato rubato... rubato da Marat in una orribile vendetta per l'immaginario torto che gli avevo fatto. I dettagli di questo esecrabile oltraggio non hanno alcuna importanza. Venni allontanata da casa con l'inganno, un giorno, tramite un messaggio contraffatto che aveva tutta l'apparenza di provenire da una cara amicizia che sapevo essere in gravi difficolt a quel tempo. Oh! L'intera cosa era stata ben progettata, ve lo posso assicurare!" continu, con un'aspra risata che si spense in un singhiozzo straziante. "Il messaggio contraffatto, la domestica subornata, le minacce di una terribile rappresaglia se qualcuno nel villaggio mi avesse dato anche il pi pallido avvertimento o un indizio. Quando l'intera miserabile faccenda fu compiuta io ero come un animale intrappolato in una gabbia, prigioniera di sbarre inamovibili fatte di ostinato silenzio e indifferenza crudele. Nessuno volle aiutarmi. In apparenza nessuno sapeva nulla, nessuno aveva visto nulla, udito nulla. Il bambino era svanito! I miei servitori, le persone del villaggio - alcune delle quali avrei giurato essere sincere e comprensive - non fecero che scrollare le spalle. "Que voulez-vous, Madame? I bambini dei borghesi e quelli degli aristos vengono spesso portati via dallo Stato per venire cresciuti come veri patrioti invece che viziati e coccolati come cagnolini da salotto." Tre giorni pi tardi ricevetti una lettera da quel mostro inumano, Jean Paul Marat. Mi diceva che mi aveva portato via il mio bambino non per una qualche idea di vendetta per il mio disdegno passato, ma per spirito di puro patriottismo. Mio figlio, diceva, non doveva venir allevato con l'amore per il lusso e con le idee sorpassate e borghesi che erano state la disgrazia della nazione per secoli. No! Doveva crescere tra uomini che avessero compreso il vero valore della fraternit e dell'uguaglianza e l'ideale della libert dell'individuo di condurre la propria vita, senza gravarla con insensati pregiudizi di istruzione e raffinatezza. Il che significa, Monsieur," continu la povera donna, appassionata nella propria infelicit, "che mio figlio viene cresciuto in compagnia di quel che vi  di pi vile e pi degradato nei tuguri infestati dalla malattia della Parigi dei poveri; che, con la connivenza di quell'esecrabile mostro di Marat, il mio unico figlio ritorner forse un giorno da me come un potenziale ladro, un criminale probabilmente, un reprobo avvinazzato nel migliore dei casi. Simili cose vengono commesse ogni giorno in questa nostra gloriosa rivoluzione, commesse nel sacro nome nella Francia e della Libert. E l'omicidio morale di mio figlio  la mia punizione per aver osato non prestare ascolto all'indegna passione di un bruto!" 
Ancora una volta s'interruppe, e quando la melanconica eco della sua voce spezzata fu svanita nella stretta stanza, non vi fu nessun altro mormorio a infrangere la quiete di quel lontano angolo della grande citt. 
L'uomo non si mosse. Rimase l fermo in piedi a guardare dall'alto la povera donna che aveva davanti, con un intero mondo di piet in quegli occhi profondi. Nell'assoluto silenzio giunse loro il suono di un gentile fluttuare, la corrente d'aria fredda, forse, che sospirava attraverso le imposte chiuse, o i morbidi, bizzarri gemiti di cose invisibili. Il cuore dell'uomo era colmo di piet, e pareva che l'Angelo della Compassione in persona fosse giunto l ai suoi ordini a racchiudere la donna addolorata nelle proprie ali. 
Un attimo pi tardi, ella fu in grado di terminare il proprio commovente racconto. 
"Vi meravigliate, Monsieur, che io sia ancora sana di mente, ancora viva? Ma io vivo soltanto per ritrovare mio figlio. Tento di conservare la ragione per combattere la diabolica astuzia di quel bruto sul suo stesso terreno. Fino ad ora tutte le mie indagini sono state vane. All'inizio ho sperperato soldi, tentato mezzi giudiziari, sguinzagliato sulle sue tracce un'armata di segugi. Ho tentato con offerte di denaro e corruzione. Sono andata addirittura da quel miserabile e mi sono prostrata nella polvere di fronte a lui. Ha solamente riso di me, mi ha detto che il suo amore per me era morto molto tempo prima, e che ora ne stava profondendo i tesori per la fedele amica e compagna - quella donna spaventosa, Simonne Evrard - che era rimasta con lui nell'ora pi cupa della sua sfortuna. Fu allora che decisi di adottare una diversa tattica. Dato che mio figlio doveva venire cresciuto tra assassini e ladri, anch'io mi sarei aggirata dov'erano loro. Divenni una cantante di strada, una danzatrice, come volete chiamarla; indosso stracci e chiedo l'elemosina. Infesto i cabaret di peggior reputazione dei pi infimi quartieri di Parigi. Ascolto e spio; interrogo ogni uomo, donna e bambino che potrebbe avere un qualche indizio, darmi una qualche indicazione. Quasi non v' casa da queste parti che io non abbia visitato e dalla quale non mi abbiano cacciata fuori a calci come un'importuna mendicante o peggio. Gradualmente sto restringendo il cerchio delle indagini. Ben presto trover un indizio. Accadr! Lo so che accadr! Dio non pu permettere che questa mostruosit prosegua!" 
Di nuovo vi fu silenzio. La povera donna era completamente distrutta. Vergogna, umiliazione, appassionato dolore, ne avevano fatto un miserevole relitto d'umanit. 
L'uomo attese fino a che non si fu ricomposta, poi disse con semplicit: "Avete sofferto in maniera terribile, Madame; ma principalmente, ritengo, perch siete stata sola nella vostra sofferenza. Vi avete rimuginato a tal punto che  arrivata a minacciare la vostra ragione. Ora, se mi permetterete di agire come vostro amico, io vi do la mia parola che ritrover vostro figlio per voi. Vi fidereste di me quanto basta per rinunciare ai vostri attuali metodi e mettervi completamente nelle mie mani? Vi sono pi di una dozzina di valenti gentiluomini, miei amici, che mi aiuteranno nella mia ricerca. Ma per questo devo avere mano libera, e aiuto da parte vostra soltanto quando lo richieder. Posso trovarvi alloggi nei quali sarete del tutto al sicuro sotto la protezione di mia moglie, che  simile a un angelo pi di chiunque altro, uomo o donna, io abbia mai incontrato su questa terra. Quando vostro figlio sar di nuovo fra le vostre braccia entrambi, spero, ci accompagnerete in Inghilterra, dove tanti dei vostri amici hanno gi trovato rifugio. Se questo incontra la vostra approvazione, Madame, potete fare uso di me, perch, con il vostro permesso, io intendo essere il vostro pi devoto servitore." 
Dante, nel suo selvaggio immaginare il Purgatorio e l'Inferno, nei suoi fuggevoli scorci del Paradiso, non ci ha mai posto davanti il ritratto di un'anima che fosse perduta e avesse trovato il cielo dopo un ciclo di disperazione. Neppure Madeleine Lannoy sarebbe stata capace di spiegare, nemmeno a se stessa, ci che provava in quel momento. In principio non riusc realmente ad afferrare la realt di quel raggio di speranza che le era giunto nell'ora pi nera della sua infelicit. Fiss l'uomo che aveva davanti come avrebbe fatto con una visione eterea; cadde in ginocchio e nascose il viso tra le mani. 
Di quel che avvenne poi seppe ben poco: era in uno stato di semincoscienza. Quando ancora una volta si risvegli alla realt si trovava in alloggi confortevoli; si muoveva, parlava, mangiava e viveva come una creatura umana. Non era pi una paria, una senza casta, una povera creatura quasi priva di senno, senza coscienza di nulla tranne che della propria infinita capacit di soffrire. Soffriva ancora, ma non disperava pi. V'erano state una forza e una sicurezza talmente meravigliose nella voce di quell'uomo mentre diceva "Vi do la mia parola". Ora Madeleine Lannoy viveva nella speranza, e in un dolce senso di perfetta sicurezza fisica e mentale. E attorno a lei v'era un'influenza, una presenza che non vedeva spesso, ma che avvertiva sempre: una donna alta, aggraziata e compassionevole, che era sempre pronta a rallegrare, confortare e aiutare. Il suo nome era Marguerite. Madame Lannoy non la conobbe mai in altro modo. Quell'uomo gliel'aveva descritta come la creatura pi simile a un angelo che si potesse incontrare su questa terra, e la povera Madeleine Lannoy concordava appieno. 
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Paragrafo 3.
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Persino quella tigre assetata di sangue, Jean Paul Marat, ha avuto i suoi apologeti. I suoi amici lo hanno definito un martire, un altruista e incorruttibile esponente di ideali sociali e politici. Possiamo dare per certo che Simonne Evrard lo amasse, dal momento che forse non vi  mai stato un elogio funebre pi appassionato di quello che pronunci lei di fronte all'Assemblea Nazionale in onore di quel sinistro demagogo, i cui scritti e le cui azioni macchieranno per sempre alcune pagine davvero belle di quell'era rivoluzionaria. 
Ma noi con gli apologeti non abbiamo nulla a che fare. La storia ha detto la sua su quel mostro inumano;  solo dei biografi pi intimi che questa cronaca si interessa.  uno di questi a raccontarci che, nel diciottesimo giorno di Messidoro, nell'anno primo della Repubblica (una data che corrisponde al sei di luglio del 1793, nel nostro calendario), Jean Paul Marat prese un uomo in pi al proprio servizio, su richiesta di Jeannette Marechal, sua cuoca e tuttofare. Marat a quel tempo era martirizzato da una sgradevole malattia della pelle, causata dalle terribili privazioni che aveva sofferto negli anni precedenti la sua frequentazione con Simonne Evrard, la fedele amica e governante, la cui piccola fortuna in seguito gli aveva assicurato un certo grado di comfort. 
L'uomo che Jeannette Marechal, la cuoca, introdusse nella casa al numero 30 di Rue des Cordeliers, la degna donna l'aveva letteralmente preso dalla strada, dove stava brancicando in cerca di avanzi di cibo come un bastardo morto di fame. Pareva essere ben noto alla polizia della sezione; i suoi documenti di identit lo identificavano come un certo Paul Mole, che aveva scontato del tempo in carcere per appropriazione indebita. Si dichiarava disposto a qualsiasi lavoro gli fosse richiesto, per la pi infima delle paghe e un qualche tetto sulla testa. Simonne Evrard aveva permesso a Jeannette di accoglierlo in parte per compassione e in parte per alleggerire il fardello della donna, dal momento che l'unico altro domestico nella casa, un uomo di nome Bas, era pi interessato alla politica e agli incontri del Club des Jacobins di quanto non lo fosse ai malanni del suo padrone. Oltre tutto, quel Mole pareva sapesse qualcosa di medicina e di erbe, e di come preparare i bagni caldi che erano l'unica cosa in grado di lenire il dolore dello sfortunato Marat. Era di struttura poderosa, anche, e bench borbottasse e brontolasse moltissimo, e indulgesse a prolungati attacchi di cupezza nel corso dei quali non apriva bocca con nessuno, era nel complesso volenteroso e di buon carattere. 
Inoltre vi doveva essere qualcosa in quel relitto di persona che faceva appello all'"Amico del Popolo", poich era evidente che nel giro di pochi giorni Paul Mole si era guadagnato una grande fiducia da parte del suo padrone. 
Malato, agitato e preoccupato, Marat aveva preso irragionevolmente in antipatia il suo servitore, Bas. Era grato di avere con s un estraneo, un uomo miserabile quanto lo era stato lui poco tempo prima; un uomo che, come lui stesso, aveva vissuto nelle cantine e in tane sotterranee, campando degli avanzi di cibo che persino i cagnacci bastardi sdegnavano. 
Il settimo giorno dopo la comparsa di Mole, mentre questi gli stava preparando il bagno, Marat gli disse d'improvviso: "Oggi andrai per conto mio allo Chemin de Pantin, cittadino. Conosci la strada?" 
"La posso trovare, no?" borbott Mole, che pareva in una delle sue giornate d'umor cupo. 
"Dovrai essere molto circospetto," prosegu Marat, con la sua voce debole e spezzata. "E bada che nessuno stia spiando i tuoi spostamenti. Ho molti nemici, cittadino... uno in particolare... una donna...  sempre a osservarmi e spiarmi... Quindi attento a qualsiasi donna ti ritrovassi alle calcagna." 
L'unica risposta di Mole fu un brontolio non del tutto udibile. 
"Meglio che tu vada dopo il buio," prosegu l'altro dopo un poco. "Torna da me dopo le nove. Non  lontano... lo Chemin de Pantin... giusto all'incrocio con Route de Meaux. Puoi arrivare l ed essere di ritorno prima di mezzanotte. Ti faranno entrare. Ti dar un anello, l'unica cosa che possiedo... non vale nulla, o quasi," aggiunse con una risata raschiante. "Non varr la pena di rubarlo. Dovrai vedere un marmocchio e farmi rapporto sulle sue condizioni, sul suo aspetto, s...? Parlagli un poco... Vedi un po' che dice, e fammelo sapere. Non  difficile." 
"No, cittadino." 
Mole aiut il relitto sofferente a entrare nel bagno. Non un movimento, non un tremolio delle palpebre trad una singola emozione di quelle che doveva pur provare; n disprezzo n compassione, soltanto placida indifferenza. Era solo un cretino mezzo morto di fame, grato di eseguire qualsiasi incarico per soddisfare uno stomaco vuoto. Marat allung le membra rinsecchite nell'acqua alle erbe con un sospiro di benessere. 
"E l'anello, cittadino?" sugger poco dopo Mole. 
Il demagogo sollev la mano sinistra, minacciata e sfigurata dalla malattia. Al quarto dito luccicava un anello di metallo da poco prezzo, con una pietra fasulla. 
"Toglilo," disse seccamente. 
L'anello doveva essere sempre stato troppo piccolo per la mano ossuta dell'un tempo famoso medico di corte. Persino ora pareva incassato nella pelle flaccida, e rifiutava di lasciarsi sfilare oltre la nocca. 
"L'acqua lo allenter," comment placido Mole. 
Marat immerse la mano, e l'altro rimase accanto a lui, silente e stolido, le ampie spalle chine, il viso una maschera priva di espressione sotto lo strato di sporcizia. 
Trascorsero alcuni istanti. L'aria era pesante di vapore e di un misto di fumi maleodoranti, che ristagnavano nell'atmosfera chiusa di quella stretta stanza. L'ammalato pareva insonnolito, la testa girata da un lato, gli occhi chiusi. Con tutta chiarezza si era completamente dimenticato dell'anello. 
Una voce di donna, acuta e perentoria, infranse il silenzio che si era fatto opprimente: "Vieni qui, cittadino Mole, mi servi! Non c' un solo ciocco di legna spaccato per il mio fuoco, e come dovrei fare il caff senza fiamma, mi piacerebbe proprio saperlo?" 
"L'anello, cittadino," esort burbero Mole. 
Marat era stato riscosso da quella voce tagliente. Imprec contro la donna definendola un'arpia fracassona; poi disse in tono agitato: "Te lo dar ben presto, quando sarai pronto a partire. Ho detto le nove... sono soltanto le quattro ora, e io sono stanco. Di' alla cittadina Evrard di portarmi del caff caldo tra un'ora... Tu puoi andare a prendermi il Moniteur adesso, e riporta quelle prove al cittadino Dufour. Lo troverai al Cordeliers, oppure alla stamperia... Torna alle nove in punto... Adesso sono stanco... troppo stanco per dirti dove trovare la casa allo Chemin de Pantin. Presto..." 
Mentre ancora parlava sembr cadere in un sonno irrequieto. Entrambe le mani erano nascoste sotto il lenzuolo che ricopriva la vasca. Mole lo guard in silenzio per un attimo o due, poi gir sui tacchi e attravers strascicando i piedi l'anticamera diretto alla cucina, dove immediatamente si mise accovacciato in un angolo accanto alla stufa e inizi con l'abituale stolidit a spaccare legna per il fuoco della cittadina. 
Terminato quel compito, e ricevuto un pezzo di pane acido come ricompensa da Jeannette Marechal, la cuoca, sempre trascinando i piedi usc e and in strada, per eseguire gli incarichi del suo datore di lavoro. 
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Paragrafo 4.
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Paul Mole era stato agli uffici del Moniteur e alla stamperia dell'Ami du Peuple. Aveva visto il cittadino Dufour al Club e, presumibilmente, aveva passato il resto del tempo a vagare oziosamente per le strade del quartiere, poich non ritorn in Rue des Cordeliers finch non furono quasi le nove. 
Non appena arrivato all'inizio della via si trov nel bel mezzo della folla che si era radunata fuori dal numero 30. Con la sua abituale andatura quasi cascante e la pressione costante dei possenti gomiti, si apr la strada fino alla porta, raccogliendo sussurri e mezze frasi lungo la strada. 
"Il cittadino Marat  stato assassinato." 
"Da una donna." 
"Soltanto una fanciulla." 
"Una ragazza di Caen. Si chiama Corday." 
"Prima la gente l'ha quasi fatta a pezzi." 
" bella che ghigliottinata." 
L'ultimo commento venne accolto da un forte scroscio di risate, e da molte battute ribalde. 
Mole, a dispetto della notevole altezza, riusc ad attraversare senza venire notato. Non contava nulla, e sapeva come entrare nella casa. Era piena di gente: giornalisti, vecchi nullafacenti, donne e uomini, la solita folla andata l per guardare a bocca aperta. Il cittadino Marat era un gran personaggio. L'Amico del Popolo. Un Incorruttibile, se mai ve n'era stato uno. Bastava guardare la semplicit, quasi la povert in cui viveva! Soltanto gli aristos lo odiavano, loro e i grassi borghesi che prosperavano a spese del popolo. Il cittadino Marat ne aveva mandati centinaia alla ghigliottina con un solo colpo di penna, o una denuncia della sua lingua impavida. 
Mole non si ferm ad ascoltare i commenti. Si apr la strada su lungo la rampa di scale, fino alla dimora del suo defunto datore di lavoro, al primo piano. 
L'anticamera era affollata, e cos le altre stanze; ma la gente era pi pigiata attorno alla porta immediatamente di fronte a lui, quella che dava sulla stanza da bagno. In cucina, alla sua destra, dove poche ore prima aveva spaccato la legna sotto un fiume di improperi da parte di Jeannette Marechal, intravide proprio lei, rannicchiata accanto al focolare, il grembiule lurido tirato sopra la testa, che piangeva, s! piangeva, per la spregevole creatura che aveva espiato alcuni dei suoi crimini per mano di una povera, malconsigliata fanciulla, che in quello stesso momento una torma furibonda minacciava di fare a brani nella propria rabbia. 
Anche il salotto era pieno di gente, e persino la stanza di Simonne: uomini che per la maggior parte Mole conosceva di vista, amici o nemici del demagogo che giaceva assassinato nell'acqua di quello stesso bagno che quell'uomo assunto per caso come servitore aveva preparato per lui. Tutti stavano discutendo i dettagli dell'omicidio, la punizione della giovane assassina. Simonne Evrard veniva biasimata ad alta voce per aver ammesso la fanciulla nella stanza in cui si trovava il cittadino Marat. Ma la ragazza aveva avuto un'aria cos semplice, cos innocente, e aveva detto di portare un messaggio da Caen. Si era presentata due volte nel corso della giornata, e alla fine il cittadino stesso aveva detto che l'avrebbe ricevuta. Simonne avrebbe voluto mandarla via. Ma il cittadino era stato perentorio. Ed era talmente inerme... immerso nell'acqua del bagno... nom d'un nom, che faccenda pietosa! 
Nessuno fece molto caso a Mole. Lui ascolt per un poco la voce appassionata di Simonne, che dava la propria versione della faccenda; poi, stolidamente, si fece strada nella stanza da bagno. 
Ci volle del tempo perch riuscisse a raggiungere il lato su cui stava la spaventosa vasca in cui giaceva il corpo morto di Jean Paul Marat. La stanzetta era affollatissima; non di amici, perch non v'era persona vivente, uomo o donna, eccetto Simonne Evrard e le sue sorelle, che quel demagogo assetato di sangue avrebbe chiamato "amica". Ma il suo potere e la sua personalit erano stati una minaccia per moltissimi, e ora quei moltissimi erano giunti in massa per controllare che fosse realmente morto, che la debole mano di una fanciulla avesse davvero compiuto l'impresa alla quale loro stessi avevano soltanto pensato. Se ne stavano l a bisbigliare, attenti a non guardare l'orrendo spettacolo di quella miserevole creatura, alla quale la morte non aveva concesso l'abituale tranquilla dignit. 
La minuscola stanzetta era indicibilmente calda e afosa. Quasi non entrava un refolo d'aria dalla stretta finestra, che comunque dava soltanto sulla stanza da letto al di l. Una maleodorante lampada ad olio pendeva dal basso soffitto, gettando una fievole luce sul viso dell'assassinato, rivolto verso l'alto. 
Mole rimase fermo l per un attimo o due, silente e pensieroso, accanto a quello spaventoso cadavere. Ecco il bagno, proprio come l'aveva preparato: la tavola poggiata sopra la vasca coperta da un lenzuolo, e l'acqua da cui soltanto la testa e le spalle emergevano, livide e chiazzate. Una mano, la sinistra, afferrava il bordo di quelle assi nell'ultimo gesto convulso dell'agonia. 
Al quarto dito di quella mano luccicava l'anello da poco prezzo che Marat aveva detto non valeva la pena di rubare. Eppure, apparentemente, risvegli la cupidigia del povero derelitto che l'aveva fedelmente servito in quegli ultimi pochi giorni, e che adesso sarebbe stato gettato ancora una volta, affamato e senza amici, per le strade di Parigi. 
Mole gett tutt'attorno una rapida occhiata furtiva. Quelli che erano andati l a gongolare per l'assassinio erano fermi a bisbigliare tutti presi dalle loro faccende, le teste voltate dall'altra parte. Di nascosto fece scivolare la mano su quella del morto, e con abili mosse sollev il dito attorno a cui luccicava l'anello di metallo. Pareva che la morte avesse ristretto le carni sopra le ossa, contratto le nocche e rimpicciolito i tendini. L'anello si sfil con facilit. Mole l'aveva gi in mano, quando d'improvviso ricevette un colpo rude sulla spalla. 
"Cerchi di derubare il morto?" chiese una voce severa al suo orecchio. "Sei un aristo travestito o cosa?" 
All'istante i bisbigli cessarono. Un'ondata di agitazione attravers la stanza; alcune persone gridarono, altre si spinsero avanti per gettare uno sguardo a quello spudorato furfante colto sul fatto mentre commetteva un'azione orrenda. 
"Derubare il morto!" 
Erano ben esperti del male, la maggior parte dei presenti. Le loro mani erano indelebilmente macchiate dei pi spaventosi crimini mai registrati nella storia. Ma v'era qualcosa degno di un ghoul in quel tentativo di saccheggiare l'orribile cosa che giaceva l, inerme, nell'acqua. E v'era anche un grande sollievo dalla tensione nervosa, nel gridare "orrore" e "anatema" con l'indignazione di chi  convinto di essere nel giusto; e un'aggiunta di eccitazione, nella frase che suggeriva un "aristo travestito". 
Mole lott con vigore; era possente, e i suoi pugni erano pesanti. Ma ben presto fu circondato, trattenuto per entrambe le braccia, mentre una dozzina di mani strappavano gli indumenti logori, cercando fin sulla sua pelle il bottino che pensavano avesse preso al morto. 
"Lasciatemi in pace, maledetti voi!" gridava, pi forte dei suoi aggressori. "Mi chiamo Paul Mole, vi dico. Chiedete alla cittadina Evrard. Mi occupavo del cittadino Marat. Gli ho preparato il bagno. Ero l'unico amico che non gli avesse voltato le spalle nella malattia e nella povert. Lasciatemi in pace, vi dico! Andiamo," aggiunse con una rauca risata, "Jean Paul nel bagno era nudo come il giorno in cui era nato!" 
"Questo  vero," disse uno di quelli che erano i pi attivi nel rovistare tra gli stracci luridi di Mole. "Non c' niente da trovargli addosso." 
Ma i sospetti, una volta sollevati, non si placano facilmente. Le proteste di Mole si fecero sempre pi vigorose ed enfatiche. I suoi documenti erano tutti in ordine, giur. Ce li aveva addosso: i suoi documenti di identit, pronti perch chiunque potesse guardarli. Qualcuno glieli aveva tolti di tasca; erano umidi e pieni di macchie di fango, ben poco leggibili. Vennero passati a un uomo che stava nell'immediato cerchio di luce proiettato dalla lampada: lui li afferr e li esamin con attenzione. Si trattava di un uomo basso e scarno, vestito di abiti di panno ben fatti; i capelli erano legati sulla nuca in un fiocco elegante da un nastro di taffet nero. Le mani erano pulite, snelle e simili ad artigli, e portava alla vita la fusciacca tricolore dei rappresentanti ufficiali, che lo proclamava membro di uno dei numerosi Comitati che tiranneggiavano il popolo. 
I documenti parevano essere in ordine e dichiaravano che il possessore era Paul Mole, nativo di Besanon, di professione carpentiere. Il libretto di identit era stato recentemente firmato da Jean Paul Marat, l'ultimo datore di lavoro, e controfirmato dal Commissario della sezione. 
L'uomo in fusciacca tricolore si rivolse con una certa asprezza alla folla che ancora si accalcava attorno al prigioniero. 
"Chi di voi qui," chiese brusco, "ha formulato l'accusa contro un onesto cittadino?" 
Ma, com' abituale in questi casi, nessuno rispose direttamente. Non era sicuro a quei tempi entrare in conflitto con uomini come Mole. I Comitati erano tutti dalla loro parte, contro i borghesi cos come contro gli aristos. Quello era il regno del proletariato, e i sanculotti uscivano trionfanti dai conflitti con i benestanti. E non era nemmeno un bene suscitare l'ira del cittadino Chauvelin, uno dei pi potenti, dato che era fra i membri pi spietati del Comitato di Salute Pubblica. Tranquillo, sarcastico pi che aggressivo, con qualcosa dell'aristo, anche, con le sue gale pulite e gli abiti ben tagliati, non era certo stato secondo al defunto Marat in termini di crudelt e spietata persecuzione degli aristocratici. 
Evidentemente le sue simpatie erano tutte per Mole, lo straccione, il miserabile servitore di un padrone altrettanto miserabile. Gli occhi pallidi e infossati sfidarono la folla, che arretr ritraendosi verso gli angoli, lontano da quello sguardo di fredda minaccia. Di conseguenza si ritrov d'improvviso faccia a faccia con Mole, rimasto in una certa qual misura isolato dagli altri, e vicino alla piccola vasca e al suo lugubre contenuto. Chauvelin teneva i documenti in mano. 
"Prendete questi, cittadino," disse seccamente. "Sono tutti in ordine." 
Nel dirlo sollev lo sguardo verso Mole, poich quest'ultimo, anche se aveva le spalle chine, era insolitamente alto, e Mole li prese dalle sue mani. Di conseguenza per la durata di un secondo i due uomini si guardarono negli occhi, e d'improvviso Chauvelin avvert un sudore freddo scendergli lungo la spina dorsale. Gli occhi in cui stava guardando avevano uno strano scintillio ironico, una specie di divertita arroganza, e dalle labbra decise dalla linea netta, seminascoste dalla sporcizia e da una barba mal tagliata, proveniva il suono - oh! la debole eco - di una bizzarra, insulsa risata. 
L'intera cosa - pareva una visione - termin in un secondo. Chauvelin, debole e stordito per improvviso afflusso di sangue alla testa, chiuse gli occhi per un breve istante, e l'istante dopo la folla gli si era richiusa attorno e domande ansiose raggiungevano i suoi sensi risvegliati. 
Ma lui emise un solo rapido, aspro grido: "Hebert!  moi! Siete l?" 
"Presente, cittadino!" fu l'immediata risposta. E un'alta figura nella logora uniforme delle guardie rivoluzionarie usc rapida dalla folla. Le mani simili ad artigli di Chauvelin tremavano visibilmente. 
"Quell'uomo, Mole," esclam con voce roca per l'agitazione. "Bloccatelo subito! E, nom d'un chien! non permettete ad anima viva di entrare o uscire dalla casa!" 
Hebert gir sui tacchi. Un attimo dopo la sua voce aspra si faceva sentire al di sopra del frastuono generale: "Tranquillo, cittadino!" esclam rivolto al suo capo. "Il furfante  gi preso!" 
Vi furono grida e imprecazioni, un gran fracasso e confusione, e gli uomini della Sret chiusero le porte della dimora del defunto demagogo. Una quarantina di uomini, una dozzina di donne pi o meno, furono chiusi dentro, in quelle poche stanze che puzzavano di sporcizia e malattia. Loro si agitarono e tirarono spintoni, gridarono e protestarono. Per due o tre minuti il frastuono fu assordante. Simonne Evrard si apr la strada fino a superare la calca. 
"Cos' che sento?" chiese perentoria. "Chi sta accusando il cittadino Mole? E di che cosa, vorrei sapere! Io sono responsabile per chiunque dentro questi appartamenti... e se il cittadino Marat fosse ancora vivo..." 
Chauvelin pareva inconsapevole di tutta quella confusione e delle accuse della donna. Si apr la strada attraverso la folla fino all'angolo dell'anticamera in cui Mole se ne stava rannicchiato, le mani sporche che rigiravano oziose i documenti che lui stesso gli aveva restituito un attimo prima. Per il resto non si muoveva. 
Si alz in piedi, silenzioso e cupo; e quando Chauvelin, che era riuscito a padroneggiare le proprie emozioni, diede l'ordine perentorio: "Portate immediatamente quest'uomo in guardina. E non perdetelo di vista un solo istante!" non fece alcun tentativo di fuga. 
Permise a Hebert e ai suoi uomini di afferrarlo, di condurlo via. Li segu senza una parola, senza lottare. La massiccia figura era china quasi fosse un vecchio; le mani, che ancora stringevano i documenti d'identit, tremavano leggermente, come quelle di un uomo spaventato e inerme. Gli uomini della Sret lo trattavano con estrema rudezza, ma lui non protest. Fu la Evrard a protestare, giurando che il popolo non avrebbe tollerato a lungo una tale tirannia. 
Si apr addirittura la strada a forza fino a raggiungere Hebert. Con un gesto dettato dalla furia tent di colpirlo in viso, e continu, a voce ben alta, con insulti e obiezioni, fino a che lui, con una mossa della baionetta, non la spinse bruscamente da parte. 
Dopodich Paul Mole, circondato dalle guardie, venne condotto senza cerimonie fuori dalla casa. Chauvelin rimase a guardarlo come se si fosse trovato faccia a faccia con un ghoul. 
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Paragrafo 5.
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Chauvelin and di fretta verso la caserma. Dopo quei pochi secondi nel corso dei quali si era sentito stordito, incredulo, quasi vittima di un incantesimo, aveva recuperato in fretta la padronanza di nervi, e anche l'intensa gioia che nasce dall'anticipazione del trionfo. 
In quel servitore straccione e affamato il cittadino Chauvelin, del Comitato di Salute Pubblica, aveva riconosciuto il proprio arcinemico, l'avventuroso impiccione inglese che sceglieva di nascondere la propria identit dietro lo pseudonimo di Primula Rossa. Sapeva di poter fare affidamento su Hebert; era certo che il suo ordine di non perdere di vista il prigioniero per un solo istante sarebbe stato rigorosamente obbedito. 
E difatti pochi attimi dopo Hebert accoglieva il suo capo fuori dalle porte della caserma con la gradita notizia che Paul Mole era al sicuro sottochiave. 
"Non avete avuto problemi con lui?" indag Chauvelin, con malcelata impazienza. 
"No! No, cittadino, nessun problema," fu la rapida risposta di Hebert. "Pare sia un vagabondo ben noto da queste parti," continu con uno sbuffo di risa compiaciute; "e alcuni dei suoi amici hanno tentato di assaltarci all'angolo di Rue de Tourraine, senza alcun dubbio con l'idea di portar via il prigioniero. Ma noi eravamo troppo forti per loro, e adesso Paul Mole se ne sta l imbronciato nella sua cella, e continua a protestare che il suo arresto  un oltraggio contro la libert del popolo." 
Chauvelin non fece altri commenti. Era chiaramente troppo eccitato per parlare. Oltrepassando Hebert e gli uomini della Sret che stazionavano negli stretti bui corridoi della caserma, and a cercare il Commissario della Sezione nel suo ufficio. 
Erano quasi le dieci. Il Cittadino Commissario Cuisinier aveva terminato il lavoro della giornata e si stava preparando ad andare a casa e a letto. Era un padre di famiglia; era stato un rispettabile borghese ai suoi giorni, e anche se era un marcio opportunista, e aveva sacrificato non soltanto le convinzioni politiche ma anche la coscienza alle esigenze dei tempi, nutriva ancora nell'intimo un segreto disprezzo per i briganti rivoluzionari che governavano la Francia in quel momento. 
Di fronte a qualsiasi uomo che non fosse il cittadino Chauvelin, il Cittadino Commissario avrebbe senza alcun dubbio rifiutato seccamente la richiesta di vedere un prigioniero a quell'ora tarda della sera. Ma Chauvelin non era uomo cui si potesse negare qualcosa, e pur mormorando varie obiezioni nella barba mal tenuta, cionondimeno Cuisinier diede ordine che il cittadino venisse condotto subito alle celle. 
Paul Mole si era davvero incupito. Il secondino giur che il prigioniero quasi non si era mosso da quando era stato rinchiuso nella cella comune. Sedeva in un angolo all'estremit della panca, con il viso rivolto verso il muro, e non faceva caso n agli altri prigionieri n ai commenti faceti della guardia. 
Chauvelin and direttamente da lui, pronunciando alcune frasi secche. Mole continu ostinatamente a dargli le spalle... anzi, una spalla, lurida, che si mostrava nuda attraverso un largo strappo nel camiciotto. Quella zona della cella era quasi del tutto immersa nelle tenebre; la fievole lama di luce che arrivava dalla porta penetrava a fatica fino a quell'angolo remoto della squallida tana. Ancora una volta Chauvelin venne preso da un senso di mistero e di irrealt mentre guardava la miserabile creatura nella quale, un'ora prima, aveva riconosciuto il super-exquisite Sir Percy Blakeney. Ora riusciva a vedere soltanto una vaga sagoma nel buio: le spalle chine, le lunghe membra, quella porzione di pelle nuda che catturava un debole riflesso della luce distante. E per quanto la guardia lo pungolasse in maniera ben poco gentile, non riusc a indurlo a cambiare posizione. 
"Lasciatelo stare," disse in tono secco alla fine. "Ho visto tutto quel che volevo vedere." 
La cella era intollerabilmente calda e soffocante. Lo schizzinoso Chauvelin, nauseato, si allontan con un brivido di disgusto. Non v'era motivo ora di prolungare quell'incontro con il nemico catturato. Lo aveva visto: questo era sufficiente. Aveva visto il campione degli exquisite, Sir Percy Blakeney, rinchiuso in una cella comune con alcuni dei pi lerci e abietti furfanti che i tuguri di Parigi potessero ospitare, dopo che a quanto pareva aveva fallito in una qualche impresa che per venir compiuta aveva richiesto non soltanto abiti stracciati e mani sporche, ma anche l'umile servizio per un datore di lavoro ridotto alla mendicit e oppresso dalla malattia, la cui stessa vicinanza doveva essere stata una vera e propria tortura per quell'esasperante dandy. 
In verit quella era una gratificazione sufficiente, come vendetta. Chauvelin sentiva di poter andare soddisfatto a riposarsi, dopo una serata di lavoro ben svolto. 
Diede ordine che Mole venisse messo in una cella separata, vietandogli ogni contatto con chiunque dentro o fuori della caserma, e che venisse sorvegliato a vista, notte e giorno. Dopodich, ...
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Paragrafo 6.
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Il mattino seguente il cittadino Chauvelin, del Comitato di Salute Pubblica, diede come di dovere notizia al cittadino Fouquier-Tinville, il Pubblico Ministero, che la pericolosa spia inglese nota al mondo come la Primula Rossa era ora al sicuro sottochiave, e che doveva essere immediatamente trasferita alla prigione dell'Abbazia e da l alla ghigliottina il pi in fretta possibile. Nessuno avrebbe dovuto correre rischi questa volta; non bisognava prendere in considerazione l'idea di gettare discredito sulla sua famosa Lega, n di ottenere informazioni di valore. Tali metodi si erano dimostrati disastrosi in passato. 
In quei giorni non v'erano inglesi innocui, eccetto quelli morti, e al cittadino Fouquier-Tinville non sarebbe occorso molto tempo per formulare contro la famigerata Primula Rossa un'accusa che evitasse la necessit di un processo prolungato. Il governo rivoluzionario era in guerra con l'Inghilterra ora, e tutte quelle velenose spie si potevano spicciar via alla svelta. 
Di conseguenza, per ordine del Comitato di Salute Pubblica, il prigioniero Paul Mole venne fatto uscire dalle celle della caserma e trasferito in un trasporto chiuso alla prigione dell'Abbazia. Chauvelin ebbe il piacere di osservare quel gratificante spettacolo dalle finestre del Commissariato. 
Quando vide il trasporto che si allontanava, con Hebert e altri due uomini all'interno, e altri due ancora sul tettuccio, si volt verso il Cittadino Commissario Cuisinier con un sospiro di intensa soddisfazione. 
"E cos se ne va il pi pericoloso nemico che la nostra gloriosa rivoluzione abbia mai avuto," disse, con un senso di trionfo che non tentava nemmeno di nascondere. 
Cuisinier si strinse nelle spalle. 
"Forse," ribatt poi asciutto. "A me non sembrava molto pericoloso, e i suoi documenti erano tutti in ordine." 
A questa affermazione Chauvelin non replic nulla. E in effetti, come avrebbe potuto spiegare a quello stolido ufficiale il sottile lavorio di una mente dedita agli intrighi? Non aveva forse lui stesso avuto molte prove di quanto poco i membri di quella Lega maledetta si trovassero impicciati nel falsificare documenti d'identit o passaporti? Non aveva forse visto la Primula Rossa, quell'exquisite di Sir Percy Blakeney, con travestimenti tanto luridi e disgustosi che avrebbero dovuto ispirare repulsione alla pi abbietta e subdola delle spie? 
Davvero, tutto ci che voleva in quel momento era soltanto la garanzia che Hebert - che provava lui stesso un rancore mortale e personale contro la Primula Rossa - non l'avrebbe persa di vista un solo istante. 
Fortunatamente, di quello non doveva temere. Bastava un solo suggerimento, ed Hebert era acuto e deciso quanto lui. 
"Smettete pure di affannarvi, cittadino," gli aveva detto con una rozza imprecazione. "Ho indovinato come stavano le cose nel momento in cui avete dato l'ordine. Lo sapevo che non vi sareste preso tutta quella briga per il vero Paul Mole. Ma non abbiate paura. Quel maledetto inglese non l'ho perso di vista per un secondo dal momento in cui l'ho arrestato negli alloggi del defunto cittadino Marat, e per Satana! non lo far neanche adesso, finch non avr visto quella sua testa impudente cadere sotto la ghigliottina." 
Lui stesso, aveva aggiunto, aveva preso gli accordi per la sistemazione del prigioniero all'Abbazia: una cella interna, ricavata in una stanza delle guardie, senza ingresso proprio, e soltanto un minuscolo buco per l'aria chiuso da un graticcio su in alto nel muro, che dava sul corridoio, e attraverso il quale nemmeno un gatto sarebbe riuscito a sgusciare. Oh, il prigioniero era ben sorvegliato! Davvero, il Cittadino Rappresentante non doveva temere! Tre o quattro uomini - dei migliori e dei pi fidati - non avevano pi lasciato la stanza delle guardie sin da quella mattina. Lui stesso, Hebert, aveva tenuto d'occhio quel maledetto inglese per tutta la notte, lo aveva consegnato di persona all'Abbazia, e aveva abbandonato la guardia solo un attimo prima appositamente per parlare con il Cittadino Rappresentante. Sarebbe tornato immediatamente l, e non si sarebbe pi mosso fino all'arrivo dell'ordine di trasportare il prigioniero al Palazzo di Giustizia e da l all'esecuzione sommaria. 
Per il momento, aveva concluso con una risatina compiaciuta, l'inglese era ancora rannicchiato con l'aria abbattuta in un angolo della sua nuova cella, e di lui si poteva vedere ben poco a parte la spalla nuda attraverso il camiciotto strappato che, nel corso del trasferimento da una prigione all'altra, si era fatto ancora pi sporco di prima. 
Chauvelin annu, soddisfatto. Elogi Hebert per il suo zelo, e gio assieme a lui dell'inevitabile trionfo. Sarebbe stata una splendida vendetta per quella spaventosa umiliazione a Calais del precedente settembre. Ciononostante si sentiva ansioso, nervoso; non comprendeva la recita di apatia messa in piedi da quel finto Mole. Che l'apatia fosse una recita, era acuto abbastanza da intuirlo: ma non riusciva a ipotizzare cosa presagisse. Che l'inglese avrebbe compiuto un disperato tentativo di fuga era per, ovviamente, una conclusione scontata. Stava a Hebert e alle guardie, che non si potevano n corrompere n indurre al tradimento con l'inganno, fare in modo che il suddetto tentativo abortisse. 
Tuttavia, ci che rimaneva un enigma per il cittadino Chauvelin era il motivo che aveva indotto Sir Percy Blakeney a recitare il ruolo di umile servitore per Jean Paul Marat. Al di sotto, indubitabilmente, v'era uno di quei sottili intrighi per cui quell'insolente Primula Rossa era famosa; ed era collegato ad esso il tentativo di furto sul corpo dell'assassinato demagogo... un tentativo fallito, dal momento che il fittizio Paul Mole era stato perquisito, e non gli era stato trovato addosso nulla di sospetto. 
Ciononostante il pensiero di quel tentativo disturbava la tranquillit di Chauvelin. Nel suo caso valeva la vecchia storia della rosa con un petalo appassito. Parte della sua intensa soddisfazione sarebbe impallidita, se quell'ultima impresa dell'audace avventuriero fosse giunta a una conclusione trionfante. 
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Paragrafo 7.
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Quello stesso mattino, di ritorno dall'Abbazia e dalla caserma, Chauvelin scopr che una visita lo attendeva. Una donna, che aveva detto di chiamarsi Jeannette Marechal, desiderava parlare con il Cittadino Rappresentante. Chauvelin sapeva che si trattava della domestica e tuttofare del suo collega Marat, e diede ordine che venisse fatta entrare immediatamente. 
Jeannette Marechal, nemmeno un poco spaventata, assicur al Cittadino Rappresentante che si trattava di una questione urgente. Il suo defunto datore di lavoro aveva avuto cos pochi amici; lei non aveva saputo a chi rivolgersi, finch non aveva pensato appunto al cittadino Chauvelin. A lui occorse un po' di tempo per districare alcuni fatti tangibili in quella loquace narrazione. All'inizio le parole: "Bambino... Chemin de Pantin... Leridan," erano soltanto un miscuglio di suoni che non convogliava nessun significato al suo orecchio. Ma quando l'occasione lo richiedeva il cittadino Chauvelin era capace di una pazienza infinita. Gradualmente, comprese a cosa la donna volesse arrivare. 
"Il bambino, cittadino!" ripet agitata. "Che bisogna fare con lui? So che il cittadino Marat avrebbe voluto..." 
"Ora non preoccupatevi di cosa avrebbe voluto il cittadino Marat," la interruppe lui a bassa voce. "Ditemi prima chi  il bambino." 
"Io non lo so, cittadino," replic lei. 
"Cosa vorreste dire, che non lo sapete? Allora vi prego di spiegarmi, cittadina, per che cos' tutto questo agitarsi?" 
"Per il bambino, cittadino," ripet ostinata Jeannette. 
"Quale bambino?" 
"Il bambino che il cittadino Marat ha adottato l'anno scorso e che teneva in quell'orribile casa allo Chemin de Pantin." 
"Non sapevo che il cittadino Marat avesse adottato un bambino," comment pensieroso Chauvelin. 
"Nessuno lo sapeva," riprese lei. "Nemmeno la cittadina Evrard. Io ero l'unica a saperlo. Dovevo andare a vedere il bambino una volta al mese. Era un marmocchio derelitto e miserabile," prosegu la donna, il vecchio seno avvizzito vagamente agitato, forse, da un qualche atrofico sentimento materno. "Mezzo morto di fame e peggio... e lo sguardo che avevano i suoi occhi, cittadino! Era abbastanza da far piangere! Potevo vedere da quel suo povero corpicino emaciato, e dalle manine e dai piedini, che non avrebbe mai dovuto venir messo in quella casa orribile, dove..." 
S'interruppe, e quella rapida espressione di furtivo terrore, che tanto spesso si vedeva negli occhi dei timorosi a quei giorni, si insinu sul suo viso grinzoso. 
"Ebbene, cittadina," riprese a bassa voce Chauvelin, "perch non continuate? Quella casa orribile, stavate dicendo. Dove e qual  questa orribile casa di cui parlate?" 
"Quella diretta dal cittadino Leridan, giusto vicino al Bassin de l'Ourcq," mormor la donna. "Lo sapete, cittadino." 
Chauvelin annu. Stava iniziando a comprendere. 
"Ebbene, allora, ditemi," replic con la tranquilla pazienza che tanto spesso lo aveva ben servito in quella sua spaventosa professione. "Ditemi. Lo scorso anno il cittadino Marat ha adottato - s, diciamo che lo ha adottato - un bambino, che ha sistemato nella casa dei Leridan sulla via Pantin. Questo  corretto?" 
"La cosa sta proprio cos, cittadino. E io..." 
"Un momento," la interruppe lui in tono un po' pi severo, perch quella garrulit iniziava a dargli sui nervi. "Come avete detto, io conosco la casa dei Leridan. Io stesso ho avuto motivo di mandare l dei bambini. Bambini di aristos o di grassi borghesi, che  nostro dovere trasformare in buoni cittadini. L non vengono viziati, immagino," prosegu asciutto; "e se il cittadino Marat vi ha mandato il suo, ehm, diciamo figlio adottivo, non  stato certo con l'intenzione di vederlo educare come un aristo, no?" 
"Il bambino non doveva venir educato affatto," disse burbera la donna. "Ho sentito spesso il cittadino Marat dire che sperava si dimostrasse un ladro, crescendo, e che si buttasse sull'alcolismo come un'anatra all'acqua." 
"E voi non sapete nulla dei genitori?" 
"Niente, cittadino. Dovevo andare io l una volta al mese a dare un'occhiata al bambino e poi riferire al cittadino Marat. Per avevo da dirgli sempre la stessa cosa. Il bambino aveva sempre pi un'aria da giovane reprobo ogni volta che lo vedevo." 
"Il cittadino Marat pagava i Leridan per tenerlo?" 
"Oh, no, cittadino! I Leridan fanno lavorare i bambini, li mandano fuori a chiedere l'elemosina. Ma questo ancora non aveva il permesso di uscire. Gli ordini del cittadino Marat erano molto severi, e aveva terrorizzato i Leridan con la minaccia della ghigliottina se mai lo avessero perso di vista." 
Chauvelin rimase in silenzio per un po'. Un raggio di sole aveva attraversato le vie buie e tortuose del suo acuto cervello. Mentre ponderava la donna si fece impaziente, e continu a parlare con la loquacit tipica delle sue simili; lui non le fece nemmeno caso, finch una frase non gli colp l'orecchio. 
"E quindi ora," stava dicendo Jeannette Marechal, "io non so cosa fare. L'anello  sparito, e i Leridan sono sospettosi." 
"L'anello?" la interrog secco lui. "Quale anello?" 
"Come vi stavo dicendo, cittadino," rispose lei querula, "quando andavo a vedere il bambino il cittadino Marat mi dava sempre quell'anello da mostrare ai Leridan. Se non mi portavo l'anello loro non mi facevano entrare. Erano troppo terrorizzati da tutte quelle minacce di ghigliottinarli." 
"E ora mi dite che l'anello  scomparso. Da quando?" 
"Beh, cittadino," rispose in tono mite Jeannette, "da quando voi avete preso in custodia il povero Paul Mole." 
"Che intendete dire?" ribatt lui. "Cos'aveva a che fare Paul Mole con il bambino e l'anello?" 
"Soltanto questo, cittadino, che doveva andare lui al Pantin ieri sera al posto mio. E meno male che non dovevo andarci io. Il cittadino Marat ha dato il suo anello a Mole, immagino. So che intendeva darglielo. Me ne aveva parlato giusto prima che quella donna odiosa venisse ad ammazzarlo. Fatto sta che l'anello non c' pi, e neanche Mole. Per cui immagino che l'anello ce l'abbia Mole, e..." 
"Basta cos!" la interruppe brusco Chauvelin. "Potete andare!" 
"Ma cittadino..." 
"Potete andare, ho detto," ripet lui in tono tagliente. "La faccenda del bambino e dei Leridan e dell'anello non vi riguarda pi. Avete capito?" 
"S-s-s, cittadino," mormor Jeannette, terrorizzata senza saper di che. 
E in verit, l'atteggiamento di Chauvelin era cambiato in maniera sufficiente a spaventare qualsiasi creatura timorosa. Non che avesse gridato, sbraitato o fatto una sfuriata. Non erano quelli i suoi modi. Era ancora seduto dietro la scrivania proprio come prima, e la mano snella, tanto simile all'artiglio di un avvoltoio, era stretta al bracciolo della sedia. Ma aveva un tale sguardo di furia e trionfo in quegli occhi pallidi e infossati, una tale piega di crudelt attorno alle labbra strette e sottili, che Jeannette Marechal, che pure aveva bene in mente l'immagine di Jean Paul Marat nei suoi momenti peggiori, fugg, presa dall'irragionevole terrore che sempre prendeva i suoi simili di fronte alla fiera passione severamente controllata di quell'uomo. 
Chauvelin nemmeno not che se n'era andata. Rimase l seduto per molto tempo, silenzioso e immobile. Ora comprendeva. Grazie ai poteri preposti a Odio e Vendetta, nessun pensiero di disappunto era destinato ad amareggiare il calice traboccante del suo trionfo. Non solo aveva ridotto in ginocchio il proprio arcinemico, ma aveva anche sventato una delle sue audaci imprese. Oh, quant'era chiaro adesso tutto quanto! Il falso Paul Mole, quel servitore di nuovo acquisto nella dimora di Marat, si era insinuato nella fiducia del suo datore di lavoro con l'obiettivo di strappargli il segreto di quel figlio di aristos. Bravo, bravo, mia valente Primula Rossa! Ora Chauvelin riusciva a vedersi davanti tutto quanto. Tragedie come quella che aveva messo un figlio di aristo nelle mani di un astuto demone come Marat non erano rare a quei giorni, e lui era ben in grado, come natura e temperamento, di comprendere e apprezzare uno spregevole mostro del genere di Jean Paul Marat. 
E Paul Mole, il sudicio, degradato servitore dell'indigente demagogo, la disprezzabile maschera che nascondeva l'esasperante persona di Sir Percy Blakeney, aveva fatto un ultimo disperato sforzo per impossessarsi dell'anello che gli avrebbe consegnato il bambino. Ora, avendo fallito nelle sue macchinazioni, era al sicuro sottochiave, sorvegliato a vista. Le successive ventiquattro ore lo avrebbero visto smascherato, in attesa di processo e condannato in base ai roventi capi d'accusa presentati da Fouquier-Tinville, l'infallibile Pubblico Ministero. Il giorno seguente per quella esecrabile spia inglese vi sarebbero stati carretta e ghigliottina, e per lui la sconfinata soddisfazione perch l'ultimo intrigo era abortito in maniera tanto miserabile. 
E in verit, in quel momento Chauvelin aveva tutti i motivi di essere grato, e fu con il cuore leggero che and a parlare con i Leridan.
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Paragrafo 8.
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I Leridan, ansiosi, ossequiosi, terrorizzati, furono fin troppo pronti a obbedire in ogni cosa al cittadino rappresentante. 
Gli spiegarono compiaciuti che, anche se conoscevano di persona Jeannette Marechal, quando la cittadina si era presentata quello stesso mattino senza l'anello, le avevano rifiutato il permesso di vedere il marmocchio. 
Chauvelin, che nella sua mente aveva gi ricostruito l'intera tragedia del bambino rubato, era ben certo che per mettere in atto la propria satanica vendetta Marat non avrebbe potuto scegliere strumenti pi efficienti di quei due disgustosi prodotti della Parigi rivoluzionaria. 
Arraffoni, codardi e avidi, i Leridan erano disposti a qualsiasi abominio, se i soldi erano abbastanza; ma nessuna quantit di denaro sulla terra li avrebbe indotti a rischiare il collo. Chiaramente Marat li aveva tenuti sotto la minaccia della ghigliottina. Conoscevano il potere dell'Amico del Popolo, e lo temevano di conseguenza. La fusciacca ufficiale di Chauvelin, le sue maniere autoritarie, ebbero lo stesso effetto: ispirarono sbigottimento. Le due miserabili creature si fecero assolutamente abbiette, lamentose, da far raggricciare nelle loro proteste di lealt e buona volont. Nessuno, giurarono, avrebbe potuto anche solo vedere il bambino - anello o non anello - tranne il Cittadino Rappresentante stesso. Chauvelin, comunque, non provava alcun desiderio di vederlo. Si accontent di venire a sapere che si chiamava Lannoy... perch il bambino quello lo ricordava, quando era stato portato dai Leridan. Da allora apparentemente lo aveva dimenticato, anche se spesso piangeva invocando la sua Maman. 
Chauvelin ascolt tutte quelle spiegazioni con una certa impazienza. Il bambino per lui non era nulla, ma la Primula Rossa aveva desiderato salvarlo dalle grinfie dei Leridan: aveva rischiato tutto, perso tutto, con l'obiettivo di quel salvataggio! Questo in s era sufficiente perch gli interessasse veder portata a termine la vendetta di Marat, quale che ne fosse stata in origine la molla iniziale. 
Ad ogni buon conto, ora sapeva per certo che il bambino era al sicuro, e che i Leridan erano impervi alle minacce e a una corruzione che avrebbe potuto condurli alla ghigliottina. 
Ci a cui non erano impervi era la paura. 
"Paura di cosa?" chiese lui tagliente. 
Che il marmocchio potesse venire rapito... rubato. Oh, non lo si poteva portar via con l'inganno, per quello erano troppo attenti! Ma a quanto pareva v'erano degli agenti misteriosi all'opera... 
"Agenti misteriosi!" A quel suggerimento Chauvelin rise. L'agente misterioso in quel momento marciva in una cella oscura buia all'Abbazia. Quali altri poteri potevano stare lavorando a favore del marmocchio? 
Ebbene, i Leridan avevano ricevuto un avvertimento! 
Quale avvertimento? 
"Una lettera," disse l'uomo, scontroso. "Ma n io n mia moglie sappiamo leggere..." 
"Perch non ne avete parlato prima?" lo interruppe brusco Chauvelin. "Fatemi vedere questa lettera." 
La donna estrasse da sotto il grembiule un pezzo di carta umida e sporco di terriccio. E veramente non ne poteva leggere il contenuto, dal momento che era scritto in inglese, sotto forma di rime zoppicanti che spinsero Chauvelin a lasciarsi sfuggire una selvaggia imprecazione. 
"Quand' arrivata?" chiese poi. "E come?" 
"Questa mattina, cittadino," mormor la donna. "L'ho trovata fuori dalla porta, con sopra un sasso per impedire che il vento la portasse via. Che cosa vuol dire, cittadino?" continu poi, la voce tremula per il terrore, perch in verit il cittadino rappresentante aveva l'aria di aver visto una qualche strana apparizione ultraterrena. 
Per un attimo lui non rispose, e i due poltroni non avevano la minima idea di quale tremendo sforzo di autocontrollo vi fosse dietro la rigida, pallida maschera di quell'uomo formidabile. 
"Probabilmente non significa nulla di cui dobbiate aver paura," disse poi alla fine, a bassa voce. "Ma andr io stesso a parlare con il Commissario della Sezione, e gli dir di mandare una dozzina di uomini della Sret a sorvegliare la casa e a mettersi a vostra disposizione se fosse necessario. Cos vi sentirete al sicuro, spero." 
"Oh, s! Del tutto al sicuro, cittadino!" replic la donna con un sospiro di autentico sollievo. Dopodich, Chauvelin si limit a girare sui tacchi e andar via. 
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Paragrafo 9.
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Ma mentre attraversava rapido la citt, quel pezzetto di carta sporco e stropicciato che gli aveva dato la Leridan era ancora ben stretto nella sua mano, e a lui pareva che gli stesse ustionando il palmo. Anche prima di aver gettato uno sguardo sul contenuto, sapeva gi cosa fosse. Quell'insopportabile quartina inglese, e la firma, un fiore a cinque petali tracciato in cremisi! Quanto le conosceva bene! 
"Noi lo cerchiamo di qua e di l!" 
I momenti pi umilianti della sua carriera erano associati a quelle sciocche rime, e ora eccole l, a deriderlo persino nel momento in cui sapeva che il suo acerrimo nemico giaceva, in ceppi e inerme, in una trappola da cui non v'era fuga possibile; e anche se sapeva con assoluta certezza che la voce derisoria che aveva pronunciato quelle stesse rime, in un lontano giorno di settembre, ben presto sarebbe stata ridotta al silenzio per sempre. 
Senza dubbio qualcuno, nell'esercito di quelle abominevoli spie inglesi, aveva piazzato l'avvertimento fuori dalla porta dei Leridan. E senza alcun dubbio l'avevano fatto con l'intento di gettar polvere negli occhi del Pubblico Ministero e far nascere nella sua mente la confusione sull'identit del prigioniero all'Abbazia, il tutto a vantaggio del loro capo. 
Il pensiero che una tale confusione potesse esservi, che Fouquier-Tinville potesse venir indotto con l'inganno ad avere dei dubbi su chi fosse realmente Paul Mole, gli fece nascere un sudore gelido lungo la spina dorsale. Percorse di fretta l'interminabile Chemin de Pantin, fermandosi soltanto alla Barriere du Combat per parlare con il Commissario di Sezione in modo che mandasse degli uomini alla casa dei Leridan. Dopodich, quando fu certo che la cosa sarebbe stata fatta rapidamente e con efficienza, un'insopprimibile irrequietezza lo spinse ad affrettarsi verso gli alloggi del Pubblico Ministero in Rue Blanche... soltanto per vederlo, per parlargli, per essere certo. 
Oh, doveva essere certo che nessun dubbio, nessuna pusillanimit da parte di alcun pubblico ufficiale potesse mettersi di mezzo per impedire ai suoi sogni pi cari di compiersi! Documenti o no, testimonianze o no, l'incarcerato Paul Mole era la Primula Rossa... di questo lui era certo cos come lo era di essere vivo. I suoi stessi sensi avevano testimoniato a tal riguardo, mentre se ne stava in quella stretta stanza di Rue des Cordeliers, faccia a faccia - occhi negli occhi - con il suo nemico giurato. 
Sfortunatamente, tuttavia, trov il Pubblico Ministero di umore scontroso e ostinato in seguito a un incontro che aveva appena avuto con il Cittadino Commissario Cuisinier, proprio a proposito del prigioniero Paul Mole. 
"I suoi documenti sono tutti in ordine, vi dico," ribad irritato in risposta alla sua insistenza. "Richiedere un'esecuzione sommaria potrebbe costarmi la testa." 
"Ma ve lo dico io, quei documenti sono contraffatti," lo incit Chauvelin pieno d'impeto. 
"No, non lo sono," ribatt l'altro. "Il Commissario giura che  la sua firma, quella sul libretto d'identit. Il concierge all'Abbazia giura di riconoscere Mole, e altrettanto fanno tutti gli uomini della Sret che lo hanno visto. Il Commissario lo conosce come un indigente zoticone buono a nulla che mendica per le strade di Parigi sin da quando  stato rilasciato dalla galera alcuni mesi fa, dopo aver scontato una pena per appropriazione indebita. Persino il vostro uomo, Hebert, ammette di sentirsi dubbioso su quest'argomento. Avete avuto un incubo, cittadino," concluse Fouquier-Tinville con un'aspra risata. 
"Ma, nom d'un chien!" esplose furibondo Chauvelin. "Non mi starete proponendo di lasciarlo andare?" 
"Che altro posso fare?" riprese l'altro, agitato. "Ci metteremo in guai terribili se interferiamo con un uomo come Paul Mole. Sapete voi stesso come vada in questi giorni. Ci ritroveremmo con tutta la marmaglia di Parigi che reclama il nostro sangue. Se, dopo averlo ghigliottinato, si dimostrasse che era un buon patriota, poi verrebbe il mio turno. No, grazie!" 
"Ma ve lo dico io," insistette disperatamente Chauvelin, "quell'uomo non  Paul Mole...  quella spia inglese che tutti noi conosciamo come la Primula Rossa." 
"Eh bien!" ribatt Fouquier-Tinville. "Portatemi delle prove pi tangibili che il nostro prigioniero non  Paul Mole e io mi occuper in fretta di lui, non temete. Ma se per domani mattina non mi convincerete su questo punto... dovr lasciarlo andare per la sua strada." 
Alle labbra di Chauvelin sal un'imprecazione selvaggia. Si sentiva come un uomo che corre ansimando per raggiungere il proprio obiettivo, che lo vede a breve distanza, e che d'improvviso viene catturato, preso in una rete invisibile che lo tiene stretto, e contro la quale  incapace di lottare. Per un momento odi Fouquier-Tinville di un odio mortale; lo avrebbe minacciato e torturato fino a strappargli un consenso, un'ammissione. 
Nom d'un nom! Ora che la dannata spia inglese era effettivamente in suo potere, quell'uomo era uno sciocco pusillanime, a lasciare che un tale premio gli sfuggisse tra le dita! A Chauvelin pareva di soffocare; le dita snelle allentarono nervose il fazzoletto da collo, gocce di sudore scesero, inosservate, lungo la fronte pallida. 
Poi d'improvviso ebbe un'ispirazione, nientemeno che un'ispirazione! Pareva quasi che fosse stato Satana, il suo amico, a bisbigliargli parole insinuanti all'orecchio. Quel pezzetto di carta! Lo aveva ficcato un po' di tempo prima nella tasca del soprabito, quella sul petto. Era ancora l, e il Pubblico Ministero voleva una prova tangibile... Allora, perch non...? 
Lento, i pensieri che ancora recuperavano gradualmente la coordinazione, Chauvelin trasse di tasca lo sporco frammento di carta. Fouquier-Tinville, scontroso e di cattivo umore, gli aveva voltato la schiena a mezzo, e si stava cupamente tormentando i denti. Chauvelin ebbe tutta la tranquillit che gli serviva. Allisci le increspature della carta e la poggi con attenzione sulla scrivania, accanto al gomito dell'altro. Fouquier-Tinville le gett un'occhiata da sopra la spalla. 
"Che cos'?" 
"Come vedete, cittadino," fu la mite risposta di Chauvelin, "un messaggio simile a quelli che voi stesso avete ricevuto, ritengo, dal nostro comune nemico, la Primula Rossa." 
Ma il Pubblico Ministero aveva gi afferrato il foglietto, e per dire il vero lui non aveva pi alcun motivo di lamentarsi dell'indifferenza del suo collega. Quelle rime zoppicanti, per non parlare della firma, avevano il potere di suscitare l'ira di Fouquier-Tinville, cos come avevano il potere di disturbare la studiata calma di Chauvelin stesso. 
"Che cos'?" ripet il Pubblico Ministero, che ora aveva le labbra sbiancate. 
"Ve l'ho detto, cittadino," replic imperturbabile Chauvelin. "Un messaggio da parte di quella spia inglese.  anche la prova che avete richiesto... la prova tangibile che il prigioniero, Paul Mole, non  altri che la Primula Rossa." 
"Ma," esclam l'altro, rauco, "dove l'avete presa?" 
" stata trovata nella cella che Paul Mole occupava nella caserma di Rue de Tourraine, dov' stato incarcerato all'inizio. L'ho raccolta dopo che era stato trasferito... l'inchiostro quasi non s'era asciugato." 
La menzogna era passata agile sulla sua lingua. Non era forse ogni mezzo buono e ogni inganno giustificabile, se portava a una conclusione tanto gloriosa? 
"Perch non me ne avete parlato prima?" lo interrog Fouquier-Tinville, con un improvviso lampo di sospetto negli occhi infossati. 
"Prima non mi avevate chiesto una prova tangibile," replic in tono mite Chauvelin. "E io ero cos fermamente convinto delle mie affermazioni che avevo pressoch dimenticato l'esistenza di questo dannato pezzetto di carta." 
Dannato veramente! Fouquier-Tinville aveva gi visto in precedenza simili foglietti. Aveva imparato a memoria quella quartina zoppicante, anche se la lingua inglese non gli era familiare. Detestava gli inglesi, l'intera nazione, con quell'odio mortale che una divergenza di vedute politiche suscita in tempi di acuta crisi. Odiava il governo inglese, Pitt e Burke e persino Fox, l'ottimista apologeta della giovane rivoluzione. Ma, pi di chiunque altro, odiava quella Lega di spie inglesi - come gli piaceva chiamarle - il cui coraggio, le cui risorse e la cui irrefrenabile audacia avevano pi di una volta beffato i suoi malvagi piani di assassinio, saccheggio e stupro. 
Grazie a Belzeb e alla sua orda di spiriti malvagi, il cittadino Chauvelin aveva avuto la vista abbastanza lunga da riconoscere l'inafferrabile Primula sotto il travestimento di Paul Mole. 
"Vi siete ben adoperato per la vostra patria," disse Tinville con fervore, dandogli una vigorosa pacca sulla spalla. "Non fosse stato per voi, avrei permesso a quell'abominevole spia di sgusciarci tra le dita." 
"Sono riuscito a convincervi, cittadino?" replic asciutto Chauvelin. 
"Assolutamente!" gli assicur l'altro. "Potete lasciare a me la faccenda. E sar il nostro amico Mole a rimanere sorpreso, domani," aggiunse con un aspro scoppio di risa, "quando si trover faccia a faccia con me, di fronte alla Corte di Giustizia." 
Era pieno di entusiasmo, ovviamente. Che trionfo per lui! Il processo della famigerata Primula Rossa con l'accusa di spionaggio sarebbe stato il glorioso coronamento della sua carriera! Che gli altri guardassero pure ai loro allori! Colui che avesse portato alla ghigliottina quel pericoloso nemico della Rivoluzione sarebbe stato proclamato in eterno il salvatore della Francia. 
"Un processo breve," disse a Chauvelin quando, dopo una lunga discussione che aveva coperto diversi punti, alla fine si alz per andarsene, "ma rovente! Ve lo dico io, cittadino Chauvelin, domani sarete voi il primo a congratularsi con me per un trionfo senza precedenti." 
Nella discussione era stato a favore di un processo sensazionale e di un'esecuzione non meno sensazionale. Chauvelin, con la memoria che lo riportava brusca a molte misteriose sparizioni fin da sotto la ghigliottina stessa, avrebbe preferito vedere il suo sfuggente nemico messo silenziosamente a morte in mezzo a un mucchio di traditori, cosa che avrebbe aiutato a mantenere nascosta la sua identit fin dopo la discesa della lama, quando l'intera Parigi avrebbe risuonato in trionfo per la pena inflitta a quella spia tanto odiata. 
Alla fine i due amici si trovarono d'accordo per un compromesso, e si separarono compiaciuti di quel rivolgimento degli eventi che un Fato benevolo aveva ordinato a loro beneficio. 
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Paragrafo 10.
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Cos, soddisfatto, Chauvelin ritorn all'Abbazia. Hebert era sicuro e affidabile, ma era stato anche lui assalito da quegli stessi dubbi che avevano quasi fatto inabissare il suo trionfo, e con quei dubbi nella mente era possibile che avesse allentato la vigilanza. 
Nom d'un nom! Ogni uomo incaricato di quella dannata Primula Rossa avrebbe avuto bisogno di tre paia d'occhi con cui sorvegliarne i movimenti. Avrebbe avuto bisogno del cervello in allerta di un Robespierre, della forza fisica di un Danton, della spietatezza di un Marat. Avrebbe dovuto essere un gigante per la forza bruta, una tigre per la prudenza, un elefante per il peso, e un topo per la capacit di non farsi notare! 
Nom d'un nom! Soltanto l'odio poteva conferire tali poteri a un qualunque uomo! 
Hebert, nella stanza delle guardie, riconobbe i propri dubbi. Anche i suoi compagni ammisero che dopo ventiquattro ore passate in sorveglianza le loro menti erano un turbinio. Il Cittadino Commissario era stato talmente sicuro... e anche il concierge a capo dell'Abbazia, persino in quel momento; e gli uomini della Sret! Loro stessi avevano visto il vero Mole pi di una volta... e quell'uomo nella cella... ebbene, il Cittadino Rappresentante sarebbe stato disposto a dargli un'ultima occhiata? 
"Sembrate dimenticare Calais, cittadino Hebert," disse lui tagliente, "e la mortale umiliazione che avete subito per mano di quest'uomo che ora  vostro prigioniero. Di certo i vostri occhi avrebbero dovuto essere almeno acuti quanto i miei." 
Ansioso, irritabile, i nervi a fior di pelle, cionondimeno attravers la stanza delle guardie a passo deciso ed entr nella cella in cui il prigioniero ancora giaceva sul pagliericcio, com'era stato per tutto il tempo, e ancora mostrava quella spalla nuda attraverso lo strappo nel camiciotto. 
" rimasto cos per quasi tutta la giornata," disse Hebert con una scrollata di spalle. "Gli abbiamo messo il pane e l'acqua sotto il naso. Ha mangiato e bevuto, e immagino che abbia dormito. Ma a parte una buona quantit di imprecazioni, non ha parlato a nessuno di noi." 
Aveva seguito il suo capo nella cella, e ora stava l accanto al pagliericcio, reggendo una piccola lanterna cieca. A un segnale di Chauvelin punt la luce sulla testa del prigioniero, ancora girato dall'altra parte. 
Mole imprec per un poco, e borbott qualcosa su "buoni patrioti" e "rivincite". Poi, tormentato dalla luce, si volt lentamente, e guard i visitatori con occhi appannati simili a quelli di un pesce. 
A Chauvelin si gelarono sulle labbra le parole di pungente ironia e trionfante sarcasmo che si era ben preparato. Pass lo sguardo sul prigioniero, e nel farlo gli piomb addosso una strana sensazione di qualcosa di misterioso, al di l della comprensione. Lui stesso non sarebbe stato in grado di definire quello stato d'animo. Un istante dopo era gi pronto a ridicolizzare la sua stessa codardia - s, codardia! perch per un secondo o due si era sentito realmente spaventato. 
Spaventato da cosa, per? L'uomo rannicchiato quella cella era il suo arcinemico, la Primula Rossa, l'uomo che detestava di pi al mondo, l'uomo la cui morte desiderava pi di quella di qualsiasi altra creatura vivente. Era stato catturato letteralmente al fianco dell'assassinato di cui era riuscito a guadagnarsi la fiducia. Lui stesso, Chauvelin, in quel momento fatidico aveva guardato negli occhi del fasullo Mole e vi aveva visto la derisione, la pigra insouciance che era la principale caratteristica di Sir Percy Blakeney. Aveva udito una debole eco di quella risata insulsa che gli grattava i nervi. Dopodich Hebert aveva messo le mani su quello stesso uomo; gli agenti della Sret avevano sbarrato ogni ingresso e ogni uscita della casa, avevano condotto il prigioniero direttamente in caserma e da l all'Abbazia, e da quel momento era stato sorvegliato a vista, giorno e notte. Lo giuravano tutti; Hebert e gli altri, cos come il secondino capo! 
No, no! Non poteva esservi alcun dubbio! Non v'era alcun dubbio! I giorni della magia erano finiti! Un uomo non poteva trasmutarsi in qualcun altro; n poteva volar fuori da quella forma come un uccello dalla sua gabbia. L sul pagliericcio in quella miserabile cella v'erano le stesse lunghe membra, le spalle ampie, il viso lurido con i tre giorni di barba ispida... l'intera persona di quel disgraziato rottame di Paul Mole, in effetti, a nascondere quella dell'exquisite Sir Percy Blakeney, baronetto. Eppure...! 
Chauvelin sent i sudori freddi lungo la schiena mentre guardava, muto e immobile, in quegli occhi da pesce, che non erano... no! non erano quelli della vera Primula Rossa. 
L'intera situazione si fece onirica, quasi assurda. Chauvelin non era un uomo fatto per qualcosa di tanto eroicomico, melodrammatico. Buon senso, ragione, la sua fredda capacit di decidere, si sarebbero ben presto imposti di nuovo. Ma per il momento era stordito. Aveva lavorato troppo duramente, non v'era dubbio; aveva sostenuto troppa eccitazione, trionfo e odio. Si volt verso Hebert, che gli rimaneva accanto stolido, e gli diede alcuni ordini con voce chiara e precisa. Poi usc dalla cella senza concedere un altro sguardo al prigioniero. 
Ancora una volta Mole si era rigirato sul pagliericcio, e apparentemente si era messo a dormire. Hebert, con una risata strana e perplessa, segu il suo capo fuori dalla cella. 
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Paragrafo 11.
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Sulle prime Chauvelin avrebbe voluto tornare a vedere il pubblico ministero... per parlare con lui... per dirgli... cosa? Gi, cosa? Che lui, Chauvelin, era stato all'improvviso colto dagli stessi dubbi che avevano tormentato Hebert e gli altri...? che aveva deliberatamente mentito, nell'affermare che quei versi incriminanti erano stati trovati nella cella di Mole? No, no! Una tale ammissione non sarebbe stata soltanto sciocca, sarebbe stata pericolosa, ora, mentre lui stesso era ben poco disposto a fidarsi dei propri sensi. Dopotutto, al momento Fouquier-Tinville era nella giusta disposizione d'animo. Paul Mole, chiunque fosse, era al sicuro sottochiave. 
L'unico pericolo proveniva della casa sullo Chemin de Pantin. A quel pensiero venne preso dalle vertigini, dalla debolezza. Ma non si sarebbe concesso di riposare. In realt, non sarebbe riuscito a riposare fino a quando qualcosa di almeno simile alla certezza non si fosse saldamente stabilito nella sua anima. Non poteva, non voleva credere di essere stato ingannato. Era ancora pronto a mettere in gioco la sua stessa vita sull'identit del prigioniero all'Abbazia. Un tocco di luce, il bagliore della lanterna, la perfezione del travestimento, avevano causato un'illusione momentanea... nulla di pi. 
Tuttavia, quella spaventosa irrequietezza che si era impossessata di lui nel corso delle ultime ventiquattro ore lo indusse ancora una volta all'attivit. E anche se il buon senso e la ragione lo tiravano entrambi dalla stessa parte, un inquietante bisbiglio superstizioso gli ripeteva all'orecchio le minacciose parole E se, dopotutto... 
Ad ogni buon conto, sarebbe andato a vedere i Leridan, ad accertarsi, ancora una volta; e cos, per quanto l'ora fosse tarda, si diresse verso la casa isolata sulla via Pantin. 
Subito dentro la Barriere du Combat v'era la Poste de Section, dove il Commissario Burban aveva ricevuto ordine di fornire una dozzina di uomini della Sret, che dovevano restare di guardia attorno alla casa dei Leridan. Chauvelin fece visita al commissario, il quale gli assicur che gli uomini erano al loro posto. 
Cos rassicurato, attravers la Barriere e inizi a percorrere a passo svelto il lungo Chemin de Pantin. La notte era buia. Le nuvole rigonfie nascondevano il volto della luna, e presagivano tempesta. Sulla destra, i rilievi irregolari delle Buttes Chaumont incombevano neri stagliandosi contro il cielo pesante, mentre a sinistra, pi avanti, un debole baluginare grigiastro di luci riflesse rivelava la vicinanza del canale. 
Nei pressi del punto in cui Route de Meux intersecava lo Chemin de Pantin, rallent il passo. La casa dei Leridan era adesso immediatamente alla sua sinistra. Da essa un debole raggio di luce, che senza alcun dubbio si era aperto la strada attraverso le persiane malchiuse, penetrava l'oscurit circostante. Chauvelin, senza esitazione, svolt sullo stretto sentiero che conduceva alla casa attraversando un campo di sterpaglie. Un attimo dopo, una voce perentoria gli intim di fermarsi. 
"Chi giunge?" 
"Salute Pubblica," replic. "Chi siete voi?" 
"Della Sret," fu la controrisposta. "C' una dozzina di noi qui." 
"Quando siete arrivati?" 
"Pi o meno due ore fa. Ci siamo messi in marcia immediatamente dopo che avete lasciato l'ordine al Commissariato." 
"Siete pronti a rimanere di guardia tutta la notte?" 
"Questi sono i nostri ordini, cittadino," replic l'altro. 
"Meglio che stringiate la casa pi da vicino, allora. E, nom d'un chien!" aggiunse poi con un tono di minaccia della voce, "badate a non allentare la vigilanza questa notte. Nessuno deve entrare o uscire da quella casa, nessuno deve avvicinarsi, in nessuna circostanza. Avete capito?" 
"Questi erano i nostri ordini fin dall'inizio, cittadino," disse semplicemente la guardia. 
"Ed  andato tutto bene sinora?" 
"Noi non abbiamo visto nessuno, cittadino." 
Il gruppetto si radun attorno al suo capo, e tutti insieme marciarono verso l'edificio. Chauvelin, sulle spine, camminava pi svelto degli altri, e fu il primo a raggiungere la porta. Incapace di trovare la corda della campanella nell'oscurit, buss con vigore. 
La casa pareva silenziosa, immersa nel sonno. Dall'interno non proveniva alcuna luce, tranne quell'unica flebile lama che usciva dalle spaccature delle persiane malmesse di una stanza subito sopra la porta. 
In risposta ai suoi ripetuti richiami vi fu il rumore di qualcuno che si muoveva in una delle stanze al piano di sopra, e ben presto quella luce scomparve; si ud una porta che veniva aperta e chiusa, e poi passi strascicati che scendevano lenti, e lo scricchiolio dei gradini. 
Un attimo dopo i catenacci e le sbarre della porta sul davanti vennero tolti, una chiave gratt nella serratura arrugginita, una catena sferragli, e poi la porta venne aperta, con lenta cautela. 
Sulla soglia apparve la Leridan, che reggeva alta sopra la testa una sgocciolante candela di sego. Quella luce vacillante illumin la figura snella di Chauvelin. 
"Ah! Il Cittadino Rappresentante!" esclam la donna nel riconoscerlo. "Non vi aspettavo di nuovo oggi, e a quest'ora tarda, per giunta. Dir al mio uomo..." 
"Lasciate stare il vostro uomo," la interruppe Chauvelin impaziente, oltrepassandola senza cerimonie per entrare nella casa. "Il bambino?  al sicuro?" 
Riusciva a fatica a tenere sotto controllo la propria agitazione; nelle orecchie aveva un ronzio simile a quello di un mare infuriato. Il secondo che pass prima che la donna parlasse gli parve durare un anno intero. 
"Al sicuro eccome, cittadino," disse lei placida. "Tutto  ben al sicuro. Siamo stati talmente grati per quegli uomini della Sret. Prima avevamo paura, come avevo detto al Cittadino Rappresentante, e io e il mio uomo non riuscivamo a riposare per l'ansia.  stato solo dopo che sono arrivati che abbiamo osato andare a letto." 
A Chauvelin sfugg un profondo sospiro di sollievo, che saliva dritto dai precordi. Fino a quel momento non si era reso conto di quanto fosse stato disperatamente ansioso; le parole rassicuranti della donna avevano alleviato la sua mente da un peso schiacciante. Si volt verso l'uomo alle sue spalle. 
"Non mi avete detto che alcuni dei vostri erano gi stati qui." 
"Non siamo venuti qui prima," replic il sergente al comando del piccolo plotone. "Non so di cosa stia parlando la donna." 
"Alcuni dei vostri uomini sono arrivati qui pi o meno tre ore fa," ribad quella; "meno di un'ora dopo che c'era stato il Cittadino Rappresentante. Mi ricordo che io e mio uomo ci siamo meravigliati di quant'erano arrivati in fretta, ma loro hanno detto che erano di stanza alla Barriere du Combat quando il cittadino  arrivato, e che li aveva mandati subito qui. Hanno detto che avevano corso per tutta la strada. Ma anche cos, abbiamo pensato che avevano fatto ben in fretta..." 
Quelle parole le si spensero in gola a causa di un grido di dolore, perch, con un gesto quasi brutale, Chauvelin l'aveva afferrata per le spalle. 
"Dove sono quegli uomini?" la interrog aspro. "Rispondete!" 
"L, e anche l," balbett la donna, quasi svenuta per il terrore, indicando due porte, una su ciascun lato del corridoio. "Tre in ogni stanza. Adesso dormono, mi verrebbe da dire, dal silenzio che fanno. Per sono stati un immenso conforto per noi, cittadino... eravamo cos lieti di averli in casa..." 
Ma Chauvelin le aveva gi strappato la candela di mano. Reggendola alta sopra la testa, and a grandi passi verso la porta sulla destra del corridoio. Era socchiusa; lui la apr con un calcio maligno. La stanza era immersa nell'oscurit pi totale. 
"C' qualcuno l?" chiese in tono tagliente. 
A rispondere fu soltanto il silenzio. Per un attimo rimase sulla soglia, silente e immoto come una figura scolpita nella pietra. Gli restavano giusto lucidit mentale e forza di volont sufficienti per non lasciar cadere la candela, per rimanere immobile, dando la schiena alla donna e agli uomini che dopo averlo seguito gli si erano affollati attorno. Non avrebbe permesso loro di vedere la disperazione, la furia e la paura superstiziosa che distorcevano i suoi pallidi lineamenti. 
Non chiese del bambino. Non si fidava di parlare, perch aveva gi compreso fino a che punto fosse stato beffato. Quelle abominevoli spie inglesi erano rimaste in attesa di un'opportunit, avevano lavorato sulla credulit e le paure dei Leridan e, giocando al gioco in cui loro e il loro audace capo erano inarrivabili esperti, si erano aperti la via in quella casa grazie a un astuto inganno. 
Gli uomini della Sret, che non comprendevano del tutto la situazione, decisero di interrogare i Leridan, e l'uomo conferm la storia della moglie. La loro ansia era stata sfruttata proprio nel momento in cui era pi acuta. Dopo che il cittadino rappresentante li aveva lasciati, quella sera, avevano ricevuto un altro misterioso messaggio che non erano stati in grado di leggere, ma che aveva enormemente aumentato il loro allarme. Dopodich, quando gli uomini della Sret erano arrivati... ah no, non avevano certo motivo di dubitare che quelli fossero uomini della Sret! i loro abiti, il modo di parlare, il loro aspetto... potete ben capirlo, persino le loro uniformi! avevano parlato in maniera cos cortese, cos rassicurante. E loro erano stati talmente grati di vederli! Quelli si erano sistemati nelle due stanze del piano terra, e per ulteriore sicurezza il bambino Lannoy era stato portato gi dalla sua soffitta e messo a dormire in una delle stanze appunto con gli uomini della Sret. 
Dopodich i Leridan erano andati a letto. Nom d'un chien! Come potevano essere da biasimare, loro? Quegli uomini e il bambino erano scomparsi, ma loro, i Leridan, sarebbero andati fin sulla ghigliottina giurando che nessuno poteva biasimarli. 
Se avesse udito tutte quelle geremiadi oppure no, in seguito nemmeno Chauvelin sarebbe stato in grado di dirvelo. Ma non aveva bisogno di sentirsi raccontare come fosse andata. Era tutto talmente semplice, talmente ingegnoso, talmente simile ai metodi abitualmente adottati da quell'astuta Primula Rossa! Vedeva tutto cos chiaro davanti a s. Nessuno era da biasimare, in realt, tranne lui stesso... lui, il solo che conosceva e comprendeva l'avversario con cui avevano a che fare. 
Ma i presenti non avrebbero avuto lo spettacolo gratuito di un uomo che sopportava i tormenti della delusione e della vendetta beffata. Quel che in quel momento Chauvelin stava soffrendo sarebbe rimasto per sempre un segreto nella sua anima. Poco dopo, quando le voci raspose dei Leridan erano svanite nelle parti pi distanti della casa e gli uomini della Sret erano occupati ad accettare rinfreschi e gratitudine da quei due derelitti terrorizzati, mise gi la candela con mano ferma e usc dalla casa a passo deciso. 
Ben presto, mentre ritornava a grandi falcate verso la citt, la sua snella figura venne inghiottita dal buio. 
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Paragrafo 12.
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Quella stessa sera, il cittadino Fouquier-Tinville era ritornato a casa a tarda ora dal Palais. La sua famiglia, nella semplice dimora in Place Dauphine, era gi a letto; sua moglie e i gemelli dormivano. Lui si sedette per un attimo in soggiorno, in vestaglia e pantofole, tenendo in mano l'ultima edizione del Moniteur, ma troppo stanco per leggere. 
Erano le dieci e mezza passate quando la campanella della porta d'ingresso suon; egli, che un po' si aspettava che il cittadino Chauvelin gli facesse un'ultima visita, si trascin fino alla porta e la apr. 
Un visitatore, alto, ben vestito, straordinariamente educato e cortese, chiese pochi minuti di conversazione con il cittadino Fouquier-Tinville. 
Prima ancora che il Pubblico Ministero avesse potuto decidere se fosse il caso di introdurre nelle proprie stanze a un'ora cos tarda un visitatore, quest'ultimo si era aperto la strada fin nell'anticamera, e con un movimento rapido quanto inaspettato gli aveva gettato una sciarpa attorno al collo e alla bocca, tanto che il grido d'aiuto dello sfortunato gli si spense in gola. 
Il mascalzone aveva agito con tale destrezza e velocit che la sua vittima quasi non si era resa conto dell'assalto prima di trovarsi ben imbavagliata e legata a una sedia nella propria anticamera, mentre quel temerario gli stava davanti in piedi, perfettamente a proprio agio, le mani affondate nelle capaci tasche dell'amplissimo soprabito con la mantella, mormorando qualche disinvolta parola di scuse. 
"Vi supplico di perdonare, cittadino," stava dicendo con voce piana e gradevole, "questa necessaria violenza da parte mia nei vostri confronti. Ma la mia  una questione urgente, e non potevo permettere ai vostri vicini o alla vostra famiglia di disturbare i pochi minuti di conversazione che mi vedo costretto ad avere con voi. Il mio amico Paul Mole," continu dopo una breve pausa, "vede la propria vita in pericolo a causa di un'allucinazione da parte del nostro comune amico, il cittadino Chauvelin; e nutro fiducia che voi siate troppo profondamente innamorato del vostro collo per rischiarlo mandando volontariamente alla ghigliottina un innocente e sincero patriota." 
Ancora una volta s'interruppe, abbassando lo sguardo al suo riluttante interlocutore che, i muscoli tesi contro le corde che lo trattenevano, gli occhi che quasi gli uscivano dalle orbite in un accesso di paura e rabbia, era davvero uno spettacolo pietoso. 
"Oso dire che oramai, cittadino," continu imperturbabile il brigante, "avrete indovinato chi sono. Voi ed io abbiamo gi incrociato prima d'ora spade invisibili; ma questa, ritengo,  la prima volta che ci incontriamo faccia a faccia. Vi prego, dite al mio caro amico Monsieur Chauvelin che mi avete visto. E vi prego di dirgli anche che v'erano due fatti che lui ha lasciato completamente al di fuori dei propri calcoli, per quanto perfetti fossero. Il primo fatto,  che v'erano due Paul Mole: uno reale e uno fittizio. Ditegli questo, vi prego.  stato il Paul Mole fittizio che ha rubato l'anello, e che per un momento ha guardato negli acuti occhi del cittadino Chauvelin. Ma quello stesso Paul Mole era gi scomparso nella folla prima che il vostro collega recuperasse la lucidit mentale. Ditegli, vi prego, che l'elusiva Primula che lui conosce tanto bene non sceglie mai i suoi travestimenti per un capriccio. Prima aveva scoperto l'esistenza del vero Paul Mole e lo aveva studiato, imparato la sua personalit, fino a divenire una perfetta replica di quel miserabile poltrone.  stato il falso Paul Mole a indurre Jeannette Marechal a introdurlo nella dimora del cittadino Marat, fin da principio.  stato lui a guadagnarsi la fiducia del suo datore di lavoro; lui, in cambio di una piccola ricompensa, aveva preso in prestito i documenti di identit del suo prototipo reale. E ancora  stato lui che, per pochi franchi, ha indotto il vero Paul Mole a seguirlo nella casa del demagogo assassinato e a mescolarsi una volta l con i presenti. Lui ha rimesso i documenti di identit nelle mani del loro giusto proprietario mentre a sua volta si lasciava inghiottire dalla folla. Ma  stato il vero Paul Mole che alla fine  stato arrestato, e che ora langue nella prigione dell'Abbazia, dalla quale bisogna che voi, cittadino Fouquier-Tinville, lo liberiate all'istante, pena il dover soffrire gli stessi incubi del vostro amico." 
"Il secondo fatto che il nostro amico cittadino Chauvelin ha dimenticato," prosegu, sempre con la stessa bonaria cordialit, " che, anche se  capitato che fossi io a suscitare la sua insopprimibile ira, io non sono che un singolo uomo in una lega di valenti gentiluomini inglesi. Il loro capo, sono fiero di dire; ma senza di loro, sarei inerme. Senza uno di loro accanto a me, al fianco dell'assassinato Marat, non mi sarei liberato dell'anello in tempo, prima che rudi mani mi perquisissero fin sotto gli abiti. Senza di loro, io non avrei potuto portar via il figlio di Madeleine Lannoy da quel terribile inferno a cui la vendetta di un marrano lussurioso aveva condannato quel povero innocente. Ma mentre il cittadino Chauvelin, pungolato dal trionfo quanto dall'ansia, si precipitava dalla casa dei Leridan a voi, e da voi all'Abbazia, per gongolare del proprio nemico prigioniero, la Lega della Primula Rossa preparava e metteva in pratica i propri piani con tutta calma. Travestiti da uomini della Sret, abbiamo approfittato del terrore dei Leridan per avere accesso alla casa. Spaventati a morte dai vostri ammonimenti, cos come dalle minacce del cittadino Chauvelin, non soltanto ci hanno fatti entrare, ma hanno addirittura affidato a noi il figlio di Madeleine Lannoy. Dopodich se ne sono andati ben contenti a letto, e noi, prima che i veri uomini della Sret arrivassero sulla scena, ci eravamo gi levati di torno in tutta sicurezza. I miei valenti amici inglesi sono a una certa distanza da Parigi, ora, e stanno scortando Madeleine Lannoy e suo figlio verso la salvezza. Ritorneranno a Parigi, cittadino," continu l'audace avventuriero, con una risata piena di gioia e incontenibile vitalit, "e come prima saranno miei assistenti in molte avventure che indurranno voi e il cittadino Chauvelin a digrignare i denti per la rabbia. Ma io rimarr a Parigi," concluse in tono leggero. "S, Parigi; sotto il vostro naso, e totalmente al vostro servizio!" 
Un istante dopo se n'era gi andato, e Fouquier-Tinville venne lasciato l a domandarsi se l'intera apparizione non fosse stata un orribile sogno. Soltanto che non v'era alcun dubbio sul fatto che lui fosse imbavagliato e legato con delle corde a una sedia; e fu l che sua moglie lo trov un'ora pi tardi, quando si risvegli dal primo sonno, ansiosa perch ancora lui non era andato a letto. 
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Il Cabaret de la Libert.
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Paragrafo 1.
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"Otto!" 
"Dodici!" 
"Quattro!" 
Un'imprecazione accompagn quell'ultimo tiro, che venne accolto da scoppi di risate ribalde. 
"Non hai fortuna, Guidal!" 
"Sempre il lato sbagliato del carretto, eh, cittadino?" 
"Non disperare ancora, buon vecchio Guidal!  il brutto inizio che porta a una bella conclusione!" 
Poi ancora una volta i dadi ruzzolarono nei bussolotti, e gli astanti si pigiarono attorno ai giocatori; volti avidi e arrossati, coperti di sudore e sporcizia, guardavano impazienti il tavolo. 
"Otto e undici - diciannove!" 
"Dodici e zero! Per Satana! Accidenti a lui! Che sfortuna!" 
"Quattro e nove - tredici! Numero sfortunato!" 
"Forza adesso, di nuovo! Io punto su Merri! Dieci assegnati di quelli che valgono meno! Chi scommette con me che Merri si prende la ragazza, alla fine?" 
Questo l'aveva detto uno degli spettatori, una creatura alta e cadaverica con occhi infossati e spalle ampie, curve e continuamente scosse da una tosse secca e raschiante che proclamava le devastazioni di una qualche malattia mortale, lasciandolo tremante, quasi avesse la malaria, e con gocce di sudore alle radici dei capelli penduli e flosci. Tra i presenti corse una recrudescenza di eccitazione. I giocatori, seduti attorno a uno stretto tavolo di legnaccio sul quale le passate libagioni avevano lasciato il segno in cerchi appiccicosi, avevano ben poco spazio per muovere i gomiti. 
"Diciannove e quattro - ventitr!" 
"Sei fuori, Desmonts!" 
"Non ancora!" 
"Dodici e dodici!" 
"Ecco! Che ti avevo detto?" 
"Aspetta! Aspetta! Adesso, Merri! Adesso! Ricordati che ho puntato su di te dieci assegnati, che propongo di rubare questa notte all'ebreo pi vicino." 
"Tredici e dodici! Venticinque, per tutti i demoni e i ghoul!" fu l'urlo trionfante dell'ultimo che aveva tirato. 
"E Merri ce la fa! Viva Merri!" fu l'unanime, clamorosa reazione. 
Merri era con tutta evidenza il pi popolare fra i tre giocatori. Ora se ne stava stravaccato sulla panca, la schiena poggiata contro il tavolo, e osservava la compagnia l riunita con l'aria di un Achille che avesse sconfitto il suo Ettore. 
"Buona fortuna a te e alla tua aristo!" inizi a dire ad alta voce il suo sostenitore, e senza alcun dubbio avrebbe continuato con le lodi se un violento attacco di tosse non gli avesse soffocato le parole in gola. La mano che aveva levato per dare al suo amico una gioviale pacca sulla schiena se la port invece al petto, in una stretta convulsa. 
Ma il suo evidente disagio a quanto pareva non disturb la tranquillit di Merri; e non suscit nemmeno un fuggevole interesse nei presenti. 
"Che possa avere tanti soldi quanto dicono le voci," comment sentenzioso uno degli uomini. 
Merri fece un gesto noncurante con la mano lurida. 
"Di pi, cittadino, di pi!" replic poi ad alta voce. 
Soltanto i due perdenti parevano inclini allo scetticismo. 
"Bah!" disse uno di loro, Desmonts. "L'intera faccenda dei soldi di quella donna potrebbe essere un mucchio di bugie!" 
"E l'Inghilterra  ben lontana!" aggiunse Guidal. 
Ma Merri non intendeva certo lasciarsi deprimere da quel cupo gracchiare. 
"Viene facile," disse in tono da filosofo, "disprezzare la merce, se non si  in grado di comprare." 
Poi lo interruppe una voce dall'angolo della stanza: "E ora, cittadino Merri,  tempo vi ricordiate che la serata  calda, e i vostri amici assetati!" 
L'uomo che aveva parlato era una creatura bassa e dalle spalle ampie, con un volto cremisi circondato da una frangia di pelo bianco, come un pomodoro maturo avvolto nei bioccoli di cotone. 
"E lasciate che vi dica," aggiunse compiaciuto, "che di sotto ho una botte di rum arrivato direttamente da quel maledetto paese, l'Inghilterra, e dicono che sia il nettare di cui si nutre quell'accidenti di Primula Rossa. Gli d la forza di tessere i suoi intrighi contro i rappresentanti del popolo, questo dicono." 
"E allora forza, cittadino," concluse il sostenitore di Merri, ancora rauco e affaticato dopo il suo accesso di tosse, "fateci avere un po' del vostro nettare. Il mio amico, il cittadino Merri, avr bisogno di forza e anche di ingegno, ve lo garantisco, perch dopo aver sposato l'aristo, se ne dovr andare in Inghilterra a recuperare la ricca dote che dicono sia nascosta l." 
"Non gettate dubbi su quella dote, cittadino Rateau, maledetto voi!" lo interruppe Merri con un'occhiata sprezzante verso i suoi ex rivali, "altrimenti Guidal e Desmonts smetteranno di avere l'aria cupa, e met della mia gioia per aver vinto l'aristo se ne andr." 
Dopodich la conversazione si spost su argomenti generali, divenne ilare e ribalda, mentre i pesanti fumi di quel rum inglese tanto celebrato riempivano l'atmosfera della stretta stanza. 
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Paragrafo 2.
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Aperto sulla strada che aveva davanti, il locale noto con il pretenzioso nome di "Cabaret de la Libert" era uno dei favoriti tra i relitti e la feccia della popolazione di quell'angolo della vecchia Parigi; uomini e a volte donne senza nulla di particolare da fare, senza particolari mezzi di sussistenza salvo ingrassare sulle innumerevoli miserie e sofferenze che quella rivoluzione, un tempo cos gloriosa, si trascinava dietro; oziosi e sfaccendati, che scendevano senza entusiasmo i pochi gradini sporchi e consunti che dal livello della strada conducevano nel cabaret. L si poteva sempre bere del buon brandy o della buona acquavite, e nessuno faceva domande: non v'era motivo di temere le guardie rivoluzionarie o gli agenti segreti del Comitato di Salute Pubblica, che sapevano bene quanto poco fosse il caso di interferire con il cittadino oste e la sua dubbia clientela. E l si trovavano anche del buon vino del Reno o del rum, contrabbandati dall'Inghilterra e dalla Germania; e nessuna interferenza da parte delle spie di quegli innumerevoli Comitati, pi autocratici di qualsiasi ci-devant despota. Era, in effetti, un luogo ideale in cui condurre quelle transazioni losche che sono l'inevitabile corollario di una democrazia priva di limiti. Progetti di furto, saccheggio, rapina, persino omicidio, si schiudevano in quella tana sotterranea in cui, non appena calava la sera, una lampada a olio fumosa e solitaria gettava una fioca luce su volti a cui piaceva corteggiare le tenebre, e dalla quale nessun suono poteva arrivare per sbaglio a orecchie indiscrete nella strada al di sopra. Le pareti erano incrostate di fumo e untume, il pavimento pieno di muffa e crepe; la sporcizia faceva a gara con lo squallore nel rendere quel posto una dimora adatta per ladri e tagliagole, per quei sinistri uccellacci notturni, persino pi vili di coloro che strillavano di soddisfazione alla vista delle carrette e del loro quotidiano carico di sventurati per la ghigliottina. 
Il progetto che aveva preso forma in questa occasione era uno dei pi abbietti. Una giovane fanciulla, ad alcuni nota come proprietaria di una fortuna, era la posta che quegli operatori di iniquit si erano giocati su uno dei tavoli luridi del degno oste. L'ultimo decreto della convenzione che incoraggiava, nay, ordinava le unioni tra gli aristocratici e i cosiddetti patrioti, aveva diretto l'immaginazione di quel nido di uccellacci da galera verso gloriose opportunit. Alcuni di loro avevano raccolto le necessarie informazioni; e il rapporto era stato incoraggiante. 
Era ben noto che quell'aristo autoindulgente, il ci-devant banchiere Amede Vincent, che aveva espiato le sue colpe sulla ghigliottina, era riuscito a sottrarre la maggior parte delle sue ricchezze mal guadagnate e a nasconderle da qualche parte; non si sapeva esattamente dove, ma si riteneva che fossero in Inghilterra... fuori dalla portata dei patrioti meritevoli, ad ogni buon conto. 
All'incirca tre o quattro anni prima, prima che i gloriosi principi di Libert, Uguaglianza e Fratellanza si sbarazzassero di tutti quei pestilenziali aristocratici, il ci-devant banchiere, a quel tempo un vedovo con un'unica figlia, Esther, aveva fatto un viaggio in Inghilterra. Ben presto era tornato a Parigi, tuttavia, e aveva preso a vivere l con la figlioletta in un relativo isolamento, sino a che i suoi molti crimini alla fine lo avevano raggiunto, e si era trovato a dover subire la pena che tanto giustamente meritava. Quei crimini consistevano principalmente nell'aver umiliato i sunnominati patrioti meritevoli con la sua benevolenza, facendoli vergognare con le sue tante gentilezze e con la semplicit della sua vita domestica; e, soprattutto, nell'aver violato i decreti del Governo Rivoluzionario che rendevano offesa penale contro la sicurezza dello Stato ogni collegamento con ci-devant chiese e preti. 
Amede Vincent era stato mandato alla ghigliottina, e i rappresentanti del popolo avevano confiscato la sua casa e tutte le propriet sulle quali erano riusciti a mettere le mani; ma non avevano mai trovato i milioni che si supponeva avesse nascosto. Di certo sua figlia Esther - una giovane fanciulla, non ancora di diciannove anni - non li aveva trovati nemmeno lei, poich dopo la morte del padre era andata a vivere in uno dei pi poveri quartieri di Parigi, sola con un vecchia e fedele serva di nome Lucienne. E mentre il Comitato di Salute Pubblica dibatteva se fosse il caso di mandare anche Esther alla ghigliottina perch seguisse le orme del padre, un certo numero di astuti uccellacci da galera complottava per impossessarsi delle sue ricchezze. 
Le ricchezze esistevano, laggi in Inghilterra, questo erano pronti a giurarlo, e il progetto che si era formato era ingegnoso quanto diabolico: fingere una denuncia, mettere in scena un falso arresto, piazzare la sventurata ragazza di fronte all'alternativa... la morte o il matrimonio con uno della banda. Questi erano gli ingredienti principali di quell'iniquo progetto, ed era proprio nel Cabaret de la Libert che avevano tirato a sorte per decidere chi, nel loro gruppo di delinquenti, fosse il favorito della sorte che avrebbe recitato il ruolo principale in quel sinistro dramma. 
La sorte era caduta su Merri; ma l'intera banda avrebbe dovuto condividere quella teorica fortuna... persino Rateau, la miserabile creatura con quella tosse squassante, che aveva l'aria di avere gi un piede nella fossa e rabbrividiva come se avesse la malaria, buttava l una parola ogni tanto per ricordare al suo buon amico Merri che anche lui non vedeva l'ora di ricevere la sua porzione delle spoglie. Merri, dal canto suo, era incline a rinnegarlo. 
"Perch dovrei condividere con voi?" disse bruscamente quando, alcune ore pi tardi, lui e Rateau si separarono nella strada fuori dal Cabaret de la Libert. "Chi siete voi, mi piacerebbe sapere, per cercare di ficcare il vostro orrendo naso nei miei affari? Come faccio a sapere da dove siete saltato fuori, e se non siete magari una crapulenta spia di quei pestilenziali comitati?" 
Da quest'eloquente flusso di linguaggio possiamo dedurre che l'amicizia tra questi due degni individui non era di lunga durata. Senza alcun dubbio Rateau avrebbe elevato vibrate proteste, ma l'aria fresca della sera aveva con tutta evidenza stretto in una morsa i suoi polmoni ansanti, e per un minuto o due non pot fare altro che tossire, sputacchiare e gemere, e aggrapparsi in cerca di sostegno al suo camerata ben poco collaborativo. Alla fine, quando gli fu riuscito di recuperare il fiato, disse in tono dolente, e in un ridicolo tentativo di dignitosa replica: "Non costringetemi a ricordarvi, cittadino Merri, che se non fosse stato per il mio suggerimento di tirare i dadi, e poi giocare d'azzardo per chi doveva corteggiare la ci-devant milionaria, nel cabaret ci sarebbe stata una rissa, e un bel numero di teste spaccate, e non si sarebbe arrivati a nessuna decisione; mentre voi, che non siete mai stato un gran combattente, probabilmente adesso ve ne stareste a terra inerme, con il naso rotto, privato di alcuni denti e senza una sola possibilit di mettervi in lizza per l'erede. Invece eccovi qui, vincitore per un colpo di fortuna, che dovreste avere almeno la buona grazia di attribuire a me." 
Se le argomentazioni di quel povero disgraziato avessero un qualche peso per il cittadino Merri, o se quel patriota non pensasse soltanto che la procrastinazione si sarebbe dimostrata, per il momento, la miglior politica,  impossibile dirlo. Certo  che, come tutta risposta alla tirata del suo compagno, si accontent di un grugnito dubbioso, e senza altre parole gir sui tacchi e si avvi a spalle chine lungo la strada. 
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Paragrafo 3.
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Per i romantici ostinati e ottimisti, v'erano ancora uno o due idilli da scoprire, in fiore, sotto le ombre della cupa e spietata Rivoluzione. Uno di questi era quello che aveva come protagonisti Esther Vincent e Jack Kennard. Esther, figlia orfana di uno dei pi ricchi banchieri dei giorni precedenti la rivoluzione, ora istitutrice a giornata e domestica di fatica a dieci franchi la settimana nella casa di un macellaio in pensione di Rue Richelieu, e Jack Kennard, in passato rappresentante di una grande ditta inglese di produttori di lana, che aveva gettato via il proprio impiego e le prospettive di carriera in Inghilterra per vegliare sulla fanciulla che amava. Lui, uno straniero nemico, un inglese, in pericolo a ogni ora che rimaneva in Francia; e lei, a quel tempo riluttante ad abbandonare gli orrori della Parigi rivoluzionaria nella quale suo padre era trattenuto alla Conciergerie, con il divieto di lasciare la citt. E cos Kennard era rimasto, incapace di strapparsi da lei, e aveva ottenuto un posto ben poco lucrativo come contabile in una piccola vineria di Montmartre. La sua vita, come quella di lei, era appesa a un filo; ad ogni giorno, ad ogni ora, adesso, agli occhi del Comitato di Salute Pubblica una qualsiasi malevola denuncia poteva trasformare la diciottenne sospetta in un pericolo vivente per lo Stato, o lo straniero nemico in una pericolosa spia. 
Alcune delle ore pi felici che quei due passavano l'uno in compagnia dell'altra erano amareggiate dall'onnipresente timore di un perentorio bussare alla porta, dell'imperioso "Aprite, in nome della legge!", della perquisizione, dell'arresto; eventi la cui unica conclusione, in quei giorni, era la ghigliottina. 
Ma la fanciulla aveva soltanto diciotto anni, e lui non ne aveva molti di pi; e a quell'et, a dispetto dell'infelicit, delle sofferenze e della paura, la vita offre sempre le sue compensazioni. La giovinezza invoca la felicit con tale insistenza che la felicit  costretta ad ascoltare, e per pochi momenti, almeno, allontana persino i timori e le ansie pi amare. 
Per Esther Vincent e il suo innamorato inglese v'erano momenti in cui loro stessi credevano di essere quasi felici. Accadeva la sera, soprattutto, quando la fanciulla ritornava a casa dal lavoro e lui era libero di trascorrere con lei un'ora o due. Poi la vecchia Lucienne, che era stata la bambinaia di Esther ai bei tempi andati, e che adesso era una cameriera tuttofare non pagata e un'amica fidata e carissima, portava la lampada e tirava le tende logore sulle finestre. Stendeva la tovaglia pulita sul tavolo e serviva una magra cena di caff e pane nero, con magari un poco di burro o minuscoli pezzetti di formaggio. E i due giovani parlavano del futuro, di quando si sarebbero sistemati nella vecchia casa di Kennard in Inghilterra, dove in quello stesso momento sua madre e sua sorella si logoravano il cuore per l'ansia pensando a lui. 
"Raccontatemi tutto dei South Downs, le colline," amava chiedere Esther; "e del vostro villaggio, e della vostra casa, e delle rose rampicanti, e del pergolato di clematidi." 
Non si stancava mai di ascoltare, n lui di raccontare. La vecchia Manor House, acquistata con i risparmi di suo padre; il giardino, che era il passatempo di sua madre; il campo da cricket sul prato del villaggio. Oh, il cricket! Lei lo trovava cos buffo... uomini con alti cappelli a pan di zucchero, e uomini adulti per giunta, che passavano ore e ore, giorno dopo giorno, a colpire una palla con una mazza di legno! 
"Oh, Jack! Gli inglesi sono gente tanto divertente, simpatica, cordiale, gentile. Ricordo..." 
Ricordava tanto bene quell'estate felice che aveva passato con il padre in Inghilterra quattro anni prima. Era successo dopo che la Bastiglia era stata presa d'assalto e conquistata; il banchiere era partito per l'Inghilterra con la figlia, di gran fretta. Poi suo padre aveva parlato di ritornare in Francia e lasciare lei in Inghilterra con degli amici. Ma Esther non voleva venir lasciata l. Oh, no! Persino ora risplendeva d'orgoglio nel ripensare a quanto era stata decisa su quell'argomento. Se fosse rimasta in Inghilterra non avrebbe mai pi rivisto il suo caro padre. E a quel punto i ricordi si facevano amari e tristi, finch la mano di Jack non stringeva la sua, calmandola, consolandola, e lei si asciugava le lacrime, per non rattristare lui ancora di pi. 
Poi gli faceva altre domande sulla casa e il giardino, su sua madre e i cani e i fiori; e ancora una volta dimenticavano l'odio, l'invidia e la morte che erano gi in agguato alla loro porta. 
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Paragrafo 4.
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"Aprite, in nome della legge!" 
Era arrivato, alla fine. Un fulmine dal cielo sereno della loro felicit. Una torma sporca, arrabbiata, bestemmiante, che sciamava dentro dalla pesante porta persino prima che loro avessero avuto il tempo di aprirla del tutto. Lucienne croll su una seggiola, gemendo e lamentandosi, con il grembiule tirato sopra la testa. Ma Esther e Kennard rimasero immobili e calmi, tenendosi per mano per darsi coraggio a vicenda. 
Nella piccola stanza piomb una mezza dozzina di uomini. Uomini? Parevano bestie fameliche, ed erano indicibilmente luridi, e sulle brache logore portavano lerce fusciacche tricolori come segno del loro status ufficiale. Due di loro si gettarono sui resti della magra cena e divorarono tutto quel che rimaneva sul tavolo... pane, formaggio, un pezzo di salsiccia fatta in casa. Gli altri saccheggiarono le due stanze della soffitta che era stata una casa per Esther e Lucienne: il salottino sotto il tetto spiovente, con il piccolo focolare nel quale venivano cucinati i poveri pasti, e la nuda, stretta stanza da letto al di l, con il letto di ferro battuto, e il pagliericcio sul pavimento per Lucienne. 
Rovistarono dappertutto, ficcando lunghi spiedi appuntiti in quel povero letto, e stracciarono il pagliericcio. Spalancarono i cassetti del traballante com e del guardaroba malfermo, e non risparmiarono alla sventurata fanciulla una sola umiliazione, o una sola indegnit. 
Kennard tent di protestare, bruciante di rabbia. 
"Trattenete quel cucciolo!" ordin l'uomo al comando del gruppo, quasi nello stesso momento in cui la rovente indignazione del giovane inglese si faceva sentire al di sopra del frastuono dei mobili ribaltati. "E se apre di nuovo la bocca buttatelo in strada!" E Kennard, terrificato all'idea di doversi separare da Esther, ritenne pi saggio starsene buono. 
Si fissarono l'un l'altra, come due giovani animali in trappola; non disperando, ma tentando di darsi coraggio a vicenda con sguardi pieni di fiducia e amore. Esther, difatti, teneva gli occhi fissi sull'attraente giovane innamorato, rintuzzando con decisione i brividi di disgusto che le scorrevano dentro quando vedeva quegli uomini spaventosi avvicinarsi a lei. Ve n'era uno in particolare che aborriva pi degli altri, un mascalzone dalle gambe storte, che la osservava con uno sguardo lascivo tale da darle quasi la nausea. Non prese parte alla perquisizione, ma si sedette nel centro della stanza, stravaccato sul tavolo con un'aria da autorit. Gli altri si rivolgevano a lui chiamandolo "cittadino Merri", e alternativamente lo deridevano o lo trattavano con deferenza. E ve n'era un altro altrettanto odioso, un'orribile creatura cadaverica, con enormi piedi nudi ficcati negli zoccoli e capelli che pendevano flosci, appesantiti dal sudiciume. Era soprattutto lui a parlare, anche se ogni tanto la sua loquacit veniva interrotta da una tosse squassante che pareva letteralmente lacerargli il petto e lo lasciava ad ansimare rauco, con gocce di sudore sulla fronte bassa e pallida. 
Com'era ovvio gli uomini non trovarono nulla che si potesse definire compromettente, anche solo alla lontana. Esther aveva seguito i consigli di Kennard ed era stata molto prudente, inoltre possedeva ben poco. Cionondimeno, quando quei miserabili ebbero rovistato in ogni singolo mobile, uno di loro domand secco: "Adesso che facciamo, cittadino Merri?" 
"Che facciamo?" intervenne la creatura cadaverica, prima ancora che Merri avesse il tempo di rispondere. "Facciamo? Beh, ma portate la ragazza a... a..." 
Non and oltre, incapace di proseguire per via della tosse. Esther, per puro istinto, spinse verso di lui la caraffa dell'acqua. 
"Niente del genere!" ribatt Merri sentenzioso. "La ragazza resta qua!" 
Sia Esther che Jack dovettero sforzarsi di reprimere un involontario grido di sollievo, che quell'inaspettata affermazione aveva fatto salire loro alle labbra. 
L'uomo che tossiva tent di protestare. 
"Ma..." inizi a dire, rauco. 
"Ho detto che la ragazza resta qua!" lo interruppe perentorio Merri. "Ah a!" aggiunse poi con una feroce imprecazione. "Comando io qui, cittadino Rateau, oppure comandate voi?" 
L'altro d'improvviso si fece umile, addirittura strisciante. 
"Voi, ovviamente, cittadino," rispose con quella sua voce cavernosa. "Volevo solo rimarcare..." 
"Rimarcare un bel niente," ribatt Merri, secco. "Badate che questo cucciolo esca dalla casa. E poi mettete una sentinella fuori della porta della ragazza. Nessuno deve uscire o entrare con nessun pretesto. Chiaro?" 
Questa volta Kennard si lasci sfuggire un grido di protesta. La sua impotenza lo esasperava tanto da farlo quasi impazzire. Due uomini lo tenevano stretto per le braccia dai muscoli nervosi; con l'istinto degli inglesi per la lotta non soltanto avrebbe tentato di stenderli, ma vi sarebbe riuscito... e poi avrebbe affrontato gli altri quattro, con ragionevoli possibilit di successo. Quella creatura tubercolotica! E quella canaglia dalle gambe storte! Jack Kennard era stato un campione dei pesi medi dilettanti ai suoi tempi, e quei bruti non avevano pi abilit tecnica di un toro infuriato! Ma mentre ancora combatteva i propri istinti si rese conto di quanto fosse futile una rissa. E del pericolo... non per se stesso, ma per lei. Dopo tutto, non intendevano portarla in uno di quei luoghi spaventosi dai quali l'unica uscita era in direzione della ghigliottina; e finch c'era un certo margine di libert, v'era anche un po' di speranza. A vent'anni v' sempre speranza! 
Ragion per cui quando, ottemperando agli ordini di Merri, i mascalzoni cominciarono a trascinarlo verso la porta, disse in tono deciso: "Lasciatemi stare. Me ne andr senza questi inutili maltrattamenti." 
Poi, prima che quei miserabili si rendessero conto delle sue intenzioni, si era gi liberato da loro con uno strattone ed era corso verso Esther. 
"Non abbiate paura," le disse in inglese, in un rapido bisbiglio. "Veglier su di voi. La casa di fronte. Conosco chi ci abita. Trover un modo. State all'erta." 
Non gli lasciarono dire altro, e lei ebbe soltanto la possibilit di rispondere, ferma: "Non ho paura, e star all'erta." Un attimo dopo i compari di Merri lo abbrancarono da dietro; in quattro questa volta. 
Allora, ovviamente, la prudenza se ne vol al vento. Colp a destra e a manca, abbattendo due di quelle canaglie, ed era gi pronto a stringere Esther tra le braccia, scattare verso la porta e fuggire con lei, e quanto al dove, beh, Dio solo poteva saperlo, quando Rateau, quell'orrendo reprobo malato di consunzione, sgusci furtivo dietro di lui e gli sferr un rapido colpo con il suo bastone appesantito dal piombo. Kennard barcoll e i banditi gli furono sopra; quelli atterrati avevano avuto tempo di rimettersi in piedi. Per essere doppiamente sicuro, uno di loro emul la tattica di Rateau e lo colp ancora una volta al capo, da dietro. Dopodich Kennard rimase inerte; aveva parzialmente perso i sensi. La testa gli doleva furiosamente. Esther, stordita per l'orrore, lo vide portar fuori. Alla fine Rateau, imprecando e farfugliando, chiuse la porta alle spalle dello sfortunato e dei quattro briganti che lo trattenevano. 
Nella stanza erano rimasti solamente Merri e quell'orribile Rateau: quest'ultimo, che ora ansimava per riprendere fiato, si vers un boccale d'acqua e lo bevve in un'unica sorsata. Poi imprec, perch avrebbe voluto del rum, o del brandy, o anche solo del vino. Esther osservava lui e Merri, come affascinata. La povera vecchia Lucienne piangeva senza far rumore sotto il suo grembiule. 
"Ora, ragazza mia," esord Merri tutt'a un tratto, "mettetevi seduta e ascoltate quel che ho da dirvi." 
Tir una sedia pi vicino a s e, con uno di quegli indegni sguardi lascivi che gi l'avevano fatta rabbrividire, le fece cenno di sedersi. Esther obbed come in sogno; aveva gli occhi sbarrati quasi fosse immersa in una trance. Si muoveva in modo meccanico, come un uccellino attirato da un serpente, terrorizzata, eppure senza opporre resistenza. Si sentiva assolutamente inerme tra quei due bruti malvagi, e l'ansia per il suo innamorato inglese sembrava intorpidire ancora di pi i suoi sensi. Quando fu seduta volse lo sguardo al mascalzone dalle gambe storte, facendo involontariamente appello alla sua compassione. Lui rise. 
"No! Non ho intenzione di farvi del male," disse con una cordiale condiscendenza che alle orecchie di Esther era ancora pi detestabile di quanto non lo fossero state le selvagge imprecazioni dei suoi camerati. "Siete carina e mi piacete. E non  cosa da poco, sapete!" aggiunse poi calcando la voce, pomposo, "essersi guadagnata la buona volont del cittadino Merri. Voi, ragazza mia, siete proprio fortunata. Vi rendete conto di quel che  appena successo. Siete riconducibile a una legge che vi indica come sospetta. Io ho un ordine per il vostro arresto. Posso farvi prendere immediatamente dai miei uomini e trascinare alla Conciergerie, e da l niente potrebbe salvarvi... n il vostro bell'aspetto n la protezione del cittadino Merri. Vorrebbe dire la ghigliottina. Questo lo capite, vero?" 
Lei rimase immobile, stringendo soltanto le mani l'una nell'altra con una presa convulsa. Per riusc a dire, con fermezza: "Capisco, e non ho paura." 
Merri agit una mano enorme, e molto sporca, in un gesto noncurante. 
"Lo so," comment poi con un'aspra risata. "Dicono tutti cos, non  vero, cittadino Rateau?" 
"Finch non arriva il momento," ribatt l'altro, asciutto. 
"Finch non arriva il momento," ripet Merri. "Ora, ragazza mia," aggiunse poi voltandosi ancora una volta verso Esther, "Io non voglio che arrivi quel momento. Non voglio che la vostra bella testolina rotoli nel cesto, e che si becchi quello schiaffo in faccia che negli ultimi tempi il cittadino boia si  messo a dare a quelle guance aristocratiche quando Madame la Guillotine le ha finalmente sbiancate per sempre. Cos, vedete." 
E quel miserabile inumano prese uno dei cuscini rotondi dalla sedia pi vicina, lo resse a braccio teso, come se fosse una testa tenuta per i capelli, e lo schiaffeggi due volte col palmo della mano sinistra. Era un gesto talmente orribile e al tempo stesso cos grottesco che Esther chiuse gli occhi con un brivido, e le sue guance pallide presero una sfumatura plumbea. Merri rise forte e gett di nuovo gi il cuscino. 
"Sgradevole, vero, mia bella ragazza? Ebbene, sapete cosa aspettarvi... A meno che," aggiunse in tono suggestivo, "non siate ragionevole e non ascoltiate quel che sto per dirvi." 
Esther non era una sciocca, e non era neppure un'ingenua. Quelli non erano tempi in cui a una fanciulla, per quanto attentamente allevata e cresciuta, fosse possibile ignorare la realt e le brutalit della vita; ancor prima che Merri le avesse messo davanti la sua abominevole proposta, lei sapeva a cosa stava mirando. Il matrimonio... il matrimonio con lui! Quell'ignobile mascalzone, pi vile di ogni altra stupida creatura! In cambio della sua vita! 
Era il suo turno di ridere, ora. Anche soltanto l'idea era farsesca, per quanto odiosa. Merri, che si era imbarcato nella sua proposta con fraseologia magniloquente, d'improvviso s'interruppe, quasi sbigottito da quella strana, isterica risata. 
"Per Satana e tutti i suoi ghoul!" grid balzando in piedi, le guance pallide sotto lo sporco. 
Poi fu preso dalla rabbia per la sua stessa vigliaccheria. La sua enorme vanit, ferita da quelle risate, lo aizzava. Tent di abbrancare Esther per la vita, ma anche lei, rapida come una pantera, era balzata in piedi, e aveva preso un coltello... quello che aveva usato soltanto mezz'ora prima per la lieta cenetta con il suo innamorato. Senza controllarsi, senza pensare, agendo soltanto per cieco istinto, lo sollev gridando rauca: "Se osate toccarmi vi uccido!" 
Era ridicolo, ovviamente. Un topolino che minacciava una tigre. Un attimo dopo Rateau le aveva preso la mano e le aveva tranquillamente tolto il coltello. Merri si riscosse come un cane di strada. 
"Caspita!" esclam poi. "Che virago! Ma," aggiunse in tono leggero, "cos mi piace anche di pi, eh, Rateau? Datemi una ragazza con un bel caratterino, dico io!" 
Ma anche Esther si era ripresa. Si rendeva conto di quanto fosse inerme, e raccolse coraggio proprio dal saperlo. Ora affrontava quell'infame con pi calma. 
"Non mi sposer mai," disse a voce alta e decisa. "Mai! Non ho paura di morire, non ho paura della ghigliottina. Non c' vergogna nella morte. Quindi fate pure quel che preferite... denunciatemi e speditemi a seguire le orme del mio caro padre, se volete. Ma finch sar viva non vi avvicinerete mai a me. Se mai mi metterete addosso anche soltanto un dito sar perch sono morta e ben oltre la portata del vostro tocco contaminante. E ora vi ho detto tutto quel che vi dir mai in vita vostra. Se vi rimane anche solo una scintilla di umanit, lascerete almeno che mi prepari alla morte in pace." 
E and verso il punto in cui sedeva la povera vecchia Lucienne, presa dal panico, immobile come un ciocco di legno. S'inginocchi sul pavimento e poggi il braccio sulle ginocchia dell'anziana donna. La luce della lampada le pioveva addosso, sul volto pallido e sulla massa di capelli color castagna. In quel momento in lei non v'era nulla che potesse infiammare il desiderio di un uomo. Era patetica nella sua impotenza, di un tale pallore da sembrare quasi senza vita, e negli occhi aveva uno sguardo quasi maniacale. 
Merri imprec e bestemmi, tentando di rincuorarsi infiammando il proprio amico. Ma Rateau era crollato; che fosse per l'eccitazione o per le devastazioni della malattia, questo era impossibile a dirsi. Si lasci cadere su una bassa poltrona, le lunghe gambe tese, gli occhi cerchiati di viola che fissavano il nulla con un'espressione inebetita dall'assoluto sfinimento. Merri si guard attorno e rabbrivid. L'atmosfera si era fatta strana, bizzarra, inquietante; persino la tovaglia, mezza tirata gi dal tavolo, in qualche modo ricordava un sudario. 
"Che dobbiamo fare, Rateau?" chiese alla fine con voce tremula. 
"Andarcene da questo posto infernale," replic l'altro, rauco. "Mi pare che mi abbiano gi vestito per la tomba." 
"Tieni a freno la lingua, miserabile codardo! Convincerai l'aristo che abbiamo paura." 
"Perch?" chiese in tono mite Rateau. "Voi non ce l'avete?" 
"No!" replic ferocemente Merri. "Io adesso me ne vado perch... perch... ebbene! perch per oggi ne ho avuto abbastanza. E la ragazza mi d la nausea. Volevo servire la Repubblica sposandola, ma adesso direi che non  il caso di farsi venire le voglie per lei. Quindi me ne vado! Ma, capiamoci!" aggiunse poi voltandosi ancora una volta verso Esther, anche se non riusciva a costringersi ad andarle di nuovo vicino. "Capiamoci, domani torner per avere la mia risposta. Nel frattempo potete pensarci su, e magari arriverete a uno stato mentale pi ragionevole. Non uscirete da queste stanze finch non vi lascer libera io. I miei uomini rimarranno di sentinella alla vostra porta." 
Chiam Rateau con un cenno, e se ne andarono senza aggiungere parola. 
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Paragrafo 5.
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Per tutta la notte Esther rest rinchiusa nel suo appartamento in Petite Rue Taranne. Per tutta la notte ud i passi misurati, i movimenti, le risate e i discorsi a voce alta degli uomini fuori dalla sua porta. Una volta o due tent di ascoltare cosa stessero dicendo; ma in quelle case della vecchia Parigi porte e pareti erano troppo robuste per lasciar filtrare le voci, tranne che sotto forma di un confuso mormorio. Si sarebbe sentita orribilmente sola e spaventata, non fosse stato per il fatto che a una finestra del terzo piano della casa di fronte la luce di una lampada le appariva come un bagliore di speranza. Jack Kennard era l, di guardia; aveva la finestra aperta, e vi sedette accanto fino a tarda ora. E anche dopo tenne accesa la luce, come un faro, per rallegrarla. 
Nel bel mezzo della notte fece un tentativo per vederla, nella speranza di cogliere le sentinelle addormentate o assenti. Ma, dopo essersi arrampicato per i cinque piani di scale, arriv al pianerottolo della sua porta e vi trov una mezza dozzina di mascalzoni accovacciati sul pavimento di pietra, tutti presi a giocare d'azzardo con un mazzo di carte unte. Quel miserabile malato di consunzione, Rateau, era con loro, e fece un commento faceto mentre lui, pallido e vacillante, simile a un fantasma, con una benda bianca attorno alla testa, appariva sul pianerottolo. 
"Tornatevene a letto, cittadino," disse l'odiosa creatura con una rauca risata. "Ci stiamo prendendo cura noi della vostra colombella." 
Mai in tutta la sua vita Jack Kennard si era sentito cos derelitto, cos assolutamente inerme. Non v'era nulla che potesse fare, tranne ritornare agli alloggi che un gentile amico gli aveva prestato per l'occasione, e dai quali poteva, se non altro, vedere le finestre dietro le quali la sua amata vegliava e soffriva. 
Nell'uscirne, poco prima, aveva lasciato socchiusa la porte cochre; ora la apr e si inoltr nel buio corridoio. Una minuscola lama di luce filtrava dalle tende di una finestrella nell'alloggio del concierge, e gli serviva da guida sulla stretta scala di pietra che conduceva ai piani superiori. Proprio ai piedi di quella scala, sullo zerbino, nella fievole luce risplendeva un foglio bianco. Si ferm, perplesso, certissimo che quel foglio non fosse stato l cinque minuti prima, quand'era uscito. Oh, poteva essere fluttuato dentro dal cortile, o da qualsiasi altro posto, trasportato dalla brezza. Ma anche cos, con quei movimenti meccanici tipici delle persone in situazioni del genere, si chin a prenderlo e lo rigir fra le dita, vedendo che v'erano scribacchiate poche parole, a matita. La luce era troppo fioca per leggerle, quindi Kennard, sempre meccanicamente, tenne il foglio in mano mentre andava verso la sua stanza. L, alla luce della lampada, lesse quelle poche parole: "Attendete fuori, in strada." 
Null'altro. Chiaramente quel messaggio non era diretto a lui, eppure... Una strana eccitazione si impossess di lui. Se fosse stato...! Se...! Aveva sentito parlare - tutti avevano sentito parlare - di quei misteriosi agenti che operavano, sotto la copertura delle tenebre, per aiutare gli sfortunati, gli innocenti, gli inermi. Aveva sentito parlare di quel leggendario gentiluomo inglese che pi volte aveva sfidato la pi stretta vigilanza dei comitati, e strappato le future vittime dalle loro grinfie assassine, a volte davanti ai loro stessi occhi. 
Se fosse stato...! Quasi non osava mettere in parole le sue speranze. Non riusciva a indursi a credere davvero. Per and. Corse gi per le scale e fuori in strada, e prese posto sotto una soglia aggettante quasi di fronte alla casa in cui era rinchiusa la donna che amava; e l, appoggiato contro il muro, attese. 
Dopo molte ore - erano passate le tre del mattino, e il cielo era di un nero d'inchiostro - si sentiva talmente intorpidito che a dispetto delle sue decisioni lo travolse una sonnolenza simile a una trance. Non riusciva pi a restare dritto in piedi; gli cedevano le ginocchia, aveva la testa cos pesante da non riuscire a tenerla sollevata. Gli ricadeva da una spalla all'altra, come se la sua forza di volont non la controllasse pi. E gli doleva furiosamente. Tutto attorno a lui era silenzio. Persino la "Parigi notturna", quella gigantessa cupa e vivida, per il momento riposava. Cadeva una calda pioggia estiva, e il suo gentile mormorio nella cunetta lo cull fino alla sonnolenza. Era sul punto di cedere al sonno quando qualcosa d'improvviso lo riscosse: un rumore di uomini che gridavano e ridevano, tutt'altro che insolito in quelle squallide strade di Parigi. 
Ma Kennard era ben sveglio ora; l'intorpidimento aveva lasciato spazio a un intenso fremito di tutti i muscoli e a una straordinaria acutezza di tutti i sensi. Sbirci nelle tenebre e tese l'orecchio per sentire. Il suono pareva giungere dalla casa di fronte, e gli sembrava anche che qualcosa si stesse muovendo. Uomini! Pi di uno o due, di certo! Gli parve di riuscire a distinguere almeno tre voci differenti; e v'era anche quella strana, raschiante risata che annunciava la presenza di Rateau. 
Adesso gli uomini erano abbastanza vicini al punto da cui lui ancora non si era mosso. Un attimo o due pi tardi si erano avviati lungo la strada, e le loro voci rauche ben presto smorirono in lontananza. Kennard sgusci fuori cauto dal proprio nascondiglio. Che fosse stato un messaggio diretto a lui o una mera coincidenza, ora benediceva quel misterioso foglietto di carta: fosse rimasto nella sua stanza avrebbe potuto addormentarsi davvero, e in quel caso non avrebbe sentito quegli uomini andar via. Tre di loro almeno... quattro, riteneva lui. Ma, ad ogni buon conto, il numero dei cani da guardia fuori dalla porta della sua amata era considerevolmente diminuito. Sentiva di aver la forza per dirsela con loro, anche se ne erano rimasti ancora tre. Lui, un atleta, inglese, un maestro nell'arte dell'autodifesa; e loro, un semplice branco di bruti ubriaconi! S! Era ben certo di poterlo fare. Ben certo di potersi aprire la strada a forza nelle stanze di Esther e portarla via sollevandola tra le braccia... Portarla dove? Dio solo lo sapeva. E Dio avrebbe provveduto. 
Giusto per un attimo si domand se, mentre lui era in quello stato di sonnolenza, altri banditi non fossero giunti a prendere il posto di quelli che se ne andavano. Ma quel pensiero venne rapidamente accantonato: in ogni caso, si sentiva la forza di un gigante, e non avrebbe potuto riposare finch non avesse tentato ancora una volta di vederla. Avanz con estrema cautela, sicuro che la strada fosse deserta. 
Aveva gi raggiunto la casa di fronte e aveva gi aperto la porte cochre, chiusa solo con il saliscendi, quando, senza il bench minimo avvertimento, all'improvviso venne attaccato alle spalle, le braccia afferrate e trattenute dietro la schiena in presa simile a una morsa, mentre un vigoroso calcio contro i polpacci gli faceva perdere l'equilibrio e lo costringeva a cadere, scomposto e inerme, nella cunetta, e a all'orecchio gli risuonava, disgustosa, la tosse raschiante di quella canaglia tisica. 
"E adesso che ne facciamo del cucciolo?" chiese una voce rauca dall'oscurit. 
"Lasciatelo sdraiato l," fu la rapida risposta. "Gli insegner a non interferire con il lavoro di onesti patrioti." 
Kennard, che giaceva ammaccato e stordito, ascolt quel decreto con gratitudine. Chiaramente i banditi lo ritenevano pi grave di quanto non fosse, e se soltanto l'avessero davvero lasciato sdraiato l, ben presto si sarebbe rimesso in piedi e avrebbe rinnovato i propri tentativi di andare da Esther. Non si mosse, fingendosi privo di sensi, anche se avvertiva - pi che vederlo - quel disgustoso Rateau chino su di lui, anche se udiva il suo respiro affannoso e sibilante. 
"Correte a prendere un pezzo di corda, cittadino Desmonts," disse poco dopo il miserabile. "Un cucciolo ben legato  pi sicuro di uno sciolto." 
Questo schiant le speranze di Kennard. Sentiva di dover agire in fretta, prima che quei briganti ritornassero e lo rendessero del tutto inerme. Fece un movimento per alzarsi, un movimento rapido e improvviso come solo a un atleta allenato era possibile. Ma, pur veloce com'era, quell'odiosa creatura sibilante era ancor pi veloce, e mentre lui si rigirava sulla schiena Rateau si sedette prontamente sul suo torace, un peso morto, con le lunghe gambe stese davanti a s, tossendo e sputacchiando, eppure del tutto a proprio agio. 
Oh! In che posizione umiliante si ritrovava il campione dei pesi medi dilettanti, con quel tisico ubriacone... Kennard era sicuro che fosse un ubriacone... piazzato addosso! 
"Non vi preoccupate, cittadino Desmonts," grid poi il miserabile ai suoi compagni che si stavano allontanando. "Ho quel che mi occorre qui con me." 
Con tutta calma tir fuori un rotolo di corda dalla capace tasca del pastrano lacero. Kennard non riusciva a vedere cosa stesse facendo, ma lo avvert, con istinti straordinariamente sensibili, per tutto il tempo. Rimase sdraiato immobile sotto il peso di quel mascalzone, fingendosi privo di sensi, e riuscendo a fatica a respirare. Quel malnato era un peso torreggiante. Ma lui cerc di mantenere le proprie facolt in allerta, pronto per quella mossa a sorpresa che avrebbe ribaltato le carte in tavola alla prima mossa falsa da parte di Rateau. 
Soltanto che, come se la fortuna ci stesse mettendo del suo, Rateau non fece una sola mossa falsa. Era sbalorditiva la destrezza con cui lo teneva persino mentre si impegnava a bloccarlo con quelle corde. Un vecchio marinaio, probabilmente, a giudicare da quanto era abile con i nodi. 
Mio Dio, che umiliazione! Ed Esther prigioniera e inerme in quella casa a meno di cinque passi da lui! Gli occhi stanchi, pesanti di Kennard percepivano la luce alla sua finestra, cinque piani pi in alto rispetto a lui che giaceva nella cunetta come un impotente ciocco di legno. E anche allora, diede in un ultimo grido disperato: "Esther!" 
Ma in meno di un secondo la mano di quell'abominevole brigante gli cal pesante sulla bocca, mentre una voce rauca sputacchiava, pi che dire, nel bel mezzo di un orribile accesso di tosse: "Un altro suono e vi imbavaglio, e vi bendo pure, giovane sciocco!" 
Dopodich, Kennard rimase in silenzio. 
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Paragrafo 6.
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Esther, lass nella sua piccola soffitta, non sapeva nulla di ci che l'innamorato inglese in quello stesso momento stava soffrendo per amor suo. Nel corso di quella notte aveva attraversato tutti gli stadi dell'orrore e della paura. Dopo la mezzanotte quell'esecrabile brigante di Rateau aveva ficcato dentro la sua orribile faccia cadaverica chiamando Lucienne in tono perentorio; la donna, pi morta che viva per il terrore, aveva risposto con obbedienza meccanica. 
"Io e i miei amici abbiamo sete," aveva ordinato lui. "Andate a prenderci un litro d'acquavite." 
La povera Lucienne aveva balbettato pietosamente: "Dove dovrei andare?" 
"Alla casa con l'insegna "Le fort Samson", in Rue de Seine," aveva risposto secco Rateau. "Vi serviranno bene se fate il mio nome." 
Ovviamente Lucienne aveva protestato. Lei era una donna per bene, che non era mai entrata in un cabaret in vita sua. 
"Allora  tempo di cominciare," era stato l'asciutto commento di Rateau, accolto da grandi risate da parte dei suoi abominevoli compagni. 
Lucienne si era vista costretta ad andare: chiaramente sarebbe stata una futile follia resistere. Tutto questo era accaduto tre ore prima; la Rue de Seine non era lontana, ma la povera donna ancora non era ritornata, ed Esther aveva anche questo nuovo terrore a pesarle sull'anima. Che cos'era accaduto alla sua sventurata domestica? Visioni di oltraggio e assassinio fluttuavano nella povera mente torturata della fanciulla. Nel migliore dei casi, Lucienne veniva trattenuta per far sentire lei pi sola e disperata! Rimase alla finestra, osservando quella luce nella casa di fronte e rigirandosi tra le dita un libro di preghiere, l'unico conforto che aveva. La sua soffitta era talmente alta e la strada cos stretta che non era in grado di vedere cosa accadesse a livello del suolo. A un certo punto ud un gran trapestio al di fuori della porta. Le parve che alcuni di quei mastini assetati di sangue che le facevano la guardia se ne fossero andati, o che fossero arrivati degli altri; quale delle due, le importava ben poco. Poi ud del fracasso gi nella strada, immediatamente sotto di lei: uomini che gridavano e ridevano, e la tosse raschiante di quella spaventosa creatura. 
A un dato momento fu certa che Kennard avesse chiamato il suo nome. Ne ud distintamente la voce che si levava come in un grido disperato. 
Dopodich, tutto fu silenzio. 
Un tale silenzio che udiva il proprio cuore battere con furia, e poi una lacrima che dagli occhi le cadeva sul libro aperto. Un tale silenzio che il gentile picchiettare della pioggia pareva una tranquillizzante ninnananna. Lei era molto giovane, e molto stanca. Fuori, sopra la linea dei tetti spioventi e dei comignoli, l'oscurit del cielo stava cedendo al primo tocco dell'alba. La pioggia cess. Tutto si fece mortalmente immoto. Esausta, Esther lasci ricadere il capo sulle braccia incrociate. 
Poi, d'improvviso, fu completamente sveglia. Qualcosa l'aveva riscossa. Un rumore. Sulle prime non sarebbe stata in grado di dire di che si trattasse, ma ora lo sapeva. Era l'aprirsi e chiudersi della porta alle sue spalle, e poi passi rapidi e leggeri attraverso la stanza. L'orrore della cosa era indicibile. Esther rimase nella stessa posizione, in ginocchio, rigirando meccanicamente tra le dita il libro di preghiere, incapace di muoversi, incapace di emettere suono, quasi fosse paralizzata. Sapeva che una di quelle abominevoli creature era entrata nella stanza, e le si stava avvicinando, anche in quel momento. Non sapeva chi; poteva soltanto ipotizzare che fosse Rateau, poich udiva un rauco, affannoso sibilo. Eppure non sarebbe riuscita a voltarsi nemmeno se ne fosse andato della sua vita. 
Il tutto era avvenuto in meno di mezza dozzina di battiti del cuore; un attimo dopo il miserabile era l accanto. Misericordiosamente lei avvert che i sensi la stavano abbandonando. Anche cos, si rese conto che un fazzoletto le veniva legato sulla bocca per impedirle di gridare; il che non era affatto necessario, perch non sarebbe stata comunque in grado di emettere suono. Poi venne sollevata da terra e portata attraverso la stanza, e poi ancora oltre la soglia. Un vago, inconscio sforzo di volont l'aiut a tenere la testa scostata da quel miserabile rantolante che la stava trasportando. E di conseguenza riusc a vedere il pianerottolo, e due di quegli abominevoli cani da guardia che erano stati messi a sorvegliarla. 
La grigia luce spettrale dell'alba faceva capolino attraverso lo stretto abbaino sul tetto, illuminando debolmente le loro sagome stravaccate a terra in tutta la loro lunghezza, le teste sepolte tra le braccia ripiegate, e le gambe nude che apparivano di uno strano pallore in quella luce fioca. Il loro respiro pesante riecheggiava tra le nude mura di pietra. Esther rabbrivid e chiuse gli occhi. Era come un tronco di legno; priva di forze, di pensiero, di volont, e quasi anche di sensazioni. 
Poi, tutto d'un tratto, la freschezza dell'aria mattutina la colse in pieno viso. Apr gli occhi e tent di muoversi, ma quelle braccia possenti la tenevano pi stretta di prima. Ora, s, avrebbe gridato per l'orrore, potendo. Con il ritorno alla coscienza, la consapevolezza della sua disperata situazione la colp in tutto il suo agghiacciante significato, in tutti i suoi spaventosi dettagli. L'alba grigia, il miserabile disgraziato che la teneva stretta, il silenzio di quell'ora del primo mattino, in cui non una sola anima pietosa sarebbe stata sveglia a tenderle una mano amica o a darle il conforto di una muta simpatia. Ed era tale, il silenzio, che il ticchettio degli zoccoli dell'uomo sul selciato irregolare riverberava nell'aria, spettrale. 
E fu in quel silenzio da sbigottire che un suono d'improvviso le arriv all'orecchio, un suono che, in un istante, le diede l'impressione di non essere realmente viva; oppure che, se era viva, stava dormendo, e sognando strani e impossibili sogni. Era il suono di una voce, limpida e decisa, con toni di divertimento, che diceva, giusto pi forte di un bisbiglio e in inglese, addirittura: "Fa' attenzione, Ffoulkes! Quel giovane cucciolo  forte come un cavallo. Ci far scoprire, se non stiamo attenti." 
Un sogno? Ovviamente era per forza un sogno, perch quella voce era stata molto vicina al suo orecchio; tanto vicina in effetti che... ebbene! Esther era ben certa che il suo viso fosse ancora premuto contro il pastrano sporco e lacero che quel repellente Rateau aveva indossato tutto il tempo. E per tutto il tempo v'era stato il ticchettio degli zoccoli di lui sul selciato. E quindi quella voce, e l'allegra risata trattenuta che la accompagnava, dovevano essere state parte del suo sogno. Quanto a lungo quel sogno fosse durato, lei non avrebbe saputo dirlo. Un'ora e pi, pens, mentre l'alba grigia cedeva alle sfumature rosate del mattino. Per qualche motivo, non era pi in preda al terrore e a cupi presagi. Una sottile atmosfera di forza e di sicurezza pareva avvolgerla. A un certo punto le sembr di venir trasportata in un carro che sussultava in maniera terribile, e quando mosse il viso e le mani entr in contatto con cose che erano fresche e verdi e odoravano di campagna. Era al buio in quel momento, ed era in s solo per un quarto, ma il fazzoletto era stato rimosso dalla sua bocca. Le sembrava di poter sentire la voce del suo Jack, ma lontana e indistinta, e il picchiare degli zoccoli di un cavallo, e il cigolio delle ruote di un carro, e a volte l'orribile tosse raschiante che le ricordava la presenza di quel detestabile disgraziato, che non avrebbe dovuto far parte di un sogno cos lenitivo. 
Poi dovevano essere trascorse molte ore. 
E poi, tutt'a un tratto, era all'interno di una casa... in una stanza, e avvert che veniva calata, molto gentilmente, a terra. Era in piedi, ma non riusciva a vedere dove fosse. V'erano dei mobili; un tappeto, un soffitto... e quell'uomo, Rateau, con gli zoccoli e il pastrano lurido, e quell'allegra voce inglese, e un paio di profondi occhi azzurri, pensierosi e pigri e infinitamente gentili. 
Ma prima di poter mettere bene a fuoco ci che vedeva, tutto inizi a vorticarle attorno, a danzare una folle, selvaggia sarabanda, che la costrinse a ridere e ridere finch non si sent la gola chiusa e gli occhi bollenti. Dopodich, non ricordava nient'altro. 
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Paragrafo 7.
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La prima cosa di cui Esther Vincent fu consapevole, quando ritorn in s, fu il suo innamorato inglese inginocchiato accanto a lei. Era sdraiata sul un divano e ne vedeva il viso di profilo, poich lui si era voltato e stava parlando a qualcun altro all'estremit pi lontana della stanza. 
"E siete stato voi a buttarmi a terra?" stava dicendo, "e a sedervi sul mio torace, e a legarmi come un pennuto?" 
"Suvvia, mio caro signore," ribatt una voce pigra e cordiale. "Che altro potevo fare? Non c'era tempo per le spiegazioni. Eravate quasi fuori di voi, e non avreste compreso. Ed eravate anche sul punto di tirarci addosso tutti i guardiani notturni a portata d'udito." 
"Mi dispiace!" disse Kennard con semplicit. "Ma come avrei potuto indovinare?" 
"Non potevate," replic l'altro. " per questo che ho dovuto agire in maniera tanto sommaria con voi e con Mademoiselle Esther, per non parlare della buona vecchia Lucienne, che non aveva mai messo piede in un cabaret in vita sua. Tutti voi dovrete perdonarmi prima di iniziare il vostro viaggio. Non siete ancora fuori dal ginepraio, ricordate. Anche se Parigi  di parecchio alle nostre spalle, la Francia stessa non  pi un posto sicuro per nessuno di voi." 
"Ma in quale modo siamo usciti da Parigi? Ero soffocato sotto un mucchio di cavoli, con Lucienne su un lato ed Esther, priva di sensi, dall'altro. Non riuscivo a vedere nulla. So che ci siamo fermati alla barriera. Pensavo che saremmo stati riconosciuti, rimandati indietro! Mio Dio! Come ho tremato!" 
"Bah!" lo interruppe l'altro con una risata noncurante. "Non  difficile come sembra. Lo abbiamo gi fatto prima, eh, Ffoulkes? Un carro da ortolano, un disgraziato mascalzone come me stesso per guidarlo, un altro disgustoso individuo come Sir Andrew Ffoulkes, baronetto, per condurre un ronzino rinsecchito, un paio di passaporti contraffatti o rubati, una quantit di oro inglese, e l'impresa  compiuta!" 
Esther teneva gli occhi fissi sull'uomo che stava parlando. Si meravigliava, ora, di aver potuto essere cos cieca. Quel volto cadaverico non era che uno straordinario uso di pittura unticcia! Gli stracci! Lo sporco! Certo, l'intero modo in cui aveva impersonato quell'orribile creatura era pura maestria, ma v'erano quegli occhi; profondi e pensierosi e gentili. Come aveva fatto a non indovinare? 
"Voi siete noto come la Primula Rossa," disse all'improvviso. "Suzanne de Tournay era mia amica. Me lo raccont. Avete salvato lei e la sua famiglia, e ora... oh, mio Dio!" esclam. "Come potremo mai ripagarvi?" 
"Mettendovi senza riserve nelle mani del mio amico Ffoulkes," replic gentilmente lui. "Vi condurr al sicuro e, se lo desiderate, in Inghilterra." 
"Quanto lo desideriamo!" sospir Kennard pieno di fervore. 
"Tu non vieni con noi, Blakeney?" indag Sir Andrew Ffoulkes, e alle orecchie sensibili di Esther parve che la voce del giovane risuonasse di autentica ansia, e anche di supplica. 
"No, non questa volta," replic Sir Percy in tono leggero. "Mi piace il personaggio di Rateau, e non voglio rinunciarvi subito. Non ho fatto nulla che potesse sollevare sospetti nelle menti dei miei pittoreschi compari al Cabaret de la Libert. Posso continuare con facilit per un po' di tempo ancora, e francamente mi piaccio nei panni del cittadino Rateau. Mi sembra di non essermi mai goduto cos tanto un personaggio!" 
"Non avrai intenzione di ritornare al Cabaret de la Libert!" esclam Sir Andrew. 
"Perch no?" 
"Verrai riconosciuto!" 
"Non prima di aver reso servigi a un buon numero di sventurati, spero." 
"Ma quella tua orribile tosse! Percy, un giorno o l'altro ti farai dei danni." 
"No, no! Mi piace, quella tosse. Ho fatto pratica per molto tempo prima di arrivare alla perfezione. Che splendido ansimare! Devo insegnare a Tony come farlo, un giorno o l'altro. Ti piacerebbe sentirlo ora?" 
E rise, di quella sua perfetta, deliziata, pigra risata, che portava a chiunque la udisse sul sentiero di un allegro divertimento. Poi esplose nella spaventosa tosse del tisico Rateau... ed Esther Vincent istintivamente chiuse gli occhi e rabbrivid. 
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Assolutamente necessario.
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Paragrafo 1.
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...
I bambini erano tutti rannicchiati insieme in un angolo della stanza; Etienne e Valentine, i due pi grandi, tenevano fra le braccia la piccolina. Per quanto riguardava Lucile, lei vi avrebbe detto che si sentiva come un uccellino tra due serpenti - terrorizzata e affascinata - soprattutto, oh! da quell'ometto con il volto pallido e gli occhi di un grigio chiarissimo e le mani bianche e snelle intoccate dalla fatica, una delle quali rimaneva posata sulla scrivania, e l'altra ogni tanto si stringeva a pugno per una parola o uno sguardo dell'altro uomo, o di Lucile stessa. 
Ma il commissario Lebel voleva solamente essere intimidatorio. Non era difficile, dal momento che lei in realt era gi parecchio spaventata, con tutto quel parlare di "traditori" e quell'orribile minaccia della ghigliottina. 
Lucile Clamette, tuttavia, sarebbe rimasta straordinariamente leale a dispetto di tutte quelle minacce, se non fosse stato i bambini. Per loro era una piccola madre; poich il padre era un invalido, con la parola e la mente gi danneggiate da una strisciante paralisi, e maman era morta quando era nata la piccola Josephine. E ora quei demoni minacciavano non soltanto lei, ma anche Etienne che non aveva che quattordici anni, e Valentine che ne aveva poco pi di dieci; li minacciavano di morte, a meno che lei, Lucile, non infrangesse la solenne promessa che aveva fatto al signor marchese. Sulle prime aveva tentato di negare di avere una qualche idea di dove lui si trovasse. 
"Posso assicurare a Monsieur le Commissaire che non lo so," aveva continuato a dire con voce tranquilla, anche se il cuore le batteva cos rapidamente in seno che le pareva di stare soffocando. 
"Chiamami Cittadino Commissario," rispose secco Lebel. "Potrei prenderla come una prova che i tuoi sentimenti aristocratici non sono cos profondamente radicati quanto sembrano essere." 
"S, cittadino!" mormor sottovoce Lucile. 
Poi l'altro, quello con gli occhi pallidi e le mani bianche e snelle, si allung in avanti sulla scrivania, e lei ebbe l'impressione che una forza invisibile la tenesse stretta, tanto stretta che non era in grado di muoversi n di respirare, n di distogliere lo sguardo da quegli occhi cos chiari. Nell'angolo pi lontano la piccola Josephine piagnucol, ed Etienne teneva i grandi occhi scuri coraggiosamente fissi sulla sorella maggiore. 
"Su, su, piccola cittadina," disse quell'uomo spaventoso con voce bassa, quasi carezzevole, "non v' nulla di cui aver paura. Nessuno intende far del male a voi o alla vostra famigliola. Vogliamo solo che siate ragionevole. Avete promesso al vostro precedente datore di lavoro che non avreste mai detto a nessuno dove si trovasse. Ebbene! Noi non vi chiediamo di dirci nulla. 
"Tutto quel che vogliamo  che voi scriviate una lettera a Monsieur le Marquis, una che io stesso vi detter. Avete gi scritto a Monsieur le Marquis in precedenza, per questioni d'affari, non  vero?" 
"S, monsieur... s, cittadino," balbett Lucile tra le lacrime. "Mio padre era amministratore di Monsieur le Marquis finch non  diventato invalido, e ora io..." 
"Non scrivere nessuna lettera, Lucile," intervenne Etienne tutt'a un tratto, veemente. " una trappola di queste canaglie per catturare Monsieur le Marquis." 
Dopo quell'improvvisa esplosione da parte del giovinetto nella stanza vi fu un attimo di silenzio. Poi l'uomo dal volto tanto pallido disse a bassa voce: "Cittadino Lebel, date ordine che quel ragazzo venga rimosso. Fatelo tenere in custodia finch non avr imparato a tenere a freno la lingua." 
Ma prima che Lebel potesse parlare ai due soldati che stavano di guardia alla porta, Lucile si era lasciata sfuggire un grido di agonizzante protesta. 
"No! No! Monsieur! Cio, cittadino!" implorava. "Non portate via Etienne. Star zitto... Vi prometto che star zitto... Soltanto, non portatelo via! Etienne, piccolo mio!" aggiunse volgendo gli occhi colmi di lacrime verso il fratello, "ti imploro di tenere a freno la lingua!" 
E anche gli altri si aggrapparono ad Etienne, e il ragazzo, sottomesso, ricadde nel silenzio. 
"Ora, quindi," riprese bruscamente Lebel dopo un poco, "proseguiamo con i nostri affari. Sono stufo marcio.  gi andata avanti troppo a lungo." 
Fiss gli occhi iniettati di sangue su Lucile e continu burbero: "Ora ascoltatemi, ragazza mia, perch questa sar la mia ultima parola. Il cittadino Chauvelin  gi stato molto indulgente con voi concedendovi questa faccenda della lettera. Io avrei fatto in modo di farvi parlare qui e subito. Le cose stanno cos: o voi vi mettete seduta a scrivere immediatamente quella lettera sotto dettatura del cittadino Chauvelin, oppure io spedisco quel vostro impudente fratello e quello scimunito di vostro padre in prigione, con l'accusa di tradimento contro lo Stato per favoreggiamento verso i nemici della Repubblica; e sapete quali sono le abituali conseguenze di una tale accusa. Gli altri due marmocchi finiranno in una Casa di Correzione, per venir trattenuti l a piacere del Comitato di Salute Pubblica. Questa  la mia ultima parola," ribad ferocemente. "Ora: quale delle due?" 
S'interruppe; le guance della fanciulla si erano fatte di un grigio plumbeo. Lei si inumid le labbra una o due volte con la lingua; alla radice dei capelli erano comparse delle perle di sudore. Fissava inerme il suo tormentatore, senza azzardarsi a guardare le tre figurette rannicchiate nell'angolo. Vi furono altri secondi di silenzio. L'uomo con gli occhi pallidi si alz e scost la seggiola. And alla finestra e rimase l dando le spalle alla stanza, quelle mani bianche e snelle strette l'una nell'altra dietro la schiena. Pareva che il commissario e la fanciulla non gli interessassero pi. Stava soltanto guardando dalla finestra. 
L'altro se ne stava ancora in una posa scomposta dietro scrivania, la mano grande e rozza - quant'erano diverse l'una dall'altra le mani! - che batteva in un ritmo indiavolato sul bracciolo della sedia. 
Dopo un po' di tempo Lucile fece un violento sforzo per ricomporsi, e si asciug la pallida fronte e le lacrime che ancora le pendevano dalle ciglia. Poi si alz dalla sedia e and risoluta alla scrivania. 
"Scriver la lettera," disse con semplicit. 
Lebel si fece sfuggire un versaccio di soddisfazione, l'altro invece non si mosse dalla sua posizione accanto alla finestra. Il ragazzo, Etienne, aveva emesso un grido di appassionata protesta. 
"Non consegnare Monsieur le Marquis, Lucile!" disse, accalorandosi. "Io non ho paura di morire." 
Ma Lucile aveva preso la sua decisione. Come avrebbe potuto fare altrimenti, con quelle terribili minacce che incombevano sopra tutti loro? Lei ed Etienne e il loro povero padre svaniti, e i due pi piccoli in una di quelle orribili Case di Correzione, nelle quali ai bambini si insegnava a odiare la Chiesa, a schernire i sacramenti, e a bestemmiare Dio! 
"Che devo scrivere?" chiese in tono spento, chiudendo risolutamente le orecchie alle proteste del fratello. 
Lebel spinse verso di lei penna, inchiostro e carta, e lei si sedette, pronta a iniziare. 
"Scrivete!" fu il secco comando, ora, da parte dell'uomo alla finestra. E Lucile, sotto dettatura, scrisse: 
...
"Monsieur le Marquis, 
siamo in grave pericolo. Mio fratello Etienne ed io siamo stati arrestati con l'accusa di tradimento. Questo significa la ghigliottina per noi e il nostro povero padre, che non pu pi parlare; e i piccini verranno mandati in una di quelle spaventose Case di Correzione, dove ai bambini viene insegnato a negare Dio e a bestemmiare. Voi solo potrete salvarci, Monsieur le Marquis; e io vi prego in ginocchio di farlo. Il Cittadino Commissario dice che siete in possesso di documenti che sono di gran valore per lo Stato, e che se io riesco a persuadervi a consegnarli allora Etienne, nostro padre, io e i piccini verremo lasciati tranquilli. Monsieur le Marquis, una volta diceste che non avreste mai potuto ripagare adeguatamente mio padre per la sua devozione al vostro servizio. Potete farlo ora, Monsieur le Marquis, salvandoci tutti. Io sar allo chteau a una settimana da oggi. Vi supplico, Monsieur le Marquis, di venire da me allora e di portare i documenti con voi; oppure, se potete escogitare un qualche altro modo per inviarmeli, obbedir ai vostri comandi. Rimango, Monsieur le Marquis, la vostra fedele e devota serva, Lucile Clamette." 
..
La penna cadde dalle dita della sventurata fanciulla, che nascose il viso tra le mani con singhiozzi convulsi. I bambini erano silenziosi, sbigottiti... e sfiniti, anche. Soltanto gli occhi scuri di Etienne rimanevano fissi sulla sorella, in muto rimprovero. 
Lebel non aveva fatto alcun tentativo di interrompere la dettatura del collega. Soltanto, una volta o due gli era sfuggito dalle labbra un "Ma che diavolo!" subito represso. Ora, quando la lettera fu conclusa e debitamente firmata, la tir a s e vi vers sopra la sabbia. Chauvelin, pi impassibile che mai, stava di nuovo guardando fuori della finestra. 
"Come faranno i ci-devant aristos a ricevere questa lettera?" domand il commissario. 
"Deve venir messa nell'albero cavo che si trova a lato del cancello delle stalle a Montorgueil," bisbigli Lucile. 
"E gli aristos la troveranno l?" 
"S. Monsieur le Vicomte ci va due volte la settimana per vedere se vi sia qualcosa da parte nostra." 
"Si nascondono da qualche parte nelle vicinanze, allora?" 
Ma a questo la fanciulla non diede risposta; aveva l'impressione che ora ogni parola l'avrebbe strangolata. 
"Ebbene, non importa dove sono!" riprese quel miserabile inumano, con brutale cinismo. "Adesso li abbiamo, tutti e due. Marquis! Vicomte!" aggiunse, sputando a terra per esprimere disprezzo per quei titoli. "Cittadini Montorgueil, padre e figlio, questo  tutto quel che sono! Ed  cos che se ne andranno a fare l'inchino a Madame la Guillotine!" 
"Possiamo andare ora?" balbett Lucile tra le lacrime. 
Lebel annu assente, e la fanciulla si alz e and verso la porta. Chiam i bambini, e i piccoli le si aggrapparono alla sottana come pulcini attorno alla mamma chioccia. Soltanto Etienne rimase in disparte, furibondo nei confronti della sorella per quello che considerava un tradimento. "Le donne non hanno alcun senso dell'onore!" mormor tra s e s, con tutto l'orgoglio di una compresa virilit. Ma Lucile si sentiva pi che mai come un passerotto che stesse tentando invano di sfuggire alle grinfie di un uccellatore. Si strinse attorno i piccini; poi, con un grido simile a quello di una cerbiatta ferita, corse rapida fuori dalla stanza. 
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Paragrafo 2.
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Non appena il rumore dei passi dei bambini fu svanito lungo il corridoio, Lebel si volt con un grugnito verso il suo collega, ancora silenzioso. 
"E ora, cittadino Chauvelin," disse brusco, "forse vorrete avere la bont di spiegare qual  il significato di tutte queste buffonate." 
"Buffonate, cittadino?" domand l'altro in tono mite. "Quali buffonate, suvvia?" 
"Ma quella storia dei documenti!" Lebel ringhi furioso. "Accidenti a voi che ci avete messo le mani impicciandovi! Sono stato io ad ottenere l'informazione che quei pestilenziali aristos, i Montorgueil, ben lontani dall'essere fuggiti dal paese, si nascondono da qualche parte nel mio distretto. Avrei potuto costringere la ragazza a rivelarne il nascondiglio molto in fretta, senza alcun aiuto da parte vostra. Che diritto avevate di interferire, vorrei proprio saperlo!" 
"Sapete benissimo quale diritto avevo, cittadino Lebel," replic Chauvelin con perfetta compostezza. "Il diritto conferitomi dal Comitato di Salute Pubblica, del quale sono ancora un indegno membro. Mi hanno inviato qui per darvi una mano in un'indagine che  di enorme importanza per loro." 
"Questo lo so!" ribatt scontroso Lebel. "Ma perch vi siete inventato la storia di quei documenti?" 
"Non  un'invenzione, cittadino," replic Chauvelin con lenta enfasi. "I documenti esistono. Sono effettivamente in possesso dei Montorgueil, padre e figlio. Catturare quei due aristos sarebbe non soltanto un errore marchiano, ma una criminale follia, a meno che non riusciamo allo stesso tempo a mettere le mani sui documenti." 
"Ma in nome di Satana, quali documenti sono?" esclam Lebel con una feroce imprecazione. 
"Pensate, cittadino Lebel! Pensate!" fu la fredda replica di Chauvelin. "Ritengo che possiate arrivare ad un'ipotesi piuttosto precisa." Poi, mentre l'impeto e la furia dell'altro d'improvviso crollavano sotto il suo calmo sguardo accusatorio continu, sempre con la stessa impressionante tranquillit: "I documenti che quei due aristos hanno in loro possesso, cittadino, sono ricevute per denaro, per tangenti versate a vari membri del Comitato di Salute Pubblica da agenti realisti, allo scopo di sovvertire la nostra gloriosa Repubblica. Voi sapete tutto al riguardo, non  vero?" 
Mentre lui parlava, negli occhi di Lebel si era insinuata furtiva un'espressione di terrore, e le sue guance si erano fatte di un grigio piombo. Ma nonostante tutto, tent di mantenere un'aria di incredula perplessit. 
"Io?" esclam. "Che intendete dire, cittadino Chauvelin? Che dovrei mai sapere io al riguardo?" 
"Alcune di quelle ricevute sono firmate con il vostro nome, cittadino Lebel," ribatt Chauvelin con forza. "Bah!" aggiunse poi, e ora nel suo tono piano, tranquillo, si insinuava una nota di selvaggio disprezzo. "Heriot, Foucquier, Ducros e tutta la vostra banda, ci siete dentro fino al collo: traffico con i nemici, commercio con l'Inghilterra, tangenti da chiunque stia lavorando contro la sicurezza della Repubblica. Ah! Se le cose fossero andate a modo mio, avrei lasciato che l'odio di quegli aristos facesse il suo corso. Avrei lasciato che i Montorgueil e il loro branco di agenti realisti rendessero pubbliche davanti al mondo intero quelle infami prove del vostro tradimento e della vostra meschinit, e vi spedissero tutti quanti alla ghigliottina!" 
Aveva parlato con una tale furia concentrata, e l'odio e il disprezzo che i suoi pallidi occhi esprimevano erano talmente feroci che, pur non volendo, Lebel avvert un brivido gelido percorrergli la spina dorsale. Ciononostante, non intendeva cedere; tent di tirar fuori un ghigno sarcastico, e di mantenere almeno una parte dello scontroso atteggiamento di sfida che aveva mostrato prima. 
"Bah!" esclam con uno sguardo che restituiva odio per odio, disprezzo per disprezzo. "Che potete fare? Se non vado errato, a tutt'oggi in Francia non v' uomo pi screditato di colui che non  riuscito a catturare la Primula Rossa." 
Quell'affondo colp nel segno. Adesso era il turno di Chauvelin di perdere la compostezza, di avere le labbra pallide. Quel bagliore di virtuosa indignazione che aveva negli occhi mor, la sua espressione si fece furtiva e vergognosa. 
"Avete ragione, cittadino Lebel," disse dopo un poco, calmo. "Le recriminazioni sono fuori posto. Io sono un uomo screditato, come avete detto. Forse sarebbe stato meglio se il Comitato mi avesse spedito molto tempo fa a espiare i miei fallimenti alla ghigliottina. Almeno non avrei sofferto per l'umiliazione, come sto soffrendo adesso ogni giorno, ogni ora, al pensiero del trionfo del mio nemico, che detesto con una passione che mi divora l'anima. Ma non parliamo di me," prosegu tranquillo. "Ora in gioco vi sono affari ben pi gravi dei miei." 
Per un momento Lebel non disse nient'altro. Forse era soddisfatto del successo della sua provocazione, anche se il terrore da cui era presa la sua anima avida continuava a fargli correre brividi freddi su e gi per la schiena. Chauvelin si era nuovamente voltato dall'altra parte, lo sguardo fisso in lontananza. La finestra dava a nord. Da quella parte, in linea retta, v'erano Calais, Boulogne, e l'Inghilterra, dove lui aveva dovuto subire umiliazioni tanto cocenti da parte di quel suo elusivo nemico. E l proprio davanti a lui si stendeva Parigi, dove le mura stesse parevano fare eco alla risata di scherno di quell'audace inglese che l'avrebbe tormentato fino alla tomba. 
Alla fine, snervato dal silenzio del collega, Lebel esplose, scontroso. "Ebbene, cittadino," disse con un altro debole tentativo di sarcasmo, "se non state ancora pensando di mandarci tutti quanti alla ghigliottina, forse avrete la bont di spiegarmi come sarebbe la situazione?" 
"Semplicissima, alas!" replic asciutto Chauvelin. "I due Montorgueil, padre e figlio, sotto falso nome, erano gli agenti realisti che sono riusciti a subornare uomini come voi, cittadino, tutti voialtri, la vostra banda. Noi li abbiamo inseguiti fino a questo distretto, abbiamo confiscato le loro terre e saccheggiato il vecchio chteau per i beni di valore e il resto. Due giorni pi tardi, la prima di una serie di pestilenziali lettere anonime  arrivata al Comitato di Salute Pubblica, minacciando di diffondere un'intera serie di documenti compromettenti se il marchese e il visconte de Montorgueil fossero stati infastiditi in qualsiasi maniera, e se tutte le propriet dei Montorgueil non fossero state immediatamente restituite." 
"Suppongo sia assolutamente certo che queste ricevute e questi documenti esistano?" sugger Lebel. 
"Assolutamente certo. Una delle ricevute, firmata da Heriot,  stata inviata come esemplare." 
"Mio Dio!" esclam Lebel, costretto ad asciugarsi la fronte per via dei sudori freddi. 
"S, vorrete tutti che arrivi un aiuto da qualche parte," ribatt freddo Chauvelin. "Da sopra o da sotto, giusto? Se la gente verr a sapere quel che voi canaglie avete fatto," aggiunse con un maligno schioccare delle labbra sottili, "ritengo che deruberanno la ghigliottina e che alla fine vi trascineranno gi dalle carrette per farvi a brani!" 
Ancora una volta, negli occhi iniettati di sangue del commissario comparve quel furtivo terrore. 
"Grazie al Signore," mormor, "che siamo stati in grado di prendere la ragazza Clamette!" 
"Dietro mio suggerimento," ribatt secco Chauvelin. "Ho sempre creduto nel minacciare i deboli se si vogliono costringere i forti. I Montorgueil non potranno resistere all'appello della ragazza. E se anche all'inizio lo faranno, noi possiamo aumentare la pressione schiaffando uno dei pi giovani in galera. Nel giro di una settimana avremo quei documenti, cittadino Lebel; e se nel frattempo nessuno commette altri errori marchiani, potremo chiudere la trappola attorno ai Montorgueil senza ulteriori problemi." 
Lebel non disse altro, e dopo un poco Chauvelin torn alla scrivania, prese la lettera che la povera Lucile aveva scritto e inumidito con le proprie lacrime, la ripieg con tranquilla decisione e la infil nella tasca interna del soprabito. 
"Che intendete fare?" domand ansioso Lebel. 
"Lasciare questa lettera nell'albero cavo accanto all'ingresso delle stalle a Montorgueil," replic semplicemente Chauvelin. 
"Cosa?" esclam l'altro. "Voi stesso?" 
"Ma ovviamente! Pensate forse che affiderei questo incarico a chiunque altro?" 
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Paragrafo 3.
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Un paio d'ore pi tardi, quando i bambini avevano mangiato e si erano messi a giocare in giardino, e al padre erano state rimboccate le coperte per il pisolino pomeridiano, Lucile chiam a s il fratello Etienne. Il ragazzo non le aveva pi rivolto la parola dopo i terribili momenti trascorsi in presenza di quei due uomini spaventosi. Non aveva mangiato nulla, era rimasto solamente seduto l con lo sguardo infuocato, puntandolo fisso davanti a s, e di tanto in tanto gettando un'occhiata di bruciante rimprovero alla sorella. Ora, mentre lo chiamava, tent di scappar via, ed era gi a met delle scale prima che lei riuscisse a trattenerlo. 
"Etienne, mon petit!" lo implor, chiudendo le braccia attorno a quella sagoma tanto scarna. 
"Lasciami andare, Lucile!" la preg il ragazzo, ostinato. 
"Mon petit, ascoltami!" supplic lei. "Non tutto  perduto, se rimani al mio fianco." 
" tutto perduto, Lucile!" grid lui, lottando per trattenere un fiume di lacrime appassionate. "L'onore  perduto. Il tuo tradimento  una vergogna per tutti noi. Se Monsieur le Marquis e Monsieur le Vicomte verranno portati alla ghigliottina, il loro sangue sar sulle nostre mani." 
"Soltanto sulle mie, mio piccolo Etienne," disse lei, triste. "Ma Dio solo pu giudicarmi. Era una terribile alternativa: Monsieur le Marquis, oppure te e Valentine e la piccola Josephine e il nostro povero padre, che  cos inerme. Ma non parliamo di questo. Non tutto  perduto. Ne sono certa. L'ultima volta che ho parlato con Monsieur le Marquis - si era in febbraio, ricordi? - lui era pieno di speranza, e oh! cos gentile. Ebbene, mi disse che se io o uno qualunque di noi si fosse trovato in guai tali da non sapere a chi rivolgersi, uno di noi doveva mettersi i suoi abiti pi vecchi, fare in modo di somigliare il pi possibile a un mendicante scalzo, e poi andare a Parigi in un posto chiamato il Cabaret de la Libert in Rue Christine. L dovevamo chiedere del cittadino Rateau, e dovevamo raccontare a lui tutti i nostri guai, quali che fossero. Ebbene! Ora siamo in tali guai, mon petit, da non sapere a chi rivolgerci. Mettiti i tuoi abiti pi vecchi, piccolo mio, e corri a piedi nudi a Parigi, trova il cittadino Rateau e racconta di quel che  appena successo: la lettera che mi hanno costretta a scrivere, quello che minacciavano di fare se non l'avessi scritta... tutto quanto. Hai capito?" 
Al ragazzo risplendevano gli occhi. Il pensiero di poter, lui personalmente, fare qualcosa per rimediare alla terribile vergogna del tradimento della sorella, lo spron; non serv persuasione da parte di Lucile per indurlo ad andare. Gli fece mettere dei vestiti vecchi e gli infil nella tasca dei calzoni un pezzo di pane e formaggio. 
Erano quasi due leghe da l a Parigi, ma quella corsa fu una delle pi felici che Etienne avesse mai fatto. E la fece a piedi nudi, anche, senza avvertire stanchezza n dolore, nonostante la durezza della strada dopo due settimane di siccit che avevano trasformato il fango in dure torte d'argilla, spaccata da fessure che gli lacerarono i piedi fino a farli sanguinare. 
Raggiunse il Cabaret de la Libert soltanto al calar della notte, e quando vi arriv, quasi non si azzardava ad entrare. La sporcizia, lo squallore, le voci rauche che risalivano da quel luogo simile a una cantina, ben pi basso del livello della strada, per quel ragazzo cresciuto in campagna erano repulsivi. Non fosse stato per la disperata urgenza del suo incarico non avrebbe mai osato entrarvi; quando lo fece, i fumi dell'alcol e i vapori che salivano dagli abiti sporchi quasi lo strozzarono, e riusc a malapena a balbettare il nome "cittadino Rateau" in risposta alla voce burbera che gli aveva immediatamente chiesto le sue intenzioni. 
Si rendeva conto soltanto ora di quanto fosse stanco e affamato. Non aveva pensato a fermarsi per consumare le poche provviste, quel pane e formaggio che la previdente Lucile gli aveva fornito. Ed era sul punto di svenire quando un basso scoppio di risa, che riecheggiava da un'estremit all'altra di quel posto orribile, accolse la sua timida richiesta. 
"Cittadino Rateau!" chiam la stessa voce burbera di prima, in tono ilare. "Ehi, eccolo l! Qua, cittadino! C' un germoglio di aristo che vuole vedervi." 
Etienne volse gli occhi stanchi all'angolo che gli veniva indicato. L vide un'enorme creatura stravaccata su una panca, con le possenti gambe allungate davanti a s. Il cittadino Rateau era ricoperto, pi che abbigliato, di una camicia lurida, brache lacere e calze lise, con scarpe scalcagnate, e una berretta rossa stinta. Aveva il viso congestionato, gli occhi infossati; pareva stesse dormendo, a giudicare dai rumorosi respiri che di tanto in tanto a intervalli sfuggivano dalle labbra socchiuse, mentre occasionali colpi di tosse parevano lacerare il suo ampio petto. 
Etienne gli lanci un'occhiata, rabbrividendo per l'orrore, a dispetto di se stesso, per l'aspetto di quel relitto dal quale sarebbe dovuta giungere la salvezza. Ci che aveva attorno gli risultava disgustoso e ripugnante all'estremo. Cosa significasse tutto quello proprio non riusciva a capirlo; l'unica cosa che sapeva era che gli sembrava un'altra orribile trappola in cui lui e Lucile erano caduti, e che lui doveva fuggirne... fuggirne a tutti i costi, prima di tradire ancora di pi il signor marchese e consegnarlo a quei bruti ubriaconi. Un altro momento, e gli venne paura che davvero sarebbe svenuto. Il frastuono di una canzone da avvinazzati gli risuonava nelle orecchie, la puzza dell'alcol gli dava le vertigini, la nausea. Aveva giusto quel po' di forze bastanti a girarsi per ritornare vacillando fuori, all'aperto. L i sensi lo tradirono, le luci della casa di fronte iniziarono a danzare selvaggiamente davanti ai suoi occhi; dopodich, non ricordava nient'altro. 
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Paragrafo 4.
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Non v' nulla ora in tutta la campagna che sia desolato e abbandonato come lo chteau di Montorgueil, con il suo parco un tempo magnifico e ora invaso dalle erbacce, le mura che lo circondavano infrante, le terrazze devastate, e i maestosi cancelli arrugginiti e distrutti. 
Proprio accanto a quello che in tempi pi felici era noto come cancello delle stalle v' un albero cavo. Non  all'interno del parco, ma giusto al di fuori, e ripara dalla vampa del sole pomeridiano lo stretto viottolo che costeggia le mura del parco stesso. 
La sua benevola ombra  un luogo molto amato per la siesta del pomeriggio, perch c' un po' di erba verde sotto l'albero e a lato della strada. Ma quando le ombre della sera si addensano di solito il viottolo  deserto, evitato dai paesani dei dintorni per via dell'inquietante senso di solitudine, tanto diverso dal fervore di attivit che un tempo regnava attorno ai cancelli del parco quando il signor marchese e la sua famiglia abitavano ancora l. E il viottolo non conduce da nessuna parte, perch  un puro e semplice anello che ad entrambe le estremit ritorna sulla strada principale. 
Henri de Montorgueil scelse una notte particolarmente buia di met settembre per una delle sue periodiche visite all'albero cavo. Mancava poco alle nove quando percorse il viottolo senza farsi vedere da nessuno, mantenendosi vicino alle mura del parco. Cadeva una pioggia leggera, la prima dopo quella prolungata siccit, e bench rendesse fangosa la strada, e anche scivolosa, in certi punti, aiutava ad attutire il rumore dei passi furtivi del giovane. L'aria, a parte il picchiettare della pioggia, era assolutamente immobile. Di tanto in tanto Henri de Montorgueil si fermava, il collo allungato in avanti, tutti i sensi in allerta, ascoltando, come ogni povera bestia inseguita, in cerca del pi lieve rumore che avrebbe potuto tradire l'avvicinarsi del pericolo. 
Come gi molte altre volte raggiunse senza problemi l'albero cavo, controll a tastoni, e al solito posto trov la lettera che la sventurata Lucile gli aveva scritto. Poi, con quella in mano, apr il cancello delle stalle. Da molto tempo ormai non veniva pi tenuto chiuso e sbarrato; dopo il saccheggio e le devastazioni per ordine del Comitato di Salute Pubblica, entro le mura del parco non rimaneva nulla che valesse la pena di tener sottochiave. 
Henri scivol furtivo attraverso i cancelli e si fece strada lungo il viale. Ogni pietra, ogni nicchia e ogni angolo della sua vecchia casa gli erano familiari, e ben presto entr in un capanno in cui in altri tempi si tenevano carriole e arnesi da giardino. Ora era pieno di detriti, pezzi di legname di ogni sorta; non si sarebbe potuto immaginare un luogo pi sicuro e appartato. Henri si accovacci nell'angolo pi lontano del capanno. Poi dalla cintura stacc una piccola lanterna cieca, ne apr lo schermo, e con l'aiuto di quella luce fioca lesse il contenuto della lettera. Dopodich, per molto tempo rimase assolutamente immobile; immobile come un uomo che fosse rimasto stordito da un colpo alla testa e avesse parzialmente perso i sensi. E il colpo era davvero uno di quelli da far vacillare. Lucile Clamette, con l'invincibile potere della propria impotenza, stava richiedendo la consegna di un'arma che per tutto quel tempo era stata una salvaguardia per i Montorgueil. Quei documenti, compromettenti per un discreto numero di influenti membri del Comitato di Salute Pubblica, erano stati la pi perfetta arma di difesa contro persecuzioni e ruberie. 
E ora bisognava cederli. Oh, quello non era certo in questione; ancor prima di consultarsi con suo padre, Henri sapeva che i documenti andavano ceduti. Erano astuti, quei rivoluzionari. L'idea di tenere come ostaggi dei bambini innocenti sarebbe potuta nascere soltanto da menti in sintonia con la malvagit del diavolo. Ma era impensabile che quei bambini dovessero soffrire. 
Dopo un poco il giovane si scosse dal torpore in cui quel colpo improvviso l'aveva fatto piombare, e alla luce della lanterna inizi a scrivere su un pezzo di carta che aveva strappato dal taccuino. 
...  
"Mia cara Lucile, 
come voi dite, il nostro debito nei confronti di vostro padre e di voi tutti non potr mai venir adeguatamente pagato. Voi e i bambini non dovrete mai soffrire, finch noi avremo il potere di salvarvi. Troverete i documenti nel ricettacolo che conoscete, all'interno del camino di quello che un tempo era il boudoir di mia madre. Troverete il ricettacolo sbloccato. Un giorno prima del termine di cui avete parlato, io stesso metter l i documenti per voi. Con quelli, mio padre ed io rinunciamo alle nostre vite per salvare voi e i piccini dalle persecuzioni di quei demoni. Possa il buon Dio proteggervi tutti." 
...
Firm la lettera con le sue iniziali, H. de M. Poi torn silenziosamente fino al cancello e lasci cadere il messaggio nel cavo dell'albero. 
Un quarto d'ora pi tardi Henri de Montorgueil si stava facendo strada per ritornare al nascondiglio che aveva dato rifugio a suo padre e a lui per cos tanto tempo. Il silenzio e la tenebra tornarono a regnare indisturbati attorno all'albero cavo; persino la pioggia aveva cessato il proprio gentile picchiettare. Poco dopo, da molto lontano, arriv il rintocco della campana di una chiesa che suonava le dieci. Poi nient'altro. 
Ancora qualche minuto di totale silenzio, poi qualcosa di scuro inizi a uscire dall'erba alta che bordava il margine della strada, qualcosa che nei movimenti assomigliava quasi a un serpente. Si trascinava avanti vicino al suolo, muovendosi senza fare alcun suono. Ben presto raggiunse l'albero, si sollev fino a raggiungere l'altezza di un uomo e si appiatt contro il tronco. Poi tir fuori una mano, tast all'interno della cavit e afferr la missiva che Henri de Montorgueil vi aveva lasciato cadere poco tempo prima. 
Un attimo dopo un minuscolo raggio di luce risplendeva nell'oscurit come una stella. Una figura d'uomo, minuta, quasi fragile, vestita degli abiti macchiati di fango di un campagnolo, aveva aperto lo schermo di una piccola lanterna cieca. A quella luce vacillante decifr la lettera che Henri de Montorgueil aveva scritto a Lucile Clamette. 
"Un giorno prima del termine di cui avete parlato, io stesso metter l i documenti per voi." 
Un sospiro di soddisfazione, velocemente represso, sal a quelle labbra sottili e incolori, e la luce della lanterna colse un lampo di trionfo in quegli occhi pallidi e imperscrutabili. 
Poi la luce si spense. Una tenebra impenetrabile inghiott di nuovo quella figura snella e misteriosa.
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Paragrafo 5.
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Erano trascorsi sei giorni da quando Chauvelin aveva imposto il suo ultimatum alla povera piccola Lucile Clamette; tre da quando aveva trovato nel cavo dell'albero la risposta di Henri de Montorgueil all'appello della fanciulla. Da allora aveva accuratamente indagato nello chteau, e ben presto era riuscito a stabilire quale stanza fosse stata in passato il boudoir della signora marchesa. Si trattava di un piccolo appartamento, a cui si accedeva direttamente dal primo pianerottolo delle scale, e l'unica finestra dava sul roseto posto sul retro della casa. All'interno del monumentale camino, alla lunghezza di un braccio su nella cappa, tra i mattoni era stato ricavato un ricettacolo, con uno sportellino di ferro che si apriva e si chiudeva mediante una molla nascosta. Chauvelin, che grazie alla sua nefanda vocazione era diventato esperto in questioni del genere, aveva ben presto padroneggiato il funzionamento di quel meccanismo. Ora poteva aprire e richiudere lo sportellino a suo piacimento. 
A tarda ora, nella sesta sera di quella stancante attesa, il ricettacolo all'interno del camino era ancora vuoto. E quella notte Chauvelin era determinato a trascorrerla allo chteau. Non avrebbe potuto riposare in nessun altro luogo. 
Nemmeno il suo collega Lebel era in grado di capire cosa avrebbe significato il possesso di quei documenti per lo screditato agente del Comitato di Salute Pubblica. Con quelli in mano poteva pretendere la riabilitazione, e poteva mirare all'immunit da quei ghigni sarcastici che erano stati tanto insopportabili per la sua anima arrogante... ghigni che si erano fatti sempre pi marcati, sempre pi intollerabili, e sempre pi minacciosi, man mano che lui accumulava fallimento su fallimento ad ogni incontro con la Primula Rossa. 
Immunit e riabilitazione! Questo significava che avrebbe potuto ancora una volta misurare il proprio ingegno e le proprie forze contro l'audace nemico che aveva causato la sua caduta. 
"In nome di Satana, riportateci quei documenti!" gli aveva gridato Robespierre stesso, insolitamente accalorato, prima di affidargli quell'importante missione. "Nessuno di noi potrebbe affrontare lo scandalo se venissero scoperti. Significherebbe la rovina assoluta per tutti noi." 
E quella notte Chauvelin, non appena le ombre della sera si erano addensate, era andato a prendere posizione nello chteau, nella piccola stanza interna contigua al boudoir. 
E l rimase seduto, accanto alla finestra aperta, ora dopo ora, tutti i sensi in allerta, in ascolto, attendendo il primo rumore di passi sul sentiero ghiaiato, l in basso. Anche se le ore avanzavano lente quasi avessero i piedi di piombo, non era n eccitato n ansioso. Quelli della famiglia Clamette erano ostaggi talmente preziosi che i Montorgueil erano obbligati dall'onore e dall'umanit ad ottemperare alla richiesta di Lucile e consegnare i documenti. 
"Finch abbiamo quella gente in nostro potere," aveva ripetuto pi volte tra s e s nel corso di quella lunga veglia, "nemmeno quel mestatore della Primula Rossa pu far nulla per salvare i maledetti Montorgueil." 
La notte era buia e immota. Nemmeno un alito d'aria smuoveva i rami degli alberi o i cespugli del parco; ogni passo, per quanto cauto, doveva per forza riecheggiare in quel perfetto, assoluto silenzio. Gli occhi pallidi e acuti di Chauvelin tentavano di perforare la semioscurit nella direzione dalla quale, con tutta probabilit, sarebbe giunto l'aristo. Si domand distrattamente se a portare i documenti sarebbe stato Henri de Montorgueil oppure il vecchio marchese in persona. 
"Bah! Quale che sia dei due," borbott poi, "possiamo facilmente catturare l'altro quando quegli abominevoli fogli saranno nelle nostre mani. E anche se entrambi gli aristos ci sfuggono," aggiunse mentalmente, "non ha importanza, una volta che avremo i documenti." 
Ben presto, una chiesa molto lontana suon la mezzanotte. L'immobilit dell'aria si era fatta opprimente. Un torpore nato dalla fatica cull l'agente del Terrore fino alla sonnolenza. La testa gli ricadde sul petto...
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Paragrafo 6.
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Poi d'improvviso un brivido di eccitazione lo attravers. Era del tutto sveglio ora, con occhi splendenti e spalancati, e la calma glaciale della perfetta sicurezza di s a governare ogni suo nervo. Gli era giunto all'orecchio un suono di passi regolari. 
Non riusciva a vedere nulla, n all'esterno n all'interno; ma le sue dita cercarono a tastoni la pistola che portava alla cintura. Con tutta chiarezza, l'aristo era solo; erano i passi di un'unica persona quelli che si stavano avvicinando allo chteau. 
Aveva lasciato socchiusa la porta che dava sul boudoir. La scala stava sull'altro lato di quella stanza fatidica, e la porta che conduceva ad essa era chiusa. Trascorsero alcuni minuti di tesa aspettativa. Poi nel silenzio arriv il suono di passi furtivi sui gradini, lo scricchiolio di un'asse, l'aprirsi quasi silenzioso della porta. 
In tutta la sua avventurosa carriera non si era mai sentito cos calmo. Il suo cuore batteva regolare, i suoi sensi non erano disturbati nemmeno dal pi lieve fremito dei nervi. I suoni quasi inavvertibili nella stanza accanto gli fornivano una chiarissima immagine mentale dei movimenti dell'aristo, che portava con s una piccola lanterna cieca, e non appena entrato ne punt la luce in giro per la stanza. Poi la pos a terra, vicino al caminetto, e inizi a tastare su lungo la cappa in cerca del ricettacolo nascosto. 
Ora Chauvelin lo osservava come un gatto sorveglia un topo, assaporando quei pochi momenti di anticipato trionfo. Apr senza far rumore la porta che dava sul boudoir. Alla luce della lanterna distingueva solo vagamente la sagoma della schiena dell'aristo, chino in avanti, intento al suo compito; ma fu pervaso da un fremito nel vedere, l accanto, a terra, un fascio di documenti. 
Tutto era pronto; la trappola era impostata. Ecco una completa vittoria, alfine. Era chiaramente il giovane visconte de Montorgueil ad essere venuto per quel compito. In quel momento aveva la testa su per la cappa del camino; la schiena del vecchio marchese sarebbe stata una sagoma pi sottile, pi fragile. Chauvelin trattenne il fiato; poi, con un breve colpetto di tosse, tolse la pistola nella cintura. 
Quel rumore spinse l'aristo a girarsi, e un attimo dopo una risata rumorosa e allegra risvegli echi dormienti nel vecchio chteau, mentre una cordiale voce strascicata esclamava, in inglese: "Che io sia dannato se questo non  il mio caro vecchio amico, Monsieur Chambertin! Diamine, signore! Chi avrebbe mai pensato di incontrarvi qui?" 
Gli fosse esploso d'improvviso un cannone sotto ai piedi, credo che Chauvelin si sarebbe sentito meno snervato. Per il tempo di due battiti del cuore rimase fermo l, quasi avesse messo radici, gli occhi incollati sul suo arcinemico, quell'abominevole Primula Rossa il cui sguardo derisorio, anche in quella penombra, pareva avergli fatto perdere i sensi. Ma quella fase di impotenza dur soltanto un momento; un attimo dopo, tutte le meravigliose possibilit di quell'incontro passavano come un lampo nella sua mente. 
Tutto era pronto; la trappola era impostata! Gli sventurati Clamette erano l'esca che ora avrebbe portato nella sua rete una preda ben pi nobile di quanto persino lui avesse osato sperare. 
Sollev la pistola, pronto a far fuoco. Ma Sir Percy Blakeney gli era gi addosso, e con un rapido movimento strapp l'arma della presa del suo nemico, troppo debole per opporre resistenza. 
"Cielo, quanto siete precipitoso, mio caro Monsieur Chambertin," disse in tono leggero. "Di certo non avete tutta questa fretta di piantarmi in corpo un dannato proiettile!" 
Ora la situazione avrebbe fatto tremare anche un uomo pi coraggioso di Chauvelin. Era solo e disarmato di fronte a un nemico dal quale non poteva attendersi alcuna misericordia. Ma anche cos il suo primo pensiero non fu per la fuga. Aveva valutato non soltanto il pericolo, ma anche l'immenso potere che aveva, finch i Clamette rimanevano ostaggi nelle mani del suo collega Lebel. 
"Mi avete messo in posizione di svantaggio, Sir Percy," disse, parlando freddamente quanto il suo nemico. "Ma soltanto momentaneamente. Potreste uccidermi, questo  ovvio; ma se non ritorner da questa spedizione non solo sano e salvo, ma anche con un certo pacchetto di documenti in mano, il mio collega Lebel ha istruzioni di procedere immediatamente contro la fanciulla Clamette e tutta la sua famiglia." 
"Oh, lo so bene," replic Sir Percy con una strana risata. "So bene che velenosi rettili siate voi e i vostri simili. In questo momento dovete la vita alla sventurata ragazza che state perseguitando con tanta infame malvagit." 
Chauvelin trasse un sospiro di sollievo. La situazione si stava gi plasmando in maniera pi soddisfacente. Nella penombra riusciva vagamente a distinguere la sagoma massiccia dell'inglese a pochi passi di distanza, una mano affondata nella tasca dei calzoni, l'altra che ancora stringeva la pistola. A terra, accanto al caminetto, v'era la piccola lanterna, e alla sua luce fioca il pacchetto di documenti risplendeva bianco, una tentazione nell'oscurit. I suoi occhi acuti puntarono a quello, e in cima videro una ricevuta per del denaro, con la firma di Heriot, che lui conosceva. 
Non si era mai sentito cos calmo. L'unica cosa che rimpiangeva era di essere solo; con una mezza dozzina di uomini quell'impudente sarebbe stato ridotto in ginocchio. E questa volta non vi sarebbero stati rischi, nessuna possibilit di fuga. In qualche modo gli pareva che la Primula Rossa avesse perduto una parte dell'audacia, della preveggenza. Mentre rimaneva l, massiccio e fisicamente possente, nel suo atteggiamento v'era qualcosa di ondivago, di indeciso, come se l'incoscienza e l'entusiasmo di un tempo avessero perso mordente. Aveva portato l quei documenti compromettenti, aveva senza alcun dubbio aiutato i Montorgueil a fuggire; ma finch Lucile Clamette e la sua famiglia erano sotto gli occhi di Lebel, nessuna dose di impudenza avrebbe potuto fargli vincere una contrattazione. 
Era lui adesso ad essere pi acuto, pi in allerta; l'inglese pareva indeciso su cosa fare, rimaneva in silenzio, giocherellando con la pistola. Arriv persino a reprimere uno sbadiglio. Chauvelin vide la propria opportunit. Con il rapido movimento di un gatto che balzasse su un topo si chin ad afferrare quel pacchetto di fogli, e sarebbe corso sfrecciando immediatamente verso la porta, l e subito, non fosse stato che, mentre afferrava il pacchetto, il laccio che lo teneva assieme aveva ceduto, e i fogli si erano sparpagliati sul pavimento. 
Ricevute in cambio di denaro? Lettere compromettenti? No! Fogli di carta bianca, tutti quanti, tutti eccetto quello che se n'era stato, tentatore, in cima: l'unica ricevuta autentica, firmata dal cittadino Heriot. Sir Percy rise spensierato. 
"Pensavate davvero, mio buon amico," disse poi, "che sarei stato un tale dannato sciocco da piazzare tanto prontamente la mia arma migliore nelle vostre mani?" 
"La vostra arma migliore, Sir Percy!" ribatt Chauvelin con un ghigno sarcastico. "A che vi serve, mentre noi abbiamo in mano Lucile Clamette?" 
"Mentre io ho in mano Lucile Clamette, vorrete dire, mio caro Monsieur Chambertin," replic Blakeney con elaborata mitezza. 
"Voi avreste in mano Lucile Clamette? Bah! Vi sfido a trascinare via un'intera famiglia come quella dalle nostre grinfie. L'uomo  un invalido, i bambini sono inermi! E voi pensate che possano sfuggire alla nostra vigilanza quando tutti i nostri uomini sono stati avvertiti! Come credete che potranno attraversare il fiume, Sir Percy, con ogni ponte attentamente sorvegliato? Come attraverseranno Parigi, quando ad ogni cancello i nostri uomini sono in allerta apposta per loro?" 
"Non lo possono fare, mio caro Monsieur Chambertin," rispose Sir Percy in tono neutro. "In caso contrario, io non sarei qui." 
E poi, mentre Chauvelin, irritato e furente a dispetto di se stesso, come sempre accadeva quando incontrava quell'impudente inglese, scrollava le spalle in segno di disprezzo, la stretta possente di Blakeney gli afferr il braccio. 
"Vediamo di capirci, mio buon Monsieur Chambertin," disse freddo. "Quegli sventurati Clamette, come avete detto, sono troppo inermi e troppo numerosi per venir contrabbandati attraverso Parigi con una qualche probabilit di successo. Di conseguenza io mi aspetto che voi li prendiate sotto la vostra protezione. In questo momento sono tutti comodamente rimpiattati in un mezzo di trasporto che ho fornito loro. E quel mezzo di trasporto  in attesa al ponte, proprio ora. Non possiamo attraversare il ponte senza il vostro aiuto; non possiamo attraversare Parigi senza la vostra augusta presenza e la vostra fusciacca tricolore. Quindi voi verrete con voi, mio caro Monsieur Chambertin," prosegu, e, con una forza irresistibile, inizi a trascinarsi dietro il suo nemico, verso la porta. "Vi siederete in quel mezzo di trasporto con i Clamette, e io in persona avr l'onore di guidarlo. E ad ogni ponte voi esibirete il vostro contegno pi piacevole e la vostra fusciacca ufficiale alle guardie, e pretenderete passaggio libero per voi e la vostra famiglia, come membro e rappresentante del Comitato di Salute Pubblica. Entreremo a Parigi dalla Porte d'Ivry e ne usciremo da Batignolles; ovunque, la vostra affascinante presenza culler i sospetti delle guardie, addormentandoli. Vi prego, venite! Non v' tempo da perdere! Domani a mezzogiorno, senza un solo istante di grazia, il mio amico Sir Andrew Ffoulkes, che ha i documenti in suo possesso, ne disporr come ritiene meglio, a meno che io stesso non li reclami." 
Mentre parlava continu a trascinare con s il suo nemico, con una sicurezza e un'impudenza da non credersi. Chauvelin stava tentando di raccogliere i pensieri, e nella sua mente vorticavano piani in conflitto l'uno con l'altro, come in rivolta. La Primula Rossa in suo potere! In qualsiasi punto lungo la strada avrebbe potuto consegnarlo alla guardia pi vicina... e poi continuare a trattenere i Clamette e pretendere i documenti... 
"Troppo tardi, mio caro Monsieur Chambertin!" si intromise la voce beffarda di Sir Percy, quasi avesse divinato i suoi pensieri. "Non sapete dove trovare il mio amico Ffoulkes, e a mezzogiorno di domani, se non sar andato di persona a reclamarli, non vi sar un solo straccione di Parigi che non proclami la vostra vergogna e quella dei vostri preziosi colleghi fin dalla cima dei tetti." 
L'intero sistema nervoso di Chauvelin pareva contorcersi per l'impotenza. Meccanicamente, senza resistere ora, segu il suo nemico gi per lo scalone principale dello chteau e fuori, attraverso gli ampi cancelli spalancati. Non riusciva a credere che i suoi progetti fossero stati sventati in maniera cos completa, e che quell'impudente avventuriero lo tenesse in pugno ancora una volta. 
"In nome di Satana, riportateci quei documenti!" aveva ordinato Robespierre. E ora lui, Chauvelin, era perso in un labirinto di dubbi, e nel suo cervello rimbombava la domanda fondamentale: la Primula Rossa, oppure i documenti? Cosa, in nome di Satana, era pi importante? La passione bisbigliava "La Primula Rossa!"; ma il buon senso e il futuro del suo partito, l'intero futuro della rivoluzione forse, pretendevano quelle carte tanto compromettenti. E per tutto il tempo segu il suo implacabile nemico attraverso i viali del parco e poi sulla strada isolata. Alti sopra di lui gli alberi della foresta di Sucy, come annuendo alla brezza gentile, parevano deridere le sue perplessit. 
Ancora non era giunto a una decisione definitiva quando arrivarono in vista del fiume, e quando poco dopo il fanale di una carrozza gett una fioca lama di luce nella foschia. Ora gli pareva di essere immerso in un sogno. Venne spinto senza fare resistenza in una carrozza chiusa, in cui avvertiva la presenza di altre persone... dei bambini, e un vecchio che mormorava senza posa. E come in un sogno, al ponte, rispose alle domande di una guardia che conosceva bene. 
"Sapete chi sono: Armand Chauvelin, del Comitato di Salute Pubblica!" 
Come in un sogno, ud le secche parole di comando: "Passate, in nome della Repubblica!" 
E per tutto il tempo, quel pensiero gli martell il cervello: "Bisogna fare qualcosa!  impossibile! Non pu essere! Non sono io ad essere seduto qui, inerme, senza opporre resistenza. Non  quell'impudente Primula Rossa ad essere seduta davanti a me a cassetta, a condurmi verso la totale umiliazione!" 
Eppure era tutto vero. Tutto reale. I bambini Clamette erano seduti l dentro, di fronte a lui, aggrappati a Lucile, terrorizzati da lui, persino ora. Il vecchio gli stava accanto, scimunito, senza comprendere nulla. Il ragazzo, Etienne, era su a cassetta, accanto all'audace avventuriero, la cui ampia schiena pareva una roccia sulla quale tutte le sue speranze e tutti i suoi sogni si sarebbero infranti per sempre. 
La carrozza attravers trionfante Batignolles, sferragliando. Era ormai giorno pieno, una brillante giornata d'autunno dopo la pioggia. Il sole, l'aria limpida, tutto rideva della sua impotenza, della sua umiliazione. Ben prima di mezzogiorno superarono St. Denis. L il veicolo abbandon la via principale e si ferm davanti a una piccola casa sul ciglio della strada, nulla pi di un cottage. 
Dopodich, tutto divenne pi che mai simile a un sogno. Tutto ci che Chauvelin ricord in seguito fu che ancora una volta era solo in una stanza con il suo nemico; nemico che aveva preteso la sua firma su un certo numero di salvacondotti, prima di consegnargli, finalmente, quel pacchetto di fogli. 
"Come faccio a sapere che sono tutti qui?" si ud borbottare, vagamente, mentre con dita tremanti maneggiava quei documenti tanto preziosi. 
"Proprio cos stanno le cose!" ribatt il suo tormentatore, in tono arioso. "Non lo sapete. Non lo so nemmeno io," aggiunse con una risata spensierata. "E personalmente non vedo come uno di noi potrebbe accertarlo. Nel frattempo vi faccio i miei saluti, mio caro Monsieur Chambertin. Mi dispiace non potervi fornire un mezzo di trasporto, e che dobbiate camminare per una lega o pi prima di incontrarne uno, temo. Noi, nel frattempo, saremo ben avanti sulla strada per Dieppe, dov' ancorato il mio yacht, il Day Dream, e non penso varr la pena che voi tentiate di raggiungerci. Vi ringrazio per i salvacondotti; renderanno il nostro viaggio estremamente piacevole. Devo porgere i vostri rispetti a Monsieur le Marquis de Montorgueil, o a Monsieur le Vicomte? Sono a bordo del Day Dream, sapete. E, oh! Stavo dimenticando! Lady Blakeney desidera che vi trasmetta i suoi saluti." 
E un attimo dopo se n'era andato. Chauvelin, fermo alla finestra di quella casa sul ciglio della strada, vide Sir Percy Blakeney che saliva nuovamente a cassetta. Questa volta, accanto a lui c'era Sir Andrew Ffoulkes; la famiglia Clamette era tutta insieme - libera e felice - all'interno del veicolo. Quindi vi furono l'abituale rimbombare di zoccoli di cavallo, il cigolio delle ruote, il tintinnio delle catene. Di questo, Chauvelin non vide e non ud nulla. Tutto quel che vide alla fine fu la snella mano di Sir Percy che gli faceva un ultimo cenno di saluto. 
Dopodich rimase solo con i suoi pensieri. Il pacchetto di documenti l'aveva in mano. Lo rigir tra le dita, ne avvert la consistenza, lo strinse con un gesto feroce, seguito poi da un lungo sospiro d'intensa amarezza. 
Nessuno avrebbe mai saputo quanto gli fosse costato ottenere quei fogli. Nessuno avrebbe mai saputo quanto lui avesse sacrificato, in orgoglio, vendetta e odio, per salvare pochi brandelli dell'onore del suo partito. 
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Una battaglia d'ingegni.
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Paragrafo 1.
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Quel che era accaduto era questo: 
Tournefort, uno dei pi abili fra i tanti segugi impiegati dal Comitato di Salute Pubblica, era fuori durante quello spaventoso fortunale, la notte del venticinque. La pioggia cadeva a secchiate, e lui era andato a ripararsi sotto il porticato di un'alta casa dall'aria abbandonata da qualche parte sul retro di St. Lazare. La notte era, ovviamente, nera come pece, e l'ululato del vento e il fragore della pioggia annegavano ogni altro suono. 
Tournefort, gelato fino al midollo, all'inizio si era rannicchiato nell'angolo della porta, il pi lontano possibile dagli scrosci. Ma ben presto not il baluginare di una minuscola luce, in alto, sulla sinistra, e presupponendo che provenisse dall'alloggio del concierge, si avvi cauto lungo il passaggio con l'intenzione di chiedere un miglior riparo contro la furia degli elementi, rispetto a quello fornito dalla sgangherata porta d'ingresso. 
Tournefort, dovete ricordare, era sempre in ottimi termini con ogni concierge di Parigi. Erano, a tutti gli effetti, i suoi subordinati; senza il loro aiuto non avrebbe potuto esercitare la sua orribile professione con tale successo. E loro, in cambio, trovavano vantaggioso guadagnarsi la benevolenza di quell'esercito di spie che il Governo Rivoluzionario manteneva al proprio servizio, per catturare tutti gli sventurati che non avevano aderito appieno ai suoi metodi tirannici e omicidi. 
Pertanto, in quelle circostanze, Tournefort non ebbe alcuna esitazione nel pretendere l'ospitalit del concierge di quella squallida casa. And tranquillo verso l'alloggio; aveva gi la mano sulla maniglia quando dei rumori che provenivano dall'interno lo spinsero a fermarsi e a tendere le orecchie per ascoltare. Era il suo mtier, ascoltare. Ad attirare la sua attenzione era stata la voce di un uomo che diceva, in tono di profondo rispetto: "Bien, Madame la Comtesse, faremo del nostro meglio." 
Non v' da stupirsi che il servitore del Comitato di Salute Pubblica si fosse fatto attentissimo, senza pi pensare al fortunale, senza avvertire il freddo. Era una fortuna inaspettata. "Madame la Comtesse!" Peste e carestia! Non restavano molte persone del genere a Parigi, in quei giorni. Sfortunatamente quella tempesta di vento e pioggia faceva un tale baccano che era difficile catturare tutti i suoni che arrivavano dall'interno dell'alloggio. Tutto quel che riusc a cogliere furono pochi frammenti di conversazione. 
"Mio buon Monsieur Bertin..." disse a un certo punto una voce di donna. "Davvero non so perch stiate facendo tutto questo per me." 
E poi, ancora: "Tutto ci che possiedo a questo mondo sono i miei diamanti. Soltanto essi si frappongono fra i miei figli e l'assoluta miseria." 
La voce dell'uomo pareva stesse dicendo, per tutto il tempo, frasi allegre e incoraggianti; ma arrivava soltanto come un vago mormorio alle orecchie dell'ascoltatore. Ben presto, tuttavia, gli giunsero parole che gli misero un fremito nel sangue. Madame disse qualcosa su "Gentilly" e poi, subito dopo: "Dovrete fare molta attenzione, mio caro Monsieur Bertin. Lo chteau, ne sono certa,  sorvegliato." 
Tournefort pot trattenere a stento un grido di gioia. Gentilly? Madame la Comtesse? Lo chteau? Ma certo, aveva gi tutto il necessario. Il ci-devant Conte de Sucy - un pestilenziale aristo se mai ve n'era stato uno! - era stato mandato alla ghigliottina meno di due settimane prima. Il suo chteau, situato subito fuori Gentilly, era vuoto, e secondo le voci la vedova Sucy e i suoi due figli erano fuggiti in Inghilterra. Ebbene! Apparentemente lei non l'aveva fatto, dal momento che era l, nell'alloggio del concierge in una casaccia di uno dei pi derelitti quartieri di Parigi, a implorare un qualche traditore di trovare per lei i suoi diamanti, che chiaramente aveva lasciato nascosti all'interno dello chteau. Che bottino, per Tournefort! Quali elogi in vista, da parte dei suoi superiori! Le probabilit di una rapida promozione erano magnifiche, ora! Benedisse il temporale e la pioggia che lo avevano condotto a ripararsi in quella casa, dove si stava tessendo un velenoso complotto per derubare il popolo di propriet di valore, e per aiutare altri di quegli abominevoli aristos a truffare la ghigliottina delle loro teste da traditori. 
Ascolt ancora per un po' di tempo nel tentativo di raccogliere pi informazioni che poteva sui diamanti, perch sapeva per esperienza personale che quei perfidi aristos, una volta in arresto, avrebbero preferito staccarsi la lingua a morsi piuttosto che rivelare qualcosa che potesse essere di una qualche utilit al governo del popolo. Ma scopr ben poco. Non venne rivelato nulla su dove la signora contessa si stesse nascondendo, o su cosa si dovesse fare dei diamanti, una volta trovati. Tournefort avrebbe dato molto per avere con s almeno uno dei propri colleghi; per come stavano le cose si sarebbe visto costretto ad agire da solo, di propria iniziativa. Dentro di s aveva gi deciso che avrebbe atteso finch la contessa non fosse uscita dall'alloggio del concierge, e a quel punto l'avrebbe seguita e catturata da qualche parte fuori per strada, piuttosto che l, dove il suo amico Bertin poteva dimostrarsi un forzuto, e magari anche un disperato pronto con la pistola; mentre lui, Tournefort, era disarmato. Bertin, al quale a quanto pareva era stato affidato il compito di recuperare i diamanti, poteva venir pedinato in seguito, e arrestato in flagrante mentre intascava delle propriet che per decreto dello Stato appartenevano al popolo. 
Quindi, per un certo tempo aspett pazientemente. Senza alcun dubbio l'aristo sarebbe rimasta l al riparo fino al termine del fortunale. Ben presto le voci svanirono, e uno straordinario silenzio cal su quell'angolo miserabile e abbandonato di Parigi. E il silenzio si fece ancora pi marcato dopo un poco, perch la pioggia aveva interrotto il suo monotono picchiettare, e il lamento del vento si era zittito. Era in effetti un silenzio sbalorditivo, che diede da pensare al cittadino Tournefort. Evidentemente l'aristo non intendeva uscire, quella sera. Ebbene! Lui non aveva avuto intenzione di rendersi sgradito in quella casa, o di trovarsi subito a cimento con quel traditore di Bertin, chiunque fosse; ma le circostanze gli stavano forzando la mano, e non aveva altra scelta. 
La porta dell'alloggio era chiusa a chiave. Stratton vigorosamente la campanella, ancora e ancora, perch alla prima volta non aveva avuto risposta. Alcuni minuti pi tardi ud un rumore di passi strascicati su un pavimento scricchiolante. La porta venne aperta, e un uomo in camicia da notte, con le gambe nude e sottili e pantofole logore ai piedi, si ritrov davanti uno sbalorditissimo servitore del Comitato di Salute Pubblica. E in effetti Tournefort si era convinto di stare sognando, oppure di aver sognato prima: perch l'uomo che gli aveva aperto la porta era ben noto a ogni agente del Comitato. Era un ex soldato, rimasto inabile anni prima per la perdita di un braccio, e che da allora aveva avuto il posto di concierge in una casa di Ruelle du Paradis. Il suo nome era Grosjean. Era molto vecchio e quasi piegato in due dai reumatismi, con pochissimi capelli in testa e pochissima carne sulle ossa. In quel momento pareva soffrisse di un raffreddore di testa, perch gli colavano gli occhi, e lo stretto naso a becco era adorno di una goccia di umidit sulla punta. In effetti, il povero vecchio Grosjean sembrava pi uno spaventapasseri malconcio che un pericoloso cospiratore. A quella vista Tournefort letteralmente boccheggi, e Grosjean emise una specie di gracidio, con cui senza dubbio intendeva esprimere un'assoluta sorpresa. 
"Cittadino Tournefort!" esclam. "Nom d'un chien! Che state facendo qui a quest'ora e con questo tempo abominevole? Entrate! Entrate!" aggiunse poi, girando sui tacchi e inoltrandosi nella stanza pi interna per tornarne con una lampada accesa, che pos sul tavolo. 
"Amelie ha lasciato del caff caldo sulla stufa in cucina prima di andare a letto. Dovete berne un goccio." 
Stava per avviarsi di nuovo, strascicando i piedi, quando Tournefort lo interruppe bruscamente: "Lasciamo stare le sciocchezze, Grosjean! Dove sono gli aristos?" 
"Gli aristos, cittadino?" domand Grosjean, e nessuno avrebbe potuto avere un'aria pi assolutamente, pi ridicolmente confusa che il vecchio concierge in quel momento. "Quali aristos?" 
"Bertin e Madame la Comtesse," ribatt scontroso Tournefort. "Li ho sentiti parlare." 
"Dovete aver sognato, cittadino Tournefort," disse il vecchio con una risatina rauca. "Sedetevi e lasciate che vi porti un po' di caff..." 
"Non cercate di turlupinarmi, Grosjean!" grid Tournefort in un improvviso accesso di rabbia. "Vi dico che ho visto la luce. Ho sentito gli aristos che parlavano. C'era un uomo di nome Bertin, e una donna che lui chiamava "Madame la Comtesse", e vi dico che qui si sta tessendo un diabolico complotto realista, e che voi, Grosjean, pagherete per esso se tentate di fare scudo a quegli aristos." 
"Ma cittadino Tournefort," replic mite il concierge, "vi assicuro che io non ho visto aristos. La porta della mia camera da letto era aperta, e la lampada era sul comodino. E anche Amelie  andata a letto solo da pochi minuti. Chiedete a lei! Qui non v' stato nessuno, vi dico... nessuno! Li avrei visti e sentiti... la porta era aperta," ripet, patetico. 
"Questo lo vedremo fra poco!" fu il secco commento di Tournefort. 
Ma era il suo turno di rimanere totalmente sconcertato. Perquis - e non troppo gentilmente - quello squallido piccolo alloggio in lungo e in largo, rivolt i miseri pezzi di mobilio, trascin fuori dal letto la piccola Amelie, la nipote di Grosjean, controll sotto il materasso, e ficc persino la testa su per la cappa del camino. 
Grosjean lo guardava imperturbabile. Quelli erano tempi strani, e l'amico Tournefort era chiaramente uscito un poco di testa. Il degno vecchio concierge se ne and tranquillo a preparare il caff. Soltanto quando poco tempo dopo Tournefort, sfinito per la rabbia e per quegli sforzi inutili, si fu gettato con molte imprecazioni sull'unica poltrona, Grosjean rimarc, freddamente: "Vi dico cosa ne penso io, cittadino. Se ve ne stavate vicino alla porta del mio alloggio avevate la scala sul retro della casa immediatamente alle vostre spalle. Il muro divisorio  molto sottile, e c' anche una porta in disuso. Senza dubbio le voci venivano fuori da l. Vedete, se qui ci fossero stati degli aristos," aggiunse poi in tono da ingenuo, "non potevano certo volarsene su per il camino, no?" 
Quello era in effetti un argomento inoppugnabile, ma Tournefort aveva esaurito la pazienza, e ordin bruscamente a Grosjean di portare la lampada e mostrargli la scala sul retro e la porta in disuso. Il concierge obbed senza un mormorio. Non era minimamente disturbato n spaventato da tutte quelle sfuriate. Aveva soltanto paura che uscire dal letto avesse peggiorato il suo raffreddore. Per conosceva Tournefort da molto tempo: un buon tipo, ma incline ad essere ficcanaso e arrogante, dato che era alle dipendenze del governo. Grosjean prese la precauzione di infilarsi i calzoni e avvolgersi un vecchio scialle attorno alle spalle. Poi bevve un ultimo sorso di caff bollente; dopodich, prese la lampada e guid Tournefort fuori dall'alloggio. 
Il vento oramai era cessato del tutto, e la luce della lampada, tenuta alta sopra la sua testa, quasi non tremolava nemmeno. 
"Proprio qui, cittadino Tournefort," disse voltando bruscamente a sinistra. Ma quel che gli usc poi dalle labbra fu un basso gracchiare sbalordito. 
"Questa porta non  mai stata adoperata da quando sono qui," mormorava. 
"E di certo era chiusa quando io ci stavo appoggiato contro," replic Tournefort con una selvaggia imprecazione, "altrimenti l'avrei notato, ovviamente." 
Vicino all'alloggio, ad angolo retto rispetto a esso, v'era una porta semiaperta. Tournefort la oltrepass, seguito da vicino da Grosjean. Si ritrov in un passaggio che alla sua destra terminava in un cul de sac; sulla sinistra iniziava la rampa di scale. Era buio pesto, tranne per la fievole luce della lampada. Il cul de sac olezzava di sporco e di chiuso, come se non fosse stato pulito n ventilato da anni. 
"Quando avete notato l'ultima volta che questa porta era chiusa?" indag Tournefort, furioso per un senso di scoraggiamento che gli sarebbe piaciuto sfogare sullo sfortunato concierge. 
" qualche giorno che non ci faccio caso, cittadino," replic mite Grosjean. "Ho avuto un pesante raffreddore, e non uscivo dal mio alloggio almeno da luned. Per possiamo chiedere ad Amelie!" aggiunse, pi speranzoso. 
Amelie, tuttavia, non era in grado di far luce sull'argomento. Certo, lei teneva pulite e spazzate le scale sul retro, ma non faceva parte dei suoi doveri estendere le operazioni di pulizia fino a quel vicolo cieco. Aveva gi abbastanza da fare cos come stavano le cose, con il nonno ora praticamente inabile. Quel mattino, quando era andata a fare acquisti, non aveva notato se la porta in disuso avesse il solito aspetto oppure no. 
Grosjean era molto dispiaciuto per il suo amico Tournefort, che appariva realmente sconvolto, ma ancor pi dispiaciuto per se stesso, perch sapeva quali interminabili problemi gli sarebbero piovuti addosso. 
E non stavano arrivando lentamente, non solo per lui, ma nemmeno per gli altri che alloggiavano nella casa; perch prima che fosse trascorsa mezz'ora Tournefort era andato e tornato, questa volta con il locale commissario di polizia e un paio di agenti, che avevano tirato fuori dal letto ogni uomo, donna e bambino nell'edificio, e li avevano passati in rassegna controllando fino allo sfinimento i libretti di identit, rivoltando le stanze e ribaltando i mobili. 
Era mezzanotte passata prima che tutte quelle perquisizioni si concludessero. Nessuno os lamentarsi di quel trattamento indegno inflitto a pacifici cittadini a causa della pura e semplice denuncia di un oscuro agente di polizia: quelli erano tempi in cui ogni norma, ogni ordine andava accettato senza un mormorio. All'una del mattino Grosjean fu in grado di tornare a letto, dopo aver persuaso il commissario che lui non era un pericoloso cospiratore. 
Ma di persone che si avvicinassero anche lontanamente alla descrizione della ci-devant contessa de Sucy, o di un uomo di nome Bertin, non v'era la minima traccia. 
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Paragrafo 2.
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Il cittadino Tournefort non rimase per a lungo in preda allo sconforto. Era una persona di grandi risorse, e la cui natura tendeva all'ottimismo. 
Vero, non aveva catturato due aristos estremamente nocivi, come aveva sperato di fare; per teneva in mano il bandolo di un'abominevole cospirazione, e cogliere in flagrante sia Bertin che la signora contessa era solo questione di tempo. Ma di tempo ne avevano perso poco: si trovava sempre qualcuno negli uffici del Comitato di Salute Pubblica, che era aperto tutta la notte. Era possibile che il cittadino Chauvelin fosse ancora l, dal momento che spesso faceva il turno di notte... oppure il cittadino Gourdon. 
E fu Gourdon ad accogliere il proprio subordinato, di malumore, perch stava indulgendo a un sonnellino, con i piedi rivolti al fuoco, dato che la notte era cos fredda e umida. Ma dopo aver udito la storia di Tournefort divenne tutto zelo ed entusiasmo. 
"Ovviamente  troppo tardi per fare qualcosa ora," disse alla fine, dopo aver assorbito ogni dettaglio di quell'avventura in Ruelle du Paradis; "per mettete insieme una mezza dozzina di uomini sui quali potete fare affidamento, e per le sei di mattina, o addirittura le cinque, saremo sulla strada per Gentilly. Il cittadino Chauvelin stava dicendo giusto oggi di sospettare fortemente che la ci-devant contessa de Sucy avesse lasciato la maggior parte della gioielleria di valore allo chteau, e che avrebbe fatto degli sforzi per rientrarne in possesso. Sarebbe davvero bello, cittadino Tournefort," aggiunse con una risatina, "se voi ed io fossimo un passo avanti rispetto al cittadino Chauvelin in questa faccenda, no? Negli ultimi tempi  stato straordinariamente arrogante, e straordinariamente nelle grazie non solo del Comitato, ma del cittadino Robespierre in persona." 
"Dicono," comment Tournefort, "che sia riuscito a mettere le mani su dei documenti di grande valore per i membri del Comitato." 
"Non  mai riuscito a mettere le mani su quell'inglese impiccione che chiamano la Primula Rossa, per," fu il secco commento di Gourdon. 
E cos la faccenda fu decisa. E la mattina dopo, all'alba, Gourdon, che era soltanto un agente subordinato del Comitato di Salute Pubblica, si prese la responsabilit di ordinare una perquisizione allo chteau di Gentilly, situato nei pressi del Comune che porta lo stesso nome. Era accompagnato dal suo amico Tournefort e da una banda di una mezza dozzina di mascalzoni reclutati nei cabaret dalla peggior reputazione di tutta Parigi. 
L'intenzione era di giocare d'anticipo sul cittadino Chauvelin, che negli ultimi tempi era stato davvero tremendamente arrogante; ma il risultato non soddisfece le aspettative. Per mezzogiorno lo chteau era stato saccheggiato dalle soffitte alle cantine, e ogni propriet di valore era stata distrutta, opere d'arte senza prezzo irreparabilmente danneggiate. Ma gli oggetti artistici senza prezzo non avevano alcun mercato nella Parigi di quei tempi; e le propriet di autentico valore - i diamanti dei Sucy, per la precisione - che avevano suscitato la cupidigia o l'ira patriottica dei cittadini Gourdon e Tournefort, ebbene, quelli non si trovarono da nessuna parte. 
A rendere la situazione ancora pi deplorevole, in qualche inesplicabile maniera il Comitato di Salute Pubblica aveva avuto notizia della faccenda, e ben presto i due degni signori subirono la mortificazione di vedere il cittadino Chauvelin che compariva sulla scena. 
Erano le due del pomeriggio. Gourdon, dopo aver trangugiato un pranzo frettoloso in un cabaret nelle vicinanze, era ritornato all'impresa di ribaltare da cima a fondo lo chteau di Gentilly, se necessario, pur di scovare il tesoro nascosto. 
Per il momento se ne stava fermo al centro dell'ingresso, una sala di splendide proporzioni. Il ricco lampadario di cristallo e bronzo dorato giaceva ai suoi piedi in un groviglio di frantumi, e tutt'attorno v'era un confuso miscuglio di quadri, statue, ornamenti d'argento, arazzi e broccati, tutti ammucchiati in disordine, fracassati, lacerati, presi ripetutamente a calci da Gourdon, con l'accompagnamento di selvagge imprecazioni. 
La casa stessa era ricolma di rumori: passi pesanti che trapestavano su e gi per le scale, mobili ribaltati, tende strappate dai loro bastoni di sostegno, porte e finestre sfondate. E in mezzo a tutto il resto l'incessante martellare di ascia e piccone, ad aggredire quelle mura maestose che avevano resistito a secoli di guerre e assedi. 
Ogni tanto Tournefort, con la faccia sudata e rossa per lo sforzo, si presentava alla porta della sala, e Gourdon chiedeva brusco: "Ebbene?" 
E la risposta era invariabilmente la stessa: "Nulla!" 
Dopodich Gourdon imprecava di nuovo e intimava secco di continuare la ricerca, senza riposo, senza sosta. 
"Non lasciate pietra su pietra," ordin. "Quei diamanti vanno trovati. Sappiamo che sono qui, e, nom d'un chien! li voglio avere in mano." 
Quando arriv allo chteau, sulle prime Chauvelin non fece nessun tentativo di interferire con gli ordini di Gourdon. Soltanto in un'occasione rimarc asciutto: "Suppongo, cittadino Gourdon, che possiate fidarvi del vostro gruppo di ricerca?" 
"Assolutamente," ribatt Gourdon. "Non esiste miglior patriota di Tournefort." 
"Probabile," replic l'altro, secco. "Ma per quanto riguarda gli uomini?" 
"Oh! Sono soltanto un gruppo di zoticoni scalzi e ignoranti. Fanno quel che viene detto loro, e Tournefort li tiene d'occhio. Oso dire che riusciranno a rubacchiare qualcosa, ma non oserebbero mai mettere le mani su della gioielleria di valore. Tanto per cominciare, non potrebbero mai liberarsene. Immaginatevi un va-nu-pieds che smercia una tiara di diamanti!" 
"Vi sono sempre ricettatori pronti a correre dei rischi." 
"Molto pochi," gli assicur Gourdon, "sin da quando abbiamo decretato che trafficare con le propriet degli aristos era un crimine punibile con la morte." 
Sul momento Chauvelin non disse nulla. Pareva immerso nei propri pensieri, e ascolt per un poco il frastuono confuso che riecheggiava nella casa. Poi tutt'a un tratto riprese: "Chi sono questi uomini di cui vi state servendo, cittadino Gourdon?" 
"Una banda ben nota," replic l'altro. "Vi posso dare i loro nomi." 
"Se non vi dispiace." 
Gourdon cerc nelle tasche un foglietto, che subito trov e porse al collega, il quale lo esamin con attenzione. 
"Dove li ha trovati questi uomini Tournefort?" 
"Per la maggior parte Cabaret de la Libert, un luogo di pessima reputazione in Rue Christine." 
"Lo conosco," replic l'altro. Stava studiando la lista di nomi che Gourdon gli aveva dato. "E," aggiunse, "conosco la maggior parte di questi uomini. Proprio di un bel gruppo di mascalzoni come quelli di cui a volte abbiamo bisogno, nel nostro lavoro. Merri, Guidal, Rateau, Desmonds. Tiens!" esclam poi. "Rateau! Rateau  qui, adesso?" 
"Ma sicuro!  stato reclutato a giornata come gli altri. Non se ne andr prima di essere stato pagato, potete starne certo. Perch me lo chiedete?" 
"Ve lo dir fra poco. Ma prima vorrei parlare con il cittadino Rateau." 
Proprio in quel momento Tournefort fece la sua periodica visita nell'ingresso. Aveva pronte sulle labbra le solite parole, "Ancora nulla," quando Gourdon gli ordin seccamente di andare a chiamare il cittadino Rateau. 
Un minuto o due pi tardi ritorn con la notizia che non lo si trovava da nessuna parte. Chauvelin la accolse senza alcun commento; si limit a ordinargli bruscamente di tornare al suo lavoro. Poi, non appena Tournefort se ne fu andato, Gourdon si volt verso il collega. 
"Mi vorreste spiegare..." esord con tracotanza. 
"Con piacere," replic Chauvelin, pacato. "Mentre venivo, meno di un'ora fa, ho incontrato il vostro Rateau a circa una lega da qui." 
"Avete incontrato Rateau!" esclam Gourdon, irritato. "Impossibile! Allora era qui, ne sono certo. Dovete esservi sbagliato." 
"Penso di no. Ho visto quell'uomo una volta, quando anch'io sono andato a reclutare una banda di mascalzoni al Cabaret de la Libert, in relazione a un lavoro che volevo venisse fatto. A quel tempo non mi sono servito di lui, perch mi era parso sia un ubriacone che una miserabile creatura tisica, con una tosse da camposanto che si poteva sentire a una lega di distanza. Ma lo avrei riconosciuto ovunque. E oltretutto, lui si  fermato e mi ha augurato il buongiorno. Ora che ci penso," aggiunse meditabondo, "portava sottobraccio quello che sembrava un pesante fagotto." 
"Un pesante fagotto!" grid Gourdon, con un'imprecazione furibonda. "E voi non lo avete fermato!" 
"Non avevo motivi per sospettare di lui. Fino al mio arrivo qui non sapevo su che vertesse la faccenda, o che voi lo aveste impiegato. Tutto quel che il Comitato sapeva per certo era che voi e Tournefort e un certo numero di uomini eravate arrivati a Gentilly prima dell'alba, e avevo avuto ordine di seguirvi qui per vedere che misfatti aveste in mente. Avete agito in completa segretezza, ricordate, cittadino Gourdon, e senza prima accertare i desideri del Comitato di Salute Pubblica, di cui siete il servitore. Se i diamanti dei Sucy non verranno trovati, voi solo verrete ritenuto responsabile della loro perdita." 
Ora la voce di Chauvelin aveva assunto un tono minaccioso, e Gourdon sent che l'audacia e la sicurezza di s lo abbandonavano, lasciandolo preda di un terrore senza nome. 
"Dobbiamo prendere Rateau," mormor in fretta. "Non pu essere andato lontano." 
"No, non pu," ribatt secco Chauvelin. "Anche se non stavo pensando nello specifico a Rateau o ai diamanti quando mi sono avviato per venire qui, ho comunque diramato un ordine generale vietando ad ogni persona, appiedata o a cavallo, di entrare a Parigi o lasciarla dalle porte sud. Quell'ordine ci far comodo, ora. Voi siete a cavallo?" 
"S. L'ho lasciato alla taverna subito fuori Gentilly. Posso essere in sella nel giro di dieci minuti." 
"In sella, allora, pi presto che potete. Pagate i vostri uomini e congedateli... tutti eccetto Tournefort, che  meglio ci accompagni. Non perdete un solo istante. Io sar pi avanti, e potrei ritrovare Rateau prima che mi raggiungiate. E se fossi in voi, cittadino Gourdon," aggiunse con minacciosa enfasi, "accenderei una o due candele al vostro compare il diavolo. Avrete bisogno del suo aiuto, se Rateau ci sfugge."
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Paragrafo 3.
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La prima parte della strada che va da Gentilly a Parigi percorre la valle del Bire, ed  fittamente alberata su entrambi i lati. Si snoda a meandri, per la maggior parte, come un nastro, attraverso fitte macchie di castagni e betulle. Di conseguenza fu impossibile per Chauvelin individuare la sua preda da lontano, n si era aspettato di farlo, da quel lato rispetto all'Hpital de la Sant. Passato quel punto avrebbe trovato la strada aperta, e quasi diritta, nel bel mezzo di una terra arida e solo parzialmente coltivata. 
Avanzava di buon trotto, il soprabito a mantella strettamente avvolto attorno alle spalle, perch pioveva forte. A intervalli, quando incontrava l'occasionale viandante, faceva domande su un uomo alto con una tosse da tisico, e che portava sottobraccio un voluminoso fardello. 
Quasi tutti quelli a cui lo chiese ricordavano di aver visto un personaggio che rispondeva vagamente alla descrizione: alto e molto curvo, s, e con un fagotto sottobraccio. Chauvelin era incontrovertibilmente sulle tracce del ladro. 
Poco oltre Meuves venne raggiunto da Gourdon e Tournefort. E l, inoltre, la pista di Rateau si fece ancora pi sicura; in un certo posto si era fermato per un bicchiere di vino e un po' di riposo, in un altro punto aveva chiesto quanto fosse vicino alle porte di Parigi. 
La strada adesso era aperta e piana, la struttura irregolare dell'ospedale compariva in lontananza, vaga, nell'aria intrisa di pioggia. Venti minuti pi tardi Tournefort, che stava cavalcando pi avanti rispetto ai suoi compagni, individu una figura alta e china nel punto in cui lo Chemin de Gentilly si biforca, e dove si trovano un gruppo di case isolate e degli orti, che appartengono alla Sant. L, prima dei giorni in cui la gloriosa Rivoluzione aveva spazzato via tutti quei segni esteriori di superstizione, v'era stato un capitello con l'immagine della Crocifissione, che ora veniva usato come cartello stradale. L'uomo era proprio l davanti, e osservava le indicazioni semicancellate. 
Nel momento in cui Tournefort lo vide pareva incerto sulla strada da prendere. Poi per un poco osserv lui, che si stava avvicinando al trotto. Alla fine sembr aver preso improvvisamente una decisione e, gettando attorno un'ultima rapida occhiata, si avvi svelto lungo la strada alta. Tournefort tir le redini, attese che i suoi colleghi lo raggiungessero, e raccont loro quel che aveva visto. 
" Rateau, sono sicuro," disse. "L'ho visto distintamente in faccia, e ho sentito la sua abominevole tosse. Sta tentando di entrare a Parigi. Quella strada non porta da nessuna parte tranne che alla barriera. L ovviamente verr fermato, e..." 
Anche gli altri due fermarono i cavalli. La situazione si era fatta tesa, e bisognava stabilire subito un piano d'azione. Chauvelin, sempre padrone di s, aveva gi assunto il comando di quel gruppetto. Ora interruppe bruscamente le insulse riflessioni di Tournefort. 
"Noi non vogliamo che venga fermato alla barriera," disse con i suoi soliti modi secchi e autoritari. "Voi, cittadino Tournefort," continu, "cavalcate pi in fretta che potete fino al cancello, facendo una deviazione lungo la strada bassa. L pretenderete immediatamente di parlare con il sergente al comando, e gli farete una descrizione dettagliata di Rateau. Poi gli direte a nome mio che, se un simile uomo si presentasse al cancello, gli si deve permettere di entrare in citt senza infastidirlo." 
A Gourdon sfugg un breve grido di protesta. 
"Lasciarlo andare senza infastidirlo? Cittadino Chauvelin, pensate a quel che state facendo!" 
"Penso sempre a quel che sto facendo," ribatt secco Chauvelin, "e non ho alcun bisogno di venire guidato da altri nel farlo." Poi si rivolse ancora una volta a Tournefort. "Quanto a voi, cittadino," continu in un tono tagliente e deciso che non ammetteva alcuna discussione, "smonterete da cavallo non appena entrato in citt, e terrete il cancello sotto osservazione. Nel momento in cui vedrete Rateau, inizierete a pedinarlo e non lo perderete di vista per nessuna ragione. Avete capito?" 
"Potete fidarvi di me, cittadino Chauvelin," replic Tournefort, entusiasta alla prospettiva di un incarico che gli era cos congeniale. "Per vorreste dirmi..." 
"Vi dir questo, cittadino Tournefort," lo interruppe aspro Chauvelin. "Che anche se abbiamo rintracciato i diamanti e il ladro fino a qui, a causa della vostra imbecillit della notte scorsa abbiamo perso completamente le tracce della ci-devant contessa de Sucy e di quell'uomo, Bertin. Abbiamo bisogno che Rateau ci mostri dove sono." 
"Capisco," mormor l'altro, remissivo. 
"Che sollievo!" lo rimbecc asciutto Chauvelin. "Allora svelto, uomo. Non perdete tempo! Tentate di acquistare qualche minuto di anticipo su Rateau; poi sgattaiolate nel posto di guardia per cambiarvi con abiti che si notino meno. Io e il cittadino Gourdon continueremo sulla strada alta e lo terremo sott'occhio, nel caso decida di cambiare percorso. In un modo o nell'altro, ci incontreremo dopo la barriera. Ma se nel frattempo doveste mettervi sulle tracce di Rateau prima che noi arriviamo sulla scena, lasciateci le solite indicazioni sulla direzione che avrete preso." 
Dopo avergli dato quelle istruzioni, ed essendosi accertato che fossero state pienamente comprese, ordin secco "En avant," e ancora una volta tutti e tre partirono al trotto verso la citt. 
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Paragrafo 4.
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Se aveva dedicato un pensiero alla faccenda, il cittadino Rateau doveva essere rimasto sorpreso dalla straordinaria amabilit, oppure indifferenza, del sergente Ribot, che era al comando ai cancelli di Gentilly. Ribot si limit a gettare un'occhiata superficiale al lurido permesso che Rateau gli aveva presentato; e quando dopo l'abituale domanda, "Cosa c' nel fagotto?" Rateau gli rispose "Due teste di cavolo e un mazzo di carote," lui ficc un dito nell'involto, senti che in cima c'era effettivamente una foglia di cavolo, e di conseguenza diede senza alcuna esitazione l'ordine formale: "Passate, cittadino, in nome della Repubblica!" 
Tournefort, che aveva osservato quel breve scambio da dietro la finestra di un cabaret nelle vicinanze, non pot fare a meno di ridacchiare tra s e s. Non aveva mai visto un obiettivo infilarsi pi prontamente nella trappola. Rateau, dopo aver superato la barriera, pareva indeciso su dove andare. Gettava occhiate di evidente desiderio verso il cabaret, nel quale il pi acuto agente del personale del Comitato di Salute Pubblica era rimpiattato proprio in quel momento. Ma apparentemente una sosta tra quelle mura ospitali non faceva parte del suo programma, e un attimo pi tardi gir bruscamente sui tacchi e si avvi rapido per Rue de l'Oursine. 
Tournefort gli lasci un buon vantaggio, poi si prepar a seguirlo. 
Proprio mentre usciva dal cabaret not Chauvelin e Gourdon che entravano dai cancelli. A quanto pareva anche loro avevano fatto una breve sosta nel posto di guardia, dove, come a molti degli ingressi, veniva tenuta una scorta di travestimenti pronta all'uso per i numerosi segugi impiegati dal Comitato di Salute Pubblica. L i due uomini avevano sostituito il loro abbigliamento da funzionari con completi di sobrio panno, che davano loro l'aspetto di un paio di borghesi tranquillamente diretti ai loro affari. Tournefort invece aveva indossato un vecchio camiciotto, calze logore e scarpe scalcagnate. Con le mani affondate nelle tasche dei calzoni svolt anche lui nella lunga, stretta Rue de l'Oursine, che dopo una brusca curva si getta in Rue Mouffetard. 
Rateau camminava rapido, a grandi falcate, con quelle sue lunghe gambe. Tournefort, che ora avanzava con ostentata disinvoltura nella cunetta nel bel mezzo della strada, ora sfrecciava dentro e fuori dai portoni aperti, continu a tener d'occhio la preda. Chauvelin e Gourdon rimanevano un po' indietro. Stava ancora piovendo, ma non pesantemente; una pioggerella sottile, che penetrava quasi fino all'osso. Non erano molti i passanti a infestare quel quartiere desolato della vecchia Parigi. A destra e a sinistra le alte case quasi oscuravano gli ultimi raggi di luce di quel grigio giorno di settembre, che si stavano spegnendo rapidi. 
In fondo a Rue Mouffetard, Rateau si ferm ancora una volta. Da quel punto centrale si irradiava una rete di stradine. Lui guard tutt'attorno a s, e poi alle proprie spalle. Era difficile capire se gli fosse d'improvviso venuto il sospetto di essere seguito; certo  che, dopo un brevissimo momento di esitazione, si gett all'improvviso nella stretta Rue Contrescarpe e scomparve alla vista. 
Tournefort gli and dietro in un batter d'occhi, e quando raggiunse l'angolo della strada vide Rateau che, all'altra estremit, svoltava bruscamente a destra. Ma non prima di avere, con tutta evidenza, individuato il suo inseguitore, perch in quell'istante tutto il suo atteggiamento cambi, e prese un'aria di ansia furtiva. Persino a quella distanza Tournefort lo vide stringersi al petto quel suo grosso involto. 
Dopo di che l'inseguimento si fece pi ravvicinato e pi acceso. Rateau faceva dentro e fuori da quella fitta rete di strade che si stringe attorno a Place de Fourci, intento, a quanto pareva, a scrollarsi di dosso i suoi inseguitori, perch dopo un po' stava correndo in cerchio. Ora su per Rue des Poules, poi a destra, poi di nuovo a destra; di nuovo in Place de Fourci. Poi attraversandola di nuovo, e tornando ancora una volta in Rue Contrescarpe, dove poco dopo scomparve in maniera cos completa che a Tournefort venne fatto di pensare che la terra l'avesse inghiottito. 
Tournefort era un uomo capace di grandi sforzi fisici; la sua vocazione spesso pretendeva molto dalle sue capacit di resistenza. Per, mai prima d'allora aveva affrontato un compito tanto strenuo. Sbuffando e ansimando, ora correndo alla sua massima velocit, ora dovendosi fermare per le tattiche della sua preda, la sua maggior difficolt era il fatto che il cittadino Chauvelin non desiderava che Rateau venisse catturato; non desiderava che sapesse di essere inseguito. E lui aveva bisogno di tutto il proprio ingegno per tenersi nell'ombra di ogni muro aggettante, o al riparo di ogni portone aperto che fosse convenientemente sulla sua strada; il tutto senza perdere di vista quel gigante tisico che dal canto suo pareva stare giocando a un qualche gioco intricato, gioco che aveva quasi esaurito le forze del cittadino Tournefort. 
Quel che non riusciva a comprendere era cosa ne fosse stato di Chauvelin e Gourdon. Erano stati a meno di trecento metri alle sue spalle quand'era iniziato quel laborioso inseguimento dentro e fuori da Rue Contrescarpe; e adesso, proprio ora che la loro presenza era pi necessaria, avevano perso entrambi le tracce, sia di lui che della sua elusiva preda. E per complicare ancora di pi le cose le ombre della sera si stavano addensando in fretta, e quelle strette stradine del Faubourg erano ben poco illuminate. 
Proprio in quel momento intravide di nuovo Rateau, che questa volta risaliva pigro la strada. Il degno agente and in fretta a rifugiarsi sotto un portone, e si stava asciugando la fronte madida, grato di quella breve tregua in un folle inseguimento, quando quella spaventosa tosse da cimitero d'improvviso risuon tanto vicina che lui fece un salto, rischiando di tradire la propria presenza. Ebbe soltanto il tempo di ritrarsi ancora di pi nell'angolo di quella soglia, e Rateau gli pass accanto. 
Tournefort fece capolino dal proprio nascondiglio, e per una dozzina di battiti del cuore rimase l immobile, a osservare quell'ampia schiena e quelle lunghe gambe che si muovevano lente nella penombra sempre pi fitta. Un attimo dopo si rese conto che in fondo alla strada c'era Chauvelin. 
Anche Rateau lo vide; si trov faccia a faccia con lui, in effetti, e doveva sapere chi fosse, perch senza un attimo di esitazione, come un animale inseguito, gir bruscamente sui tacchi e corse di nuovo lungo la strada, pi forte che poteva. Pass a meno di mezzo metro da Tournefort, e mentre gli sfrecciava accanto con il pugno sinistro gli diede un colpo tanto vigoroso che il degno agente del Comitato di Salute Pubblica, colpito proprio sul naso, si trov a barcollare e fin lungo disteso sui lastroni. 
Un attimo dopo Chauvelin lo aveva raggiunto. Mentre lottava per rimettersi in piedi Tournefort, lo chiam, ansimando: "L'avete visto? Da che parte  andato?" 
"Su per Rue Bordet. Stategli dietro, cittadino!" rispose cupo Chauvelin, a denti stretti. 
E insieme i due uomini continuarono l'inseguimento, guidati in quell'intricato labirinto di strade dalla loro preda sfuggente. Non lo perdevano mai di vista, e Rateau non poteva continuare con successo nelle sue tattiche precedenti, ora che aveva due esperti segugi alle calcagna. 
A un certo momento rimase bloccato tra di loro. Tournefort stava risalendo cautamente Rue Bordet; Chauvelin, con altrettante precauzioni, stava scendendo lungo la stessa strada, e Rateau, che ancora una volta camminava come con tranquilla pigrizia, era a eguale distanza da entrambi. 
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Paragrafo 5.
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Non vi sono uscite laterali sulla Rue Bordet, la cui lunghezza totale  meno di cinquanta metri; quindi Tournefort, sentendosi pi a suo agio, si rimpiatt a un'estremit della strada, dietro a un portone, mentre Chauvelin faceva lo stesso all'altro capo. Rateau, fermo nella cunetta di scolo, pareva ancora una volta stesse esitando. Immediatamente davanti a lui la porta di un piccolo cabaret era aperta, invitante; l'insegna, "Le Bon Copain", prometteva riposo e rinfreschi. Sbirci su e gi lungo la strada, e presumibilmente si convinse che per il momento i suoi inseguitori non erano in vista; si tenne ancora pi stretto il suo involto contro il petto, e poi d'improvviso sfrecci verso il cabaret e scomparve oltre la porta. 
Non poteva andar meglio di cos. La preda per il momento era al sicuro, e se i segugi non potevano avere i rinfreschi, potevano almeno ottenere un po' di riposo. Tournefort e Chauvelin sgusciarono fuori dai loro nascondigli e si incontrarono nel bel mezzo della via, nel punto stesso in cui si era trovato Rateau poco prima. Iniziava a farsi buio, e la strada era del tutto priva di lanterne, ma le luci nel cabaret permettevano loro di vedere bene. La met inferiore dell'ampia finestra, simile a una vetrina di negozio, era nascosta dalle tende; per al di sopra si vedevano chiaramente le teste degli avventori, e la gente che andava e veniva. 
Tournefort, che non rimaneva mai privo di risorse, si era arrampicato su una bassa porzione sporgente del muro di una delle case di fronte. Da quella posizione avvantaggiata poteva osservare con pi facilit quel che avveniva all'interno del cabaret, e in brevi frasi smozzicate descrisse al suo capo quel che vedeva. 
"Rateau  seduto... sta con la schiena alla finestra... ha messo il fagotto accanto a s sulla panca... per un minuto non riesce a parlare, perch sta tossendo e sputacchiando come un vecchio tricheco... una ragazza gli sta portando una bottiglia di vino e un pezzo di pane e formaggio... si  messo a parlare...  loquace... la gente sta ridendo... certi applaudono... ed ecco che arriva Jean Victor, il proprietario... voi lo conoscete, cittadino... un tipo grande e grosso, e un buon patriota come mi piacerebbe vederne in giro... ride anche lui, e sta parlando a Rateau, che  piegato in due per un altro attacco di tosse..." 
Chauvelin si lasci sfuggire un'esclamazione di impazienza. "Basta cos, cittadino Tournefort. Tenete d'occhio quell'uomo, e tenete a freno la lingua. Non ne posso pi dalla stanchezza." 
"Non c' da stupirsi," mormor Tournefort. Poi aggiunse in tono insinuante: "Perch non mi lasciate andar dentro ad arrestare Rateau ora? Dovremmo prendere i diamanti e..." 
"E perdere la ci-devant contessa de Sucy e quell'uomo, Bertin," ribatt Chauvelin con improvvisa ferocia. "Bertin, che non pu essere altri che quel dannato inglese, la..." 
Riprese controllo nel vedere Tournefort che guardava verso di lui, con un misto di stupore e sbigottimento su quel viso scarno e tagliato con l'accetta. 
"State perdendo di vista Rateau, cittadino," continu poi calmo. "Che sta facendo ora?" 
Ma Tournefort avvertiva che quella calma era soltanto in superficie; qualcosa di strano aveva smosso le profondit della mente acuta e misurata del suo capo. Gli sarebbe piaciuto fare una domanda o due, ma sapeva per esperienza che non era mai n saggio n vantaggioso sondare i pensieri del cittadino Chauvelin. Quindi dopo qualche attimo torn obbediente al suo compito. 
"In questo momento non riesco a vedere Rateau," disse, "ma c' una gran quantit di discorsi e allegria, l dentro. Ah! Eccolo, credo. S, lo vedo! ...  dietro il bancone, sta parlando con Jean Victor... e adesso ha appena gettato delle monete sul bancone... oro, per giunta! Nom d'un chien..." 
D'improvviso, senza il minimo avvertimento, balz gi dal suo punto d'osservazione. Chauvelin si lasci sfuggire un breve: "Che diavolo state facendo, cittadino?" 
"Rateau sta uscendo," replic agitato Tournefort. "Ha tracannato un boccale di vino e ha preso il suo fagotto, pronto per andar via." 
Rannicchiati ancora una volta nell'angolo buio di un portone, i due uomini attesero, i nervi a fior di pelle, che la loro preda ricomparisse. 
"Vorrei che il cittadino Gourdon fosse qui," bisbigli Tournefort. "Al buio  meglio essere tre piuttosto che due." 
"L'ho rimandato alla stazione di polizia di Rue Mouffetard," fu il secco commento di Chauvelin, "per avvertire che ben presto avrei potuto richiedere degli uomini armati. Ma oramai dovrebbe essere da qualche parte nei dintorni, a cercare noi. Ad ogni buon conto ho il mio fischietto, e se..." 
Non disse altro, perch proprio in quel momento la porta del cabaret si apriva, e Rateau usciva in strada, con l'accompagnamento di battimani e risate da parte dei clienti del "Bon Copain". 
Questa volta non pareva n di fretta n ansioso. Non si ferm per gettare occhiate a destra e sinistra, ma inizi a camminare lungo la strada, a passo tranquillo. I due segugi lo seguirono in silenzio. Nell'oscurit distinguevano solo vagamente la sua sagoma, con il grosso fagotto sottobraccio. Se prima aveva avuto paura di essere pedinato, di certo adesso sembrava libero da quei timori. Prosegu pacifico, fischiettando un motivetto, gi lungo la Montagne Ste. Genevieve fino alla Place Maubert, e da l dritto verso il fiume. 
Raggiunta la sponda volt alla propria sinistra, continu oltre la Ecole de Mdecine e attravers il Petit Pont, e poi il mercato nuovo, quello nel Quai des Orfvres. L si ferm, e per un po' di tempo osserv la banchina del fiume, e tutt'attorno a s, come in cerca di qualcosa. Ma poco dopo parve prendere una decisione, e continu con quel passo tranquillo fino al Pont Neuf, dove svolt bruscamente alla propria destra, sempre fischiettando, con Tournefort e Chauvelin sempre alle sue calcagna. 
"Questo fischiettare inizia a darmi sui nervi," mormor irritato Tournefort, "e non ho pi sentito la sua tosse da cimitero da quando quel mascalzone  uscito dal "Bon Copain"." 
Stranamente, fu quel commento a dare a Chauvelin il primo indizio di qualcosa di strano, e, per lui, decisamente magnifico. Tournefort, che gli camminava accanto, lo sent che imprecava tutt'a un tratto. 
"Nom d'un chien!" 
"Cosa c'?" indag Tournefort, sbigottito da quell'improvvisa esplosione da parte di un uomo la cui gelida calma era divenuta proverbiale, nel Comitato. 
"Suonate l'allarme, cittadino!" grid Chauvelin per tutta risposta. "Oppure ci sfuggir di nuovo, per Satana!" 
"Ma..." balbett Tournefort, stupitissimo, mentre con dita tremanti armeggiava in cerca del fischietto. 
"Ci serve tutto l'aiuto possibile," replic brusco Chauvelin. "Perch, a meno che io non stia sbagliando di grosso, questa  una preda pi nobile di quanto avrei mai osato sperare!" 
Nel frattempo Rateau si era placidamente avvicinato al parapetto sul lato destro del ponte, e Tournefort, che lo osservava con grande attenzione, continuava a domandarsi come mai il cittadino Chauvelin all'improvviso si fosse agitato cos tanto. Rateau stava semplicemente appoggiato al parapetto all'estremit del ponte, come un uomo che non ha la minima preoccupazione al mondo, il fagotto posato accanto a s, sul corrimano di pietra. E l attese un attimo o due, finch una piccola imbarcazione fluviale non fece capolino dalle tenebre immediatamente sotto al ponte; allora prese l'involto e lo lanci dritto nella barca. Nello stesso momento, Tournefort si portava il fischietto alle labbra. Un suono acuto e tagliente riecheggi nell'oscurit. 
"La barca, cittadino Tournefort, la barca!" grid Chauvelin. "Vi sono gi molti di noi qui pronti a occuparsi dell'uomo." 
Immediatamente dalle banchine, le strade, i ponti, delle sagome scure emersero dall'oscurit e si precipitarono tutte verso lo stesso punto. Alcune raggiunsero il ponte proprio mentre Rateau tentava uno scatto in avanti, e due uomini gli furono addosso prima che riuscisse a correre granch lontano. Altri erano scesi fino alla riva e stavano gridando a un barcaiolo invisibile di "fermarsi, in nome del popolo!" 
Ma Rateau si arrese senza lottare. Pareva pi stordito che spaventato, e permise tranquillamente agli agenti del Comitato di riportarlo indietro al ponte, dove Chauvelin si era fermato ad aspettarlo. 
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Paragrafo 6.
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Un minuto o due pi tardi Tournefort era ancora una volta accanto al suo capo e portava con s il prezioso fardello, che, spieg, il barcaiolo gli aveva consegnato senza discutere. 
"Quell'uomo non ne sapeva nulla," rifer. "Nessuno, dice, avrebbe potuto essere pi sorpreso di lui quando d'improvviso questo fagotto gli  volato addosso dal parapetto del ponte." 
Proprio allora arriv in vista un piccolo gruppo, formato da due o tre agenti del Comitato che trattenevano il prigioniero per le braccia. Uno degli uomini camminava pi avanti degli altri, e fu il primo ad avvicinare Chauvelin; teneva in mano un pezzetto di carta, che consegn al suo capo. 
"Trovato nella fodera del cappello del prigioniero, cittadino," rifer asciutto, e apr lo schermo di una piccola lanterna cieca che portava alla cintura. 
Chauvelin prese il foglio. Una strana, inesplicabile prescienza di quel che stava per accadere gli fece tremare la mano, e sulla sua fronte apparvero gocce di sudore. Sollev lo sguardo e vide davanti a s il prigioniero. Accartocciando il foglietto, strapp via la lanterna dalla cintura dell'agente e ne diresse la luce proprio in faccia alla preda che, alla fine, avevano catturato con tanta facilit. 
E immediatamente, gli sfugg dalla gola un rauco grido di delusione e furia. 
"Chi  quest'uomo?" 
A rispondere fu uno degli agenti. 
" il vecchio Victor, il proprietario del "Bon Copain".  soltanto uno sciocco che stava facendo uno scherzo." 
Alla vista del prigioniero anche Tournefort si era lasciato sfuggire un grido di sbigottimento. 
"Victor!" Esclam. "Nom d'un chien, cittadino, che ci fate qui?" 
Ma Chauvelin aveva afferrato l'uomo per il braccio, con tanta ferocia da farlo imprecare per il dolore. "Che significa tutto questo?" lo interrog, brusco. 
" solo una scommessa, cittadino," ribatt Victor in tono di rimprovero. "Non c' ragione di prendersela con un onesto patriota per uno scherzo, come se fosse un cane con la rabbia." 
"Uno scherzo? Una scommessa?" mormor Chauvelin, rauco, perch ora si sentiva la gola caldissima e riarsa. "Che intendete dire? Chi siete voi? Parlate, altrimenti..." 
"Il mio nome  Jean Victor," rispose l'altro. "Sono il proprietario del "Bon Copain". Un'ora fa un uomo  entrato nel mio cabaret. Era una bizzarra creatura tisica, con una tosse da cimitero da far rabbrividire. Alcuni dei miei clienti lo conoscevano di vista, e mi hanno detto che si chiamava Rateau, e che era un habitu del "Libert", in Rue Christine. Ebbene; dopo un poco si  messo a conversare, prima con me, poi con alcuni miei clienti... a dire sciocchezze senza senso di ogni sorta, e a fare scommesse assurde con chiunque. Alcune le ha vinte, e altre le ha perse; ma devo dire che quando perdeva pagava sempre con liberalit. E poi ci siamo entusiasmati tutti quanti, e poco dopo le scommesse volavano avanti e indietro. Non so esattamente come sia andata alla fine, ma tutt'a un tratto ha scommesso con me che io non avrei osato uscire e venirmene qua al buio, fino al Pont Neuf, con addosso il suo camiciotto e il suo cappello, e tenendo sottobraccio un fagotto uguale al suo. Io non avrei osato...? Io, Jean Victor, che sono stato un buon combattente ai miei tempi! Ho scommesso un pezzo d'oro che lo avrei fatto, e lui ha detto che ce ne avrebbe messi cinque se tornavo indietro senza il mio fagotto, e dopo averlo buttato dal parapetto dentro una barca di passaggio. Ebbene, cittadini!" continu Jean Victor con una risata, "che cosa avreste fatto voi, vi chiedo? Cinque pezzi d'oro sono una fortuna in questi tempi duri, e ve lo dico io, quell'uomo era onestissimo, e aveva sempre pagato senza problemi quando aveva perso. Si  infilato dietro il bancone e si  tolto la camicia e il cappello, che io mi sono messo. Poi abbiamo fatto un fagotto con delle teste di cavolo e delle carote, e io sono uscito. Non pensavo che ci fosse qualcosa di sbagliato in tutta la faccenda... giusto le buffonate di un uomo con la mania delle scommesse, e le monete che gli bruciano in tasca. E io la mia scommessa l'ho vinta," concluse Jean Victor, indefettibile, "e voglio tornare indietro a prendermi i miei soldi. Se non mi credete venite con me al mio cabaret. Ci troverete il cittadino Rateau, sono sicuro; e io so che ci trover i miei cinque pezzi d'oro." 
Chauvelin lo aveva ascoltato come avrebbe ascoltato il racconto di un sogno in cui giocavano una parte ghoul e diavoli. Tournefort, che lo stava osservando, rimase sbigottito per l'espressione di rabbia furibonda e cupa disperazione che divampava nei pallidi occhi del suo capo. Gli altri agenti risero. Erano divertiti da quel racconto, ma non lasciarono comunque andare il prigioniero. 
"Se la storia di Jean Victor  vera, cittadino," disse il loro sergente, rivolto a Chauvelin, "al "Le Bon Copain" ci saranno dei testimoni. Portiamo il prigioniero direttamente l e poi aspettiamo ordini ulteriori?" 
Chauvelin fece un secco cenno d'assenso, muovendo il capo come un automa di legno, non una creatura senziente. Quel pezzetto di carta ce l'aveva ancora in mano, e gli pareva che gli stesse ustionando il palmo. Tournefort scoppi in una cupa risata. Aveva appena disfatto l'involto che Jean Victor aveva gettato dal parapetto del ponte; conteneva due teste di cavolo e un mazzo di carote. Poi ordin agli agenti di mettersi in marcia con il prigioniero, e quelli, ridendo e scherzando con Jean Victor, girarono rapidi sui tacchi. Ben presto i loro passi pesanti riecheggiavano sui lastroni del ponte. 
Chauvelin attese, immoto e silenzioso, la lanterna cieca ancora stretta nella mano tremante, finch non fu certo di essere solo. Soltanto allora dispieg quel pezzetto di carta. 
Conteneva poche righe scribacchiate a matita... quelle sciocche rime che per i suoi nervi esacerbati erano come un agente corrosivo, un veleno, che gli infliggevano un intollerabile senso di umiliazione e impotenza. 
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"Noi lo cerchiamo di qua e di l, 
e Chauvelin non ha idea di dove sta. 
Che sia in Paradiso o nell'Inferno ardente, 
quella dannata Primula sfuggente?" 
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Accartocci di nuovo il foglietto e, con un gemito di assoluta infelicit, fugg da quel ponte come se fosse posseduto. 
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Paragrafo 7.
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La contessa de Sucy non part mai per l'Inghilterra; era una di quelle donne francesi che preferiscono affrontare le sofferenze nella loro amata patria piuttosto che le comodit da qualsiasi altra parte. Sopravvisse agli orrori della Rivoluzione, e nelle sue memorie parl di un uomo di nome Bertin. Non seppe mai chi fosse, n da dove fosse arrivato. Tutto quel che sapeva era che era giunto da lei come un qualche misterioso agente di Dio, a portare aiuto, consiglio, una parvenza di felicit, nel momento in cui era rimasta senza risorse e si vedeva davanti una triste morte per fame, per s e per i suoi figli. Lui stabil una quantit di strani luoghi, dentro e fuori Parigi, in cui doveva incontrarlo, e una notte lei gli confid la storia dei suoi diamanti, e quando le promise di recuperarli quasi non os sperarlo. 
Meno di ventiquattr'ore dopo gi glieli aveva riportati, nei poveri alloggi in Rue Blanche che lei occupava con i suoi figli, sotto falso nome. La stessa notte lo implor di liberarsene. Lui fece anche quello, consegnandole il denaro il giorno seguente. 
Dopodich, non lo rivide mai pi. 
Ma il cittadino Tournefort non riusc mai a superare del tutto la delusione di quella notte. Avesse osato farlo, avrebbe accusato il cittadino Chauvelin per quella sconfitta. Sarebbe stato meglio catturare quel Rateau quando ancora v'era la possibilit di farlo. 
E invece quell'impudente mascalzone era sgusciato via, e non se n'erano pi avute notizie, n al "Bon Copain" n al "Libert". I clienti del cabaret avevano confermato nel modo pi assoluto la storia di Jean Victor. Quel Rateau, avevano detto, era stato onesto fino all'ultimo. Quando il tempo era passato, e Jean Victor ancora non ritornava, lui aveva detto che non poteva pi aspettare; aveva del lavoro da fare per conto del governo sull'altro lato dell'acqua, e temeva di venire punito se indugiava. Per, prima di andarsene, aveva lasciato sul tavolo cinque pezzi d'oro. Tutti quanti si erano chiesti come facesse un tanto umile lavoratore ad avere cos tanti soldi in tasca, e come mai fosse cos generoso. Ma quelli non erano tempi in cui si indagasse troppo da vicino per la presenza di denaro nelle tasche di un buon patriota. 
E il cittadino Rateau era un buon patriota, questo era certo. 
E un brav'uomo, per giunta! 
Avevano tutti bevuto alla sua salute con il vino aspro di Jean Victor, e poi ciascuno se n'era andato per la sua strada. 
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Un bel lavoro.
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Paragrafo 1.
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"Shhh!... Shhh!...  l'inglese. Riconoscerei ovunque i suoi passi..." 
"Dio lo benedica!" mormor con fervore la petite maman. 
Pre Lengre and alla porta. Avanzava cauto, con quel passo furtivo che parla nel suo eloquente silenzio di pericolo in agguato ogni giorno, ogni ora; di angoscia e ansia per le vite dei propri cari. 
La porta era bassa e stretta, su al quinto piano di quell'enorme casa popolare in Rue Jolivet, nel quartiere di Montmartre, a Parigi. Vi si arrivava da un corridoio di pietra anch'esso stretto, buio come la pece in ogni momento, e per di pi sporco e maleodorante quando il concierge - un libero cittadino della nuova democrazia - si prendeva una settimana di vacanza dal suo lavoro per trascorrere pomeriggi interi o alla mescita di l dall'angolo, oppure sulla Place du Carrousel per guardare la ghigliottina che si sbarazzava di una ventina di aristocratici all'ora, a glorificazione della volont del popolo. 
Ma all'interno del piccolo appartamento tutto era scrupolosamente lindo e ordinato. La petite maman era bravissima nell'organizzarsi, e Rosette era impegnata tutto il giorno a rassettare e pulire la povera dimora, che Pre Lengre riusciva a mantenere sulla testa di moglie e figlia lavorando quattordici ore al giorno nelle sellerie del governo. 
Quando apr la porta, la trov occupata da stipite a stipite dall'ampia, magnifica figura di un uomo in soprabito pesante e alti stivali di pelle, con delicati volant di pizzo alla gola e ai polsi, e un elegante chapeau-bras in mano. 
A quella vista Pre Lengre si mise rapidamente l'indice alle labbra tremanti. 
"Qualcosa che non va, vieux pap?" chiese il nuovo venuto in tono leggero. 
Cauto, l'altro chiuse la porta prima di rispondere. Ma la petite maman non riusc a frenare l'ansia. 
"Il mio piccolo Pierre, milor'?" chiese torcendosi le mani grinzose, e volgendo verso il nuovo arrivato occhi irrequieti e offuscati dalle lacrime. 
"Pierre  al sicuro, mammina," rispose lui allegro. "L'abbiamo portato fuori da Parigi questa mattina sul presto in un carro del carbone, attentamente nascosto fra i sacchi. Quando ne  emerso era tutto nero, ma stava benissimo. Io stesso ho guidato il carro fino a Courbevoie, e poi ho passato il vostro Pierre e quelli che erano usciti da Parigi con lui a miei amici che sarebbero partiti direttamente per l'Inghilterra. Non v' pi nulla di cui aver paura, petite maman," aggiunse prendendo le mani dell'anziana donna tra le proprie; "vostro figlio  ora affidato alle cure di uomini che preferirebbero morire piuttosto che vederlo catturato. Quindi tranquillizzatevi, Pierre sar in Inghilterra, sano e salvo, nel giro di una settimana." 
La petite maman non era in grado di dire nulla, in quel momento, perch le lacrime le toglievano la voce, ma come risposta strinse fra le sue quelle mani forti e snelle - le mani del coraggioso inglese che aveva appena rischiato la propria vita per salvare Pierre dalla ghigliottina - e le baci con lo stesso fervore con cui baciava i piedi della Madonna quando le si inginocchiava davanti in preghiera. 
Pierre era stato cameriere al servizio dell'infelice Marie Antoinette, e il suo crimine era stato quello di rimanere leale a lei nelle parole quanto nei pensieri. Un'arringa, accalorata ma declamata con nobilt, a favore della sfortunata regina e pronunciata in un luogo pubblico, lo aveva immediatamente marchiato per le spie dei Terroristi come sospetto di intrighi contro la sicurezza della Repubblica. Era stato denunciato al Comitato di Salute Pubblica, e l'inevitabile seguito sarebbero stati l'arresto e la condanna alla ghigliottina, se quella banda di valenti inglesi, nota come la Lega della Primula Rossa, non avesse avuto successo nel mettere in atto la sua fuga. 
Non v' quindi da stupirsi che la petite maman non riuscisse a parlare per le lacrime quando strinse le mani del nobile leader di quella splendida piccola banda di eroi. E non v' da stupirsi che Pre Lengre, nell'udire che suo figlio era al sicuro, mormorasse un fervente: "Dio vi benedica, milor', e anche i vostri amici!" e che Rosette portasse di nascosto alle labbra l'orlo di quell'elegante soprabito, dal momento che Pierre era il suo fratello gemello, e le era molto caro. 
Ma Sir Percy Blakeney, con il suo tipico parlare allegro, aveva gi dissipato l'atmosfera di emozioni lacrimose che opprimeva quelle persone tanto gentili. 
"Ora, pap Lengre," disse in tono leggero, "raccontatemi come mai avevate un'aria tanto solenne quando mi avete fatto entrare, poco fa." 
"Perch, milor'," replic il vecchio a bassa voce, "quel dannato concierge, Jean Baptiste,  un traditore dal cuore nero." 
Sir Percy rise di quella sua allegra e contagiosa risata. 
"Intendete dire che, intanto che mi scuciva bustarelle, mi ha denunciato al Comitato." 
Pre Lengre annu. "L'ho saputo soltanto questa mattina," disse poi, "da alcune parole di minaccia che quel bruto traditore ha lasciato cadere. Sa che alloggiate in Place des Trois Maries, e che venite qui di frequente. Avrei dato la vita per avvertirvi in quello stesso istante," prosegu il vecchio con toccante impeto, "ma non sapevo dove trovarvi. Tutto quel che sapevo era che vi stavate prendendo cura di Pierre." 
Mentre ancora parlava, da sotto le pesanti palpebre dell'inglese dardeggi un rapido sguardo, simile a un lampo di improvvisa e vivida luce fuoriuscita dalle pigre profondit di quegli allegri occhi azzurri; era uno di quegli sguardi di pura delizia ed esultanza che illuminano gli occhi di un vero soldato quando si trova davanti una degna battaglia. 
"Suvvia, amico," disse in tono gaio, "non v' motivo di preoccuparsi. Pierre  al sicuro, ricordate questo! E per quanto riguarda me," aggiunse con quella straordinaria insouciance che lo spingeva a rischiare la vita un centinaio di volte al giorno con una scrollata delle ampie spalle e un sorriso sulle labbra, "per quanto riguarda me, bader a me stesso, non temete." 
Fece una breve pausa, poi aggiunse in tono grave: "A patto che siate al sicuro voi, mio buon Lengre, e la petite maman, e Rosette." 
Al che il vecchio rimase in silenzio, la petite maman mormor una breve preghiera, e Rosette inizi a piangere. L'eroe di un migliaio di valorosi salvataggi aveva avuto la propria risposta. 
"Siete anche voi sulla lista nera, Pre Lengre?" domand a bassa voce. 
Il vecchio annu. 
"Come fate a saperlo?" indag l'inglese. 
"Tramite Jean Baptiste, milor'." 
"Ancora quel dannato concierge," mormor Sir Percy. 
"Ha spaventato la petite maman proprio con questi discorsi stamattina, dicendole che sapeva che il mio nome era stato scritto nelle liste del Comitato di Sezione come "sospetto". Poi ha lasciato cadere una parola o due su di voi, milor'. Ha detto che si sa che Pierre  sfuggito alla giustizia, e che lo avete aiutato voi a farlo." 
"Sono certo che ben presto riceveremo una visita domiciliare," continu poi Pre Lengre dopo una breve pausa. "I gendarmes non sono ancora venuti, ma gi questa mattina mi  sembrato di vedere una o due spie del Comitato nei pressi della casa, e quando sono andato al lavoro mi hanno seguito per tutto il tempo." 
L'inglese aveva un'aria molto seria: "E ditemi," indag, "qui avete nulla che possa rivelarsi compromettente per uno qualsiasi di voi?" 
"No, milor'. Ma, come diceva Jean Baptiste, il Comitato di Sezione sa di Pierre.  a causa di mio figlio che io sono sospetto." 
Il vecchio parlava con grande tranquillit, in tono semplice, come un filosofo che avesse imparato molto tempo prima a lasciarsi alle spalle la paura della morte. E nemmeno la petite maman piangeva, n si lasciava sfuggire un lamento. I suoi pensieri erano tutti per il coraggioso milor' che aveva salvato suo figlio; ma la paura per il suo vecchio la lasciava con gli occhi asciutti, e intorpidita dalla sofferenza. 
Nella piccola stanza vi fu silenzio per un attimo o due, mentre l'Angelo del Dolore e dell'Angoscia aleggiava su quelle anime fedeli e coraggiose; poi la voce allegra dell'inglese, cos piena di spirito e divertimento, risuon ancora una volta. Si era eretto in tutta la sua torreggiante altezza, e aveva posato una mano gentile sulla spalla del vecchio. 
"A me sembra, mio buon Lengre," disse, "che voi ed io non abbiamo molto tempo da sprecare se intendiamo ingannare quei diavoli e salvarvi il collo. Ora, petite maman," aggiunse poi voltandosi verso l'anziana donna, "sarete coraggiosa?" 
"Far qualsiasi cosa, milor'," rispose lei a bassa voce, "per aiutare il mio vecchio." 
"Ebbene, allora," disse Sir Percy Blakeney in quel tono ottimistico e spensierato, ma allo stesso tempo straordinariamente autorevole, di cui deteneva il segreto, "voi e Rosette rimanete qui e attendete i gendarmes. Quando arriveranno, non dite nulla; comportatevi con assoluta mitezza, e lasciate che perquisiscano casa vostra da un capo all'altro. Se vi chiedono di vostro marito, dite loro che credete sia andato al lavoro.  chiaro?" 
"Chiarissimo, milor'," replic la petite maman. 
"E voi, Pre Lengre," continu l'inglese, parlando ora pi lento, con decisione, "ascoltate con molta attenzione le istruzioni che sto per darvi, poich dalla vostra totale obbedienza ad esse dipende non soltanto la vostra vita ma quella di queste due care donne. Andate ora, subito, in Rue Ste. Anne, girato l'angolo, la seconda casa sulla vostra destra, al numero trentasette. La porte cochre  aperta; passate pure, superate la guardiola del concierge, e salite le scale fino all'appartamento numero dodici, secondo piano. Ecco la chiave dell'appartamento," aggiunse, estraendola dalla tasca del soprabito e porgendola al vecchio. "Le stanze ufficialmente sono occupate da un certo maestro Turandot, fabbricante di violini, e nemmeno il concierge sa che il liutaio gobbo e sulle sue e quell'impiccione della Primula Rossa, che il Comitato di Salute Pubblica adorerebbe mettere in ceppi, sono la stessa persona. L'appartamento, difatti,  mio; uno dei molti che occupo a Parigi in momenti diversi," continu. "Entrate tranquillamente con questa chiave, e attraversate la stanza fino al guardaroba che vi troverete di fronte. Apritelo.  pieno di abiti malmessi; scostateli, e noterete che i pannelli sul fondo non combaciano bene, come se il guardaroba fosse vecchio e fosse stato assemblato malamente. Infilate le dita nella minuscola apertura tra i due pannelli centrali. Quelli scivoleranno di lato con facilit; immediatamente dietro v' un vano nascosto. Entratevi; per prima cosa richiudete le porte del guardaroba, poi fate di nuovo scivolare i pannelli al loro posto. L sarete perfettamente al sicuro, dato che al momento su quella casa non vi sono sospetti, e persino se le guardie rivoluzionarie, sotto il comando di un qualche sergente ficcanaso, scegliessero di fare una visita a sorpresa, il vostro nascondiglio sarebbe perfettamente sicuro. Ora, avete compreso bene tutto?" 
"Assolutamente, milor'," replic Lengre, mentre gi si preparava a obbedire agli ordini di Sir Percy, "ma per quanto riguarda voi? Voi non potete uscire da questa casa, milor'," lo esort; " sorvegliata, vi dico." 
"Suvvia!" lo interruppe Blakeney con quei suoi modi spensierati, "credete forse che io non lo sappia? Dovevo venire a dirvi di Pierre, e ora devo sgusciar via a quei degni gendarmes, in qualche modo. Ho le mie stanze pi in basso, al piano terra, come ben sapete, e bisogna che prenda accordi in modo che tutti quanti ce ne possiamo andare comodamente da Parigi questa sera. Questo dannato posto non  pi sicuro per voi, mio buon Lengre, e nemmeno per la petite maman e Rosette. Ma dovunque io possa essere, nel frattempo, non preoccupatevi di me. Non appena i gendarmes saranno venuti e ripartiti, io verr in Rue Ste. Anne e vi far sapere come sono riuscito ad organizzare le cose. Quindi ora fate quel che vi dico, e in nome del cielo lasciate che io badi a me stesso." 
Dopodich, senza fare cerimonie, spinse il vecchio fuori dalla stanza. 
Pre Lengre prima di andarsene era riuscito a dare un bacio alla petite maman e a Rosette. Era toccante vedere la perfetta fiducia con cui quelle persone dal cuore semplice obbedivano agli ordini del milor'. Non aveva forse salvato Pierre in quel suo modo straordinario, coraggioso e pieno di risorse? E di certo avrebbe saputo come salvare anche lui. Ciononostante, per, i cuori delle due donne vennero presi dall'angoscia; angoscia che raddoppiava, dal momento che ora anche il salvatore di Pierre era in pericolo. 
Quando i passi strascicati di Pre Lengre furono svaniti lungo il corridoio di pietra, l'altro si rivolse ancora una volta alle due donne. 
"E ora, petite maman," disse allegro baciandola su entrambe le guance grinzose, "restate di buonumore, e recitate le vostre preghiere con Rosette. Il vostro vecchio ed io ne avremo bisogno entrambi." 
Non si attard a salutare, e poco dopo furono i suoi passi decisi a riecheggiare lungo il corridoio. Scese cantando una canzone a pieni polmoni, perch l'intera casa lo sentisse, e perch il traditore, Jean Baptiste, uscisse di corsa dalla propria stanza meravigliandosi dell'impudenza di quell'uomo, imprecando contro il Comitato di Salute Pubblica, tanto lento a mandare i soldati della Repubblica perch mettessero in ceppi quell'inglese impertinente. 
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Paragrafo 2.
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Un quarto d'ora pi tardi una mezza dozzina di uomini della Guardia Repubblicana, con tanto di caporale e sergente al comando, erano nel piccolo appartamento al quinto piano della casa popolare di Rue Jolivet. Avevano preteso di entrare in nome della Repubblica, avevano bruscamente scostato la petite maman e Rosette, le avevano interrogate sull'ubicazione di Lengre e, non soddisfatti delle risposte ricevute, avevano rivoltato da cima a fondo la linda dimora, saccheggiato ogni credenza, spostato ogni letto, tavolo o divano che avrebbe forse potuto fornire un nascondiglio. 
Convinto, ora, che il "sospetto" che stavano cercando non fosse sul posto, il sergente mise quattro uomini di stanza fuori dalla porta con il caporale, e due all'interno; quanto a lui, si sedette al centro della stanza ordinando alle due donne di stargli di fronte in piedi e rispondere chiaramente alle sue domande, pena il venir trascinate senza indugi alla casa di detenzione di St. Lazare. 
La petite maman si allisci il grembiule, incroci le braccia, e guard il sergente dritto in faccia. Rosette aveva gli occhi colmi di lacrime, ma nemmeno lei mostrava alcun segno di paura, anche se la spalla - l dove uno dei gendarmes l'aveva stretta tanto rudemente - le doleva in maniera terribile. 
"Vostro marito, cittadina," chiese perentorio il sergente, "dove sta?" 
"Non sono sicura, cittadino," rispose la petite maman. "A quest'ora di solito  a lavorare per il governo in Quai des Messageries." 
"Non  l adesso," dichiar il sergente. "Sappiamo per certo che non  tornato al suo lavoro dopo pranzo." 
La petite maman rimase in silenzio. 
"Rispondete," ordin il sergente. 
"Non posso dirvi di pi, cittadino sergente," rispose lei in tono fermo. "Io non lo so." 
"Non state facendo del bene a voi stessa, buona donna, con questa ostinazione," continu burbero lui. "Io credo che vostro marito sia all'interno di questa casa, nascosto. Posso ordinare di far perquisire ogni appartamento finch non verr trovato; ma in questo caso poi sar molto dura per voi e vostra figlia, e molto pi dura anche per vostro marito rispetto a come andrebbe se ci seguisse tranquillamente senza dare problemi." 
Ma, con sublime fiducia nell'uomo che aveva salvato Pierre e le aveva dato ordini espliciti su cosa fare, la petite maman, con Rosette a darle manforte, ripet tranquilla: "Non vi posso dire di pi, cittadino sergente. Io non lo so." 
"E per quanto riguarda l'inglese?" indag il sergente, ancora pi brusco. "L'uomo che chiamano la Primula Rossa. Che sapete di lui?" 
"Nulla, cittadino," rispose la petite maman, "che ne dovrebbe sapere della povera gente come noi di un milor' inglese?" 
"Voi sapete perlomeno questo, cittadina: che il milor' inglese ha aiutato vostro figlio Pierre a sfuggire alla giustizia." 
"Se cos ," disse la petite maman, sempre tranquilla, "non pu essere sbagliato da parte di una madre pregare Dio di proteggere chi ha salvato suo figlio." 
" dovere di ogni buon cittadino," la rimbecc il sergente, in tono fermo, "denunciare tutti i traditori della Repubblica." 
"Ma dal momento che io non so nulla riguardo all'inglese, cittadino sergente...?" 
E la petite maman scroll le spalle sottili come se la questione avesse smesso di interessarle. 
"Ripensateci, cittadina," la ammon il sergente, " il collo di vostro marito, e anche il vostro e quello di vostra figlia, che state mettendo a rischio con tanta ostinazione." 
Attese un momento o due, come per dare all'anziana donna il tempo di parlare; poi, vedendo che lei manteneva risolutamente incollate le sottili, tremanti labbra, chiam il caporale. 
"Andate dal Cittadino Commissario della Sezione," ordin, "e chiedete un ordine generale di perquisizione in tutti gli appartamenti del numero 24 di Rue Jolivet. Lasciate due dei nostri uomini di postazione sul primo e terzo pianerottolo di questa casa, e due fuori da questa porta. Fate il pi veloce possibile. Potete tornare qui con gli ordini nel giro di mezz'ora, o forse il comitato mi mander una squadra in pi; dite al Cittadino Commissario che questa  una casa grande, con molti corridoi. Potete andare." 
Il caporale fece il saluto e part. 
La petite maman e Rosette nel frattempo erano rimaste in silenzio nel bel mezzo della stanza, le mani sotto i grembiuli, gli occhi sbarrati, ansiosi, che fissavano nel nulla. Le lacrime di Rosette scorrevano lente una a una lungo le guance, ma gli occhi della petite maman erano asciutti. Stava pensando e pensando, come mai in vita sua aveva avuto occasione di fare. 
Stava pensando al coraggioso e valente inglese che soltanto il giorno prima aveva salvato la vita a Pierre. Il sergente, seduto l davanti a lei, aveva chiesto al Cittadino Commissario l'ordine di perquisire quella grande casa dalle soffitte alle cantine. Era questo che la spingeva a pensare e pensare. 
Il coraggioso inglese era proprio in quella casa, al momento; la casa sarebbe stata perquisita da un capo all'altro, e lui sarebbe stato trovato, catturato, e trascinato alla ghigliottina. 
L'uomo che il giorno prima aveva rischiato la vita per salvare suo figlio era in imminente, mortale pericolo; e lei, la petite maman, non poteva far nulla per salvarlo. 
In un qualsiasi momento, pensava, avrebbe potuto sentire i passi decisi di milor' su per le scale o nel corridoio; in un qualsiasi momento, pensava, avrebbe potuto sentire frammenti di una canzone inglese cantata da una voce fresca e potente, che dopo quel giorno nessuno avrebbe mai pi udito tanto gaia. 
Dal vecchio orologio sulla mensola ticchettavano via secondi e minuti mentre la petite maman pensava e pensava, mentre gli uomini sistemavano trappole per catturare un loro simile in un laccio mortale, e le bestie carnivore in forma umana stavano in agguato in attesa della loro preda. 
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Paragrafo 3.
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Trascorse un altro quarto d'ora. La petite maman e Rosette quasi non si erano mosse. Le ombre della sera si stavano insinuando nella stretta stanza, sfumando le sagome dei mobili e immergendo gli angoli nella semioscurit. 
Il sergente aveva ordinato a Rosette di portare una lampada. Lei lo aveva fatto, sistemandola sul tavolo, cosicch la fievole luce barbagliava sulla cintura e le fibbie dell'uomo, sulla coccarda tricolore appuntata al cappello. La petite maman aveva pensato e pensato, fino a non esserne pi capace. 
Poco dopo vi fu un gran trambusto sulle scale; passi pesanti che salivano, poi percorrevano i corridoi sui molti pianerottoli. Il silenzio che per il resto regnava nella casa, e che era caduto come d'abitudine sulla squallida stradina, a quell'ora priva di traffico, rendeva ancora pi minaccioso il riecheggiare di quei tonfi. 
La petite maman, le mani grinzose premute sul seno, sentiva il cuore batterle tanto forte che riusciva a malapena a respirare. 
Vi furono rapide parole di comando, cos familiari, alas! nella Francia di quel periodo; le crudeli, perentorie parole che invariabilmente precedevano un arresto, i preliminari prima di trascinare una qualche creatura derelitta, e spesso del tutto inerme, di fronte a un tribunale che non conosceva perdono n misericordia. 
Il sergente, che nell'atmosfera chiusa della stanzetta si era insonnolito, a quei rumori si riscosse e balz in piedi. La porta venne spalancata dagli uomini che erano di stanza all'esterno ancor prima che l'autoritario ordine "Aprite! In nome della Repubblica!" potesse riecheggiare nello stretto corridoio. 
Il sergente si mise sull'attenti, sollevando rapido la mano alla fronte in un saluto. Sulla soglia stava una nuova squadra d'una mezza dozzina di uomini della Guardia Repubblicana; erano sotto il comando di un ufficiale di alto rango, una creatura dall'aspetto rozzo, grottesco, quasi bestiale, con flosci capelli portati lunghi com'era di moda sotto un untissimo chapeau-bras, e una barbaccia scarmigliata a circondare una faccia chiazzata e sporca. Per indossava la fusciacca tricolore, e il distintivo che lo proclamava uno dei membri militari del Comitato di Salute Pubblica della Sezione: e il sergente, che fino a poco prima con le donne era stato tanto autoritario, prese maniere umili, persino ossequiose. 
"Avete richiesto un ordine generale al Comitato di Sezione," disse il nuovo venuto rivolgendoglisi brusco dopo aver gettato alla stanza rapide occhiate inquisitive, degnando a malapena della propria attenzione la petite maman e Rosette, alle quali negli occhi colmi d'angoscia si poteva vedere l'anima stessa. 
"L'ho fatto, cittadino comandante," replic il sergente. 
"Non sono un comandante," disse l'altro, secco. "Il mio nome  Rouget, membro della Convenzione e del Comitato di Salute Pubblica. Il Comitato di Sezione, al quale avete chiesto un ordine generale di perquisizione, ha pensato che voi aveste combinato un pasticcio, quindi hanno mandato me a risistemare le cose." 
"Non mi risulta di aver combinato alcun pasticcio, cittadino," balbett il sergente, a disagio. "Non potevo prendermi la responsabilit di compiere una ricerca domiciliare in tutta questa casa. Quindi ho richiesto ordini pi completi." 
"E avete sprecato il tempo del Comitato e il mio con queste sciocchezze," ribatt aspro Rouget. "Ogni cittadino della Repubblica degno di questo nome dovrebbe sapere come agire di propria iniziativa quando la sicurezza della nazione lo richiede." 
"Io non sapevo... Non osavo..." mormor il sergente, chiaramente intimidito da quelle rampogne, pronunciate nei toni di rozza prepotenza tipici degli uomini che, d'improvviso, si erano risollevati dalla sporcizia della strada a posizioni di importanza e responsabilit in quello Stato di nuovo conio. 
"Silenzio!" ordin l'altro, perentorio. "Non sprecate altro del mio tempo con le vostre patetiche scuse. Avete mancato di zelo e di iniziativa. Basta cos. Che altro avete fatto? Avete preso quell'uomo, Lengre?" 
"No, cittadino. Non si nasconde qui, e la moglie e la figlia non ci hanno dato alcuna informazione su di lui." 
"Ed ecco la loro scappatoia," replic Rouget con un'aspra risata. "Se ci consegnano Lengre di loro spontanea volont la legge sar clemente con loro, e forse addirittura con lui. Ma se ci costringono a perquisire questa casa per cercarlo, questo significa la ghigliottina per tutti quanti." 
Aveva pronunciato quelle insensibili parole senza nemmeno gettare uno sguardo alle sfortunate donne; n fece loro altre domande, continuando invece a parlare al sergente. 
"E per quanto riguarda l'inglese? Il comitato di sezione ha mandato delle spie questa mattina a cercarlo in questa casa e nei dintorni. Lui lo avete preso?" 
"Non ancora, cittadino. Ma..." 
"Allora, cittadino sergente," lo interruppe l'altro, brusco, "a me sembra che il vostro zelo sia stato ancora pi manchevole di quanto avevo supposto. Avete fatto qualcosa, insomma, per quanto riguarda Lengre o l'inglese?" 
"Ve l'ho ben detto, cittadino," ribatt scontroso il sergente, "che credo che Lengre sia ancora in questa casa. Ad ogni buon conto, un'ora fa non ne era ancora uscito, questo  tutto quel che so. E io volevo perquisire l'intera casa, perch sono sicuro che lo troveremo in uno degli altri appartamenti. Qui sono tutti amici fra di loro, e si aiutano sempre l'un l'altro a sfuggire alla giustizia. Ma l'inglese non era una responsabilit mia. Erano le spie del comitato ad avere l'ordine di sorvegliarlo, e io avrei dovuto procedere all'arresto dopo aver ricevuto il loro rapporto. Non stava a me il lavoro di spionaggio. Io sono un soldato, e obbedisco ai miei ordini quando li ricevo." 
"Molto bene, allora, vi conviene obbedire ai vostri ordini adesso, cittadino sergente," fu il secco commento di Rouget alle spiegazioni dell'altro, "perch sembrate aver combinato un autentico pasticcio dal principio alla fine, e sar dura per voi redimervi. Ricordate, la Repubblica non sa che farsene degli sciocchi." 
Palesemente, dopo quella velata minaccia il sergente pens fosse meglio tenere a freno la lingua, mentre Rouget continuava, nello stesso tono aggressivo e perentorio: "Iniziate subito la vostra visita domiciliare. Prendete i vostri uomini con voi, e lasciate a me gli altri. Cominciate su questo piano, e mantenete le vostre sentinelle fuori della porta d'ingresso. Adesso mostratemi uno zelo che faccia ammenda per la vostra precedente trascuratezza. Fianco dest! Marciare!" 
Fu allora che la petite maman parl. Aveva pensato e pensato, e ora sapeva che cosa doveva fare; sapeva che quei crudeli, disumani miserabili avrebbero ben presto iniziato ad aggirarsi su e gi per corridoi e scale, pretendendo di venire ammessi a ogni porta, entrando in ogni appartamento. Sapeva che l'uomo che aveva salvato la vita del suo Pierre si nascondeva da qualche parte in quella casa... e sarebbe stato trovato e trascinato alla ghigliottina, perch lei sapeva anche che l'intero corpo governativo di quell'abominevole Rivoluzione era deciso a non permettere che quell'inglese tanto detestato fuggisse di nuovo. 
Era vecchia e debole, minuta e scarna - per questo tutti la chiamavano la petite maman - ma una volta saputo cosa fare, il suo spirito sopraffece la debolezza del corpo infragilito. 
Ora sapeva, e mentre ancora quell'arrogante membro di un esecrabile Comitato omicida stava dando le ultime istruzioni al sergente, la petite maman disse, calma: "Non c' bisogno, cittadino sergente, di andare a disturbare tutti i miei amici e i miei vicini. Vi dir io dov' mio marito." 
In un solo istante Rouget si gir di scatto verso di lei, un orribile bagliore di soddisfazione che si allargava sul viso lurido, dicendo con un orrendo ghigno: "Ah! Ci avete ripensato, vero? Bene, sentiamo! Vi conviene sbrigarvi, se volete che vi serva a qualcosa." 
"Ho mia figlia a cui pensare," disse la petite maman in con voce debole, querula, "e non voglio che tutti gli altri in questa casa siano infelici a causa mia. Sono stati tutti dei vicini gentili. Promettete di non molestarli e di lasciare la casa libera dai soldati se vi dico dov' Lengre?" 
"La Repubblica non fa promesse," replic burbero Rouget. "I suoi cittadini devono compiere il proprio dovere senza sperare in una ricompensa. Se falliscono, vengono puniti. Ma privatamente vi dir, donna, che se ci risparmiate il compito faticoso e probabilmente improduttivo di perquisire questo labirinto da conigli da una parte all'altra, sar molto clemente con voi e con vostra figlia, e forse - non faccio promesse, ricordate - forse anche con vostro marito." 
"Molto bene, cittadino," disse calma la petite maman. "Sono pronta." 
"Pronta per cosa?" chiese lui. 
"Per portarvi dove si nasconde mio marito." 
"Oh-ho! Non  in questa casa, dunque?" 
"No." 
"Dov', allora?" 
"In Rue Ste. Anne. Vi porter l." 
Rouget gett una rapida occhiata sospettosa alla donna, e ne scambi una di reciproca comprensione con il sergente. 
"Molto bene," disse dopo una breve pausa. "Ma vostra figlia deve venire anche lei. Sergente," aggiunse poi, "prender con me met dei vostri uomini; ne ho mezza dozzina, ma  meglio rimanere sul sicuro. Mettete i vostri alla porta esterna, e sulla via per Rue Ste. Anne io passer parola alla gendarmerie perch vi mandino immediatamente un piccolo gruppo di rinforzi. Arriveranno qui nel giro di cinque minuti; fino ad allora, sarete perfettamente al sicuro." 
Poi aggiunse sottovoce, in modo che le donne non lo sentissero: "L'inglese potrebbe essere ancora in questo edificio. In questo caso, sentendoci partire, potrebbe pensare che ce ne siamo andati tutti, e tentare di sgusciar via. Voi saprete cosa fare?" concluse in un tono pieno di significato. 
"Ovviamente, cittadino," replic il sergente. 
"Allora, cittadina, sbrighiamoci." 
Ancora una volta si udirono i passi di piedi pesanti sui gradini di pietra e nei corridoi. La squadra di soldati della Guardia Repubblicana, con due donne nel mezzo, e seguita da un membro del Comitato di Salute Pubblica, un sergente, un caporale e altri due o tre uomini, nello scendere le ripide scale suscit un'ansiosa curiosit dal quinto piano in gi. 
Volti pallidi e spaventati sbirciavano timidi dalle soglie nel sentire tutto quel trapestio, ma svanivano di nuovo, rapidi, alla vista di quei rivolti scarlatti e luridi e delle coccarde tricolori. 
Il sergente e tre soldati rimasero di stanza ai piedi della scala, all'interno della casa. Poi il cittadino Rouget diede bruscamente l'ordine di avviarsi. Pareva strano che servisse quasi una dozzina di uomini per sorvegliare due donne e arrestare un vecchio, ma, come bisbigli il membro del Comitato di Pubblica Sicurezza al sergente, prima di lasciare la casa: "L'intera faccenda potrebbe essere una trappola, e la prudenza non  mai troppa. Dicono che l'inglese  molto robusto; dir alla gendarmerie di mandare un'altra mezza dozzina d'uomini, voi badate a sorvegliare la casa fino al mio ritorno." 
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Paragrafo 4.
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Cinque minuti pi tardi i soldati, guidati dalla petite maman, avevano raggiunto il 37 di Rue Ste. Anne. La grande porta esterna era spalancata, e l'intero gruppo entr immediatamente nella casa. 
Il concierge, terrorizzato e ossequioso, si precipit fuori dalla sua portineria, tremante. 
"Che cosa desiderano i cittadini soldati?" 
"Diteglielo, cittadina," ordin brusco Rouget. 
"Stiamo andando all'appartamento numero 12, al secondo piano," disse la petite maman al concierge. 
"Avete la chiave dell'appartamento?" indag Rouget. 
"No, cittadino," balbett l'uomo, "ma..." 
"Ebbene, ma cosa?" lo interrog l'altro, perentorio. 
"Pap Turandot  un povero, innocuo fabbricante di violini," disse il concierge. "Io lo conosco bene, anche se non  spesso a casa. Vive con una figlia da qualche parte nei dintorni di Passy, e adopera questo posto solo come un laboratorio. Sono sicuro che non  un traditore." 
"Questo lo vedremo presto," comment secco Rouget. 
La petite maman si incroci strettamente lo scialle sul seno; aveva le mani sudate, e fredde come il ghiaccio. Fissava dritto davanti a s, gli occhi asciutti, calma, e non gett mai nemmeno uno sguardo a Rosette, alla quale non veniva permesso di avvicinarsi alla madre. 
Dal momento che non v'era un duplicato della chiave dell'appartamento numero 12, il cittadino Rouget ordin ai suoi uomini di far saltare la serratura. Non ci volle molto; la casa era vecchia e malridotta, e le porte traballavano. Un attimo dopo l'intero gruppo era nella stanza che un po' di tempo prima l'inglese aveva cos accuratamente descritto a Pre Lengre. 
Ed ecco il guardaroba. La petite maman, strettamente circondata dai soldati, and da quella parte; lo apr proprio come aveva spiegato milor', e scost gli abiti che vi erano appesi. Poi indic i pannelli che non combaciavano bene l'uno con l'altro, e si pass la lingua sulle labbra asciutte prima di parlare. 
"C' una rientranza dietro quei pannelli," disse alla fine. "Scivolano di lato con facilit. Il mio vecchio  l." 
"E Dio vi benedica, anima leale e coraggiosa," esclam una voce allegra risuonante dall'angolo opposto della stanza. "E Dio protegga la Primula Rossa!" 
Quelle ultime parole, pronunciate in inglese, resero completo il vuoto stupore che aveva letteralmente paralizzato gli unici tre autentici soldati repubblicani presenti... vale a dire, quelli che Rouget aveva preso in prestito dal sergente. Per quanto riguardava gli altri, quelli sapevano bene cosa fare; in meno di un minuto avevano sopraffatto e imbavagliato i tre confusi soldati. 
Rosette aveva strillato, per il terrore, per il puro e semplice sbalordimento, ma la petite maman era rimasta immobile, gli occhi pallidi colmi di lacrime fissi sull'uomo il cui allegro "Dio vi benedica!" aveva cos improvvisamente trasformato la sua disperazione in speranza. 
Come aveva fatto a non riconoscere nell'orrendo, sciatto e torvo Rouget il milor' galante e di bell'aspetto che aveva salvato la vita del suo Pierre? Ebbene, a dire il vero lui era stato irriconoscibile; ma ora che si era strappato via quell'orribile parrucca e la barba posticcia, che aveva allungato l'elegante figura in tutta la sua altezza, ora che volgeva verso di lei i suoi occhi allegri e pigri, lei avrebbe quasi potuto gridare di gioia. 
Un attimo dopo, lui l'aveva presa per le spalle e le aveva stampato due sonori baci sulle guance. 
"Ora, petite maman," disse gaio, "pensiamo a liberare il vecchio." 
Pre Lengre, dal suo nascondiglio, aveva udito tutto quel che era accaduto nella stanza in quegli ultimi momenti. Vero, lui aveva saputo esattamente cosa aspettarsi, perch non appena aveva preso possesso del nascondiglio dietro il guardaroba, anche milor' era entrato nell'appartamento e gli aveva immediatamente spiegato i piani non soltanto per la sua sicurezza, ma anche per quella della petite maman e di Rosette, che sarebbero state in grave pericolo se il vecchio da solo avesse seguito l'esempio di Pierre. 
Milor' gli aveva detto, con i suoi soliti modi spensierati, di essere sfuggito alle spie del Comitato. 
"Lo faccio con gran facilit, sapete," aveva spiegato. "Semplicemente sgattaiolo nelle mie stanze di Rue Jolivet, mi trasformo in un liutaio gobbo e sulle sue, ed esco di casa proprio sotto il naso delle spie. Nella vineria pi vicina i miei amici inglesi, sotto vari travestimenti, sono tutti pronti e a portata di mano; una mezza dozzina di loro non si allontana mai da dove sono io, nel caso mi fossero necessari." 
Quei coraggiosi inglesi erano ben presto arrivati, tutta la mezza dozzina, uno per volta: uno pareva un carbonaio, un altro un suonatore scalcagnato, un terzo un vetturino. Ma erano tutti entrati tranquillamente nell'edificio, e ben presto si erano riuniti nell'appartamento numero 12. L avevano assunto nuovi travestimenti, e poco dopo compariva una squadra di Guardie Repubblicane, reale quanto era possibile sembrarlo. 
Pre Lengre stesso ammise che, anche se aveva visto di persona milor' tramutarsi nel cittadino Rouget, aveva faticato a credere ai suoi occhi, tanto completa era la metamorfosi. 
"Sono profondamente addolorato di avervi fatta spaventare e agitare cos tanto, petite maman," concluse gentilmente milor', "ma non vedevo altro modo per portare voi e Rosette fuori dalla casa e lasciarmi alle spalle quello stupido sergente e alcuni dei suoi uomini. Non volevo suscitare in lui nemmeno la pi lieve ombra di sospetto, e ovviamente, se mi avesse chiesto gli ordini scritti che stava aspettando, o se il suo caporale fosse ritornato pi in fretta di quanto avessi previsto, avrebbero potuto esserci problemi, ma persino in quel caso," aggiunse con la sua abituale, noncurante insouciance, "avrei pensato a un qualche modo per beffare quei bruti." 
"E ora," concluse con pi autorit, " il caso di uscire da Parigi prima che i cancelli si chiudano. Pre Lengre, prendete vostra moglie e vostra figlia con voi e uscite da questa casa. Il sergente e i suoi uomini non hanno lasciato la loro postazione in Rue Jolivet, e nessun altro pu infastidirvi. Andate dritti alla Porta di Neuilly, e una volta sull'altro lato aspettate tranquillamente in quella piccola caffetteria sull'angolo della Avenue finch non arriver io. I vostri vecchi passaporti per le barriere sono ancora validi; siete stato inserito nella lista dei "sospetti" soltanto questa mattina, e su di voi ancora non  stata diramata notizia. In ogni caso alcuni di noi saranno vicini per aiutarvi, qualora fosse necessario." 
"Ma voi, milor'," balbett Pre Lengre, "E i vostri amici...?" 
"Suvvia, amico," ribatt in tono leggero Blakeney, "non vi avevo detto prima di non preoccuparvi mai di me o dei miei amici? Abbiamo pi di una maniera per sgusciare tra le dita di questo vostro dannato governo. Tutto ci a cui dovete pensare voi sono vostra moglie e vostra figlia. Temo che la petite maman non possa prendere con s pi di quel che ha addosso, ma faremo tutto il possibile per il suo comfort fino a che non vi avremo portati tutti al sicuro in Inghilterra con Pierre." 
Dopo di ci n Pre Lengre, n la petite maman, n Rosette furono in grado di parlare, poich le lacrime toglievano loro la voce, ma poco dopo, quando milor' si avvicin, la petite maman gli si inginocchi davanti, imprigionando le sue snelle mani fra le proprie, scurite e grinzose, e le baci con reverenza. 
Lui rise, e la rimprover per questo. 
"Dovrei essere io a inginocchiarmi davanti a voi per la gratitudine, petite maman," le disse pieno di slancio. "Eravate pronta a sacrificare il vostro vecchio per me." 
"Voi avete salvato Pierre, milor'," disse la vecchia con semplicit. 
Un minuto pi tardi Pre Lengre e le due donne erano pronti ad andare. Ancora una volta, milor' e i suoi valorosi amici inglesi si trasformarono in lavoratori sporchicci o malmessi professionisti della classe media. 
Non appena la porta dell'appartamento numero 12 si fu chiusa alle spalle di quelle tre brave persone, lord Tony chiese al suo capo: "E per quei tre miserabili soldati, Blakeney?" 
"Oh! Loro staranno benissimo, per ventiquattro ore. Non possono morire di fame in quel lasso di tempo, e per allora il concierge si sar reso conto che c' qualcosa che non va al numero 12 e verr ad indagare. Sono legati bene, per?" 
"E imbavagliati, pure!" esclam uno degli altri. "Sangue benedetto, Blakeney!" aggiunse poi in tono entusiastico, " stato proprio un bel lavoro!" 
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In che modo Jean Pierre incontr la Primula Rossa. Cos come narrato da lui stesso.
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Paragrafo 1.
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Ah, monsieur! Era una pena, una pena! Di certo vi sono peccati che le bon Dieu stesso perdonerebbe. E se non  cos... ebbene, io dovevo rischiare comunque di dispiacerLo. Potevo forse guardarli morir di fame tutti e due, monsieur? Lo chiedo a voi! E Monsieur le Vicomte si era fatto cos sottile che le sue piccole ossa delicate quasi bucavano la pelle. E madame la Marquise! un angelo, monsieur! Perch, ai bei vecchi tempi, prima che tutti quei traditori e assassini governassero la Francia, Monsieur e Madame la Marquise vivevano soltanto per il figlio, e poi, vederlo morire... s, morire, non c'era modo di chiudere gli occhi su quel fatto spaventoso: Monsieur le Vicomte de Mortain stava morendo di fame e malattia. 
Ce ne stavamo tutti l riuniti insieme in un paio di stanze in soffitta - una delle quali poco pi grande di un ripostiglio - in cima alla casa fatiscente, mezza in rovina, in Rue des Pipots - Madame la Marquise, Monsieur le Vicomte e io - provate a pensarci, monsieur! Monsieur le Marquis aveva il suo chteau, come senza dubbio sapete, ai margini di Lione. Un gentiluomo leale e di alta nascita; era forse probabile, vi chiedo, che si sottomettesse passivamente al governo di quegli esecrabili rivoluzionari che avevano assassinato il loro Re, oltraggiato la loro Regina e la famiglia reale, e, che Dio li aiutasse! avevano gi perpetrato crimini e abomini di ogni tipo per cui davvero non vi poteva essere perdono n sulla terra n in Cielo? Si era unito a quel coraggioso - ma, alas! poco e male equipaggiato - esercito di realisti che, incapaci di salvare il loro Re, erano almeno determinati a vendicarlo. 
Beh, voi sapete abbastanza bene che cosa accadde. La controrivoluzione fall. L'esercito rivoluzionario mise in ginocchio Lione dopo un assedio di due mesi. Venne marchiata come citt ribelle, e dopo che l'abominevole decreto del nove ottobre l'aveva privata addirittura del suo nome, e dopo che Couthon aveva preteso una sanguinosa rappresaglia sull'intera popolazione per la sua lealt al proprio Re, quel famigerato Laporte venne inviato per sradicare definitivamente gli ultimi residui della ribellione. A quel punto, monsieur, mezza della citt era stata bruciata, e un decimo degli abitanti - uomini, donne e bambini - massacrati a sangue freddo, mentre molti degli altri erano fuggiti in preda al terrore da quell'agghiacciante scena di rovina e desolazione. Laporte port a termine l'esecrabile lavoro tanto abilmente iniziato da Couthon. Era un dottore molto capace e celebrato alla facolt di medicina, e ora si era trasformato in una iena umana nel nome della Libert e della Fraternit. 
Monsieur le Marquis riusc a fuggire in Svizzera con gli ultimi sparsi rimasugli dell'esercito Realista; per Madame la Marquise, per tutto quel periodo durissimo, era rimasta al suo posto allo chteau come la coraggiosa creatura che era. Quando Couthon entr a Lione alla testa dell'esercito rivoluzionario, tutti quelli che erano alle sue dipendenze fuggirono, e rimasi soltanto io a occuparmi di lei e di Monsieur le Vicomte. 
Poi, un giorno che ero andato a Lione per le provviste, d'improvviso per puro caso fuori da una taverna sentii qualcosa che quasi mi gel il midollo di queste mie vecchie ossa. Un capitano delle Guardie Rivoluzionarie stava trasmettendo al suo sergente degli ordini che a quanto pareva aveva appena ricevuto. 
E gli ordini erano di effettuare una perquisizione alle dieci in punto di quella stessa sera nello chteau Mortaine, perch si sospettava che il Marchese si nascondesse l, e comunque andasse di arrestare qualsiasi uomo, donna o bambino venisse trovato fra quelle mura. 
"Il cittadino Laporte," concluse il capitano, "sa per certo che la ci-devant Marchesa e il suo marmocchio sono ancora l, anche se il Marchese fosse effettivamente scappato via come il traditore che . Quelle maledette spie inglesi che si definiscono la Lega della Primula Rossa sono state molto attive a Lione negli ultimi tempi, e il cittadino Laporte ha paura che potrebbero defraudare la ghigliottina delle carcasse di quegli aristos, come sono gi riusciti a fare con un gran numero di traditori." 
Io ovviamente non rimasi ad aspettare di udire altro di quell'abominevole discorso. Tornai a casa tanto in fretta quanto le mie vecchie gambe potevano portarmici. Quella stessa sera, non appena fu buio, Madame la Marquise con Monsieur le Vicomte tra le braccia, e io che trasportavo sulla schiena un pacco con le poche cose necessarie, lasciammo la dimora ancestrale dei Mortaine per non farvi mai pi ritorno: perch, nel giro di un'ora dopo la nostra fuga, un distaccamento dell'esercito rivoluzionario piombava sullo chteau. Lo saccheggiarono dalle soffitte alle cantine, e non avendo trovato nulla che potesse soddisfare il loro odio bruciarono quella maestosa dimora, radendola al suolo. 
Noi fummo obbligati a rifugiarci a Lione, almeno per un po' di tempo; per quanto grande fosse il pericolo all'interno della citt, era infinitamente maggiore sulle strade, a meno che non potessimo procurarci un qualche veicolo in grado di farci fare un bel pezzo di tragitto verso la frontiera, e soprattutto un qualche tipo di passaporti - contraffatti oppure no - che ci concedessero di oltrepassare i vari caselli di controllo lungo le vie, dove la vigilanza era molto stretta. Quindi vagammo tra le rovine e le strade deserte della citt in cerca di riparo, ma trovammo ogni edificio, per quanto diroccato e bruciato, pieno di miserabili vagabondi e fuggiaschi come noi stessi. Mezza morta per lo sfinimento, Madame la Marquise alla fine si trov obbligata a cercare rifugio in una delle case che stavano su Rue des Pipots. Ogni stanza era piena fino a traboccare di patetici relitti di umanit scagliati l da quella marea di anarchia e di sangue, ma proprio in cima trovammo una soffitta. Era vuota, tranne che per un paio di sedie, un tavolo e un letto fracassato, con sopra cuscino e materasso logori. 
L, monsieur, passammo pi di tre settimane, e al termine di quel periodo Monsieur le Vicomte si ammal, e poi vi furono giorni, monsieur, che non augurerei al mio peggior nemico. 
Durante la fuga Madame la Marquise era riuscita a portar via soltanto quel po' di soldi che per puro caso aveva in casa al momento. Titoli, propriet e denaro appartenenti agli aristocratici erano stati spietatamente confiscati dal governo rivoluzionario di Lione. Le nostre poche risorse terminarono in fretta, e quel che restava andava conservato per il latte e cibi raffinati per Monsieur le Vicomte. Io mi aggiravo per le strade in cerca di un dottore, ma la maggior parte di loro era stata arrestata per qualche meschina accusa di ribellione, mentre altri erano fuggiti dalla citt. C'era solo quell'infame Laporte: un medico di chiara fama, lo sapevo, ma avrei preferito portare un agnello a un leone affamato che portare il Vicomte de Mortaine a quel tagliagole assetato di sangue. 
Poi a un certo punto il nostro ultimo franco se ne and, e non ci restava nient'altro. Madame la Marquise non toccava cibo da due giorni. Io me ne ero stato all'angolo della strada a mendicare per tutto la giornata, finch non mi avevano cacciato via i gendarmes. Dai passanti avevo ricevuto soltanto tre soldi; comprai un po' di latte e lo portai a casa per Monsieur le Vicomte. La mattina seguente, quando entrai nella soffitta pi grande, scoprii che Madame la Marquise era svenuta per la debolezza. 
Passai tutta la giornata a mendicare per le strade e ad evitare le guardie, e anche cos raccolsi solamente quattro soldi. Avrei potuto ottenere di pi, forse, solo che verso mezzogiorno l'odore del cibo da una taverna mi fece addirittura svenire, e quando ripresi coscienza mi trovai rannicchiato su una soglia, e attorno a me stava calando la sera. Se Madame la Marquise poteva tirare avanti due giorni senza cibo, allora io dovevo farcela per quattro. Mi arrabattai per rimettermi in piedi; fortunatamente ero rimasto in possesso dei miei quattro soldi, altrimenti, dico la verit, non avrei avuto il coraggio di ritornare a quella miserabile soffitta che era l'unica casa che avessi. 
Me ne stavo andando per la mia strada pi velocemente che potevo - perch sapevo che madame la Marquise sarebbe stata terribilmente in ansia - quando, proprio mentre svoltavo su Rue Blanche, vidi due gentiluomini - chiaramente stranieri, perch erano vestiti con un lusso e una cura che da lungo tempo avevano smesso di essere familiari a Lione - che camminavano rapidi verso di me. Un attimo dopo si fermarono, non lontano da dove ero io, e sentii il pi alto dei due dire all'altro in inglese, un linguaggio che io vagamente capisco: "Tutto a posto anche questa volta, eh, Tony?" 
Tutti e due risero allegri come un paio di scolaretti che hanno marinato la lezione, e poi scomparvero oltre la soglia di una casa fatiscente, mentre io rimasi l a domandarmi come osassero due gentiluomini tanto eleganti andarsene in giro a Lione in quei giorni, visto che ogni uomo, donna e bambino con addosso qualcosa che non fossero abiti lisi aveva la certezza di venir insultato per le strade come aristocratico, e spesso anche di venir sommariamente arrestato come traditore. 
Ad ogni buon conto io avevo altre cose a cui pensare, e avevo gi accantonato quel piccolo incidente, quando in fondo alla Rue Blanche mi imbattei in un gruppetto di fannulloni, uomini e donne, che parlavano e gesticolavano eccitati fuori dalla porta di una rosticceria. Sulle prime non feci molto caso a quel che stavano dicendo; i miei occhi erano incollati alla vetrina del negozio, in cui erano in mostra varie squisitezze di quelle che facevano venire l'acquolina in bocca a un mendicante derelitto e morto di fame. Un cappone arrosto, soprattutto, attir la mia attenzione, e una bottiglia di vino rosso; pareva proprio il genere di cibo lussuoso che Madame la Marquise avrebbe gradito. 
Ebbene, signore, la legge di Dio dice "Non desiderare la roba d'altri!" e senza alcun dubbio commisi un grave peccato quando i miei occhi affamati si puntarono su quel cappone arrosto e su quella bottiglia di Borgogna. E conosciamo anche le storie di Giuda Iscariota e dei figli di Giacobbe che vendettero il loro stesso fratello Giuseppe come schiavo - fu un crimine paragonabile, monsieur, che mi caricai sulla coscienza in quel momento; perch proprio mentre davanti ai miei occhi nasceva la visione di Madame la Marquise che mangiava quel cappone arrosto e beveva quel Borgogna, le mie orecchie colsero frammenti di quella agitata conversazione che mi si stava svolgendo attorno. 
" andato da quella parte!" diceva qualcuno. 
"No; da quella!" insisteva un altro. 
"Di lui adesso non c' traccia, comunque." 
Il proprietario della rosticceria se ne stava l sulla soglia, a gambe larghe, una mano sul fianco, l'altra che ancora brandiva il coltello con cui era stato occupato a tagliare porzioni per i suoi clienti. 
"Non pu essere andato lontano," disse facendo schioccare le grosse labbra. 
"Quella canaglia impudente che sfoggia i suoi vestiti eleganti, proprio come l'aristo che ." 
"Bah! Quei maledetti inglesi! Sono tutti quanti degli aristos! E questo con i suoi compagni non  nient'altro che una spia!" 
"Pagato da quel dannato governo inglese per assassinare tutti i nostri patrioti e derubare la ghigliottina di quel che le spetta." 
"Dicono che ha avuto mano nella fuga di del ci-devant Duca de Sermeuse e di tutti i suoi marmocchi addirittura dal carretto che li stava portando all'esecuzione." 
Dopo quell'affermazione ci furono grida di esecrazione e sdegno. E poi un gran agitare di pugni, e il gemito della rabbia beffata. 
"Questa volta lo avevamo quasi preso. Se non fosse stato per queste accidenti di strade senza luce..." 
"Darei qualcosa in premio," concluse il negoziante, "se riuscissimo ad acchiapparlo." 
"E che cosa dareste, cittadino Dompierre?" domand una donna nella folla con una risata ribalda. "Uno dei vostri capponi arrosto?" 
"Aye, mammina," replic lui gioviale, "e una bottiglia del mio Borgogna migliore, per brindare alla sconfitta di quell'inglese impiccione e dei suoi, e per augurare loro una rapida passeggiata su per i gradini della ghigliottina." 
Monsieur, vi assicuro che in quel momento letteralmente mi si ferm il cuore. Il Tentatore mi stava l accanto e mi sussurrava all'orecchio, e io rintuzzai deliberatamente i richiami della mia coscienza. Feci quel che avevano fatto i fratelli di Giuseppe, feci quel che aveva causato un rimorso senza speranza a Giuda Iscariota. Non v'era alcun dubbio che tutto quel fracasso fosse per i due gentiluomini elegantemente vestiti che io avevo visto entrare nella casa fatiscente di Rue Blanche. Per un secondo o due chiusi gli occhi ed evocai intenzionalmente la visione di Madame la Marquise svenuta per mancanza di cibo, e di Monsieur le Vicomte che moriva per carenza di nutrimento; poi mi feci strada fino alla quella porta e avvicinai il corpulento proprietario con tutta l'audacia che riuscii a mettere insieme. 
"I due inglesi mi sono passati vicino all'inizio di Rue Blanche," gli dissi. "Sono entrati in una casa... posso mostrarvi quale..." 
In un attimo venni circondato da una folla che strillava e gesticolava. Io raccontai la mia storia meglio che potevo; non c'era pi modo di voltare le spalle al sentiero della codardia e del crimine. Vidi quel bruto di Dompierre prendere dalla vetrina del suo negozio il pi grosso dei capponi arrosto, assieme a una bottiglia di quel vino che avevo tanto bramato; poi spinse quei tesori nelle mie mani tremanti dicendo: "En avant!" 
E cominciammo tutti a correre per la strada, gridando "Morte alle spie inglesi!". Io ero l'eroe della spedizione. Dompierre e un altro uomo mi trasportavano, dato che ero troppo debole per andar veloce come avrebbero voluto. Mi stringevo al cuore il cappone e la bottiglia; avevo bisogno di farlo per zittire gli insistenti richiami della mia coscienza, perch mi sentivo un codardo... un maligno, traditore, abominevole codardo! 
Quando raggiungemmo la casa e io l'ebbi indicata a Dompierre la folla alle nostre spalle esplose in un grido di trionfo. All'ultimissimo piano c'era una finestra spalancata, e due teste si stagliavano in silhouette contro la luce accesa all'interno; e la risposta al grido di trionfo fu un'allegra, lunga risata che arrivava dall'alto. 
Io ero troppo stordito per rendermi conto chiaramente di quel che accadde poi. Dompierre, lo so, apr la porta con un calcio, e la folla si precipit dentro seguendo la sua scia. Io riuscii a rimanere in piedi e a farmi strada un po' alla volta per uscire da quella torma. Dovevo averlo fatto meccanicamente, quasi senza rendermene conto, perch la prima cosa che ricordo con una certa chiarezza  che mi ritrovai ancora una volta ad andare di corsa per la Rue Blanche, con tutto quel gridare e urlare alle mie spalle. 
Con cieco istinto, inoltre, mi ero tenuto stretti il cappone e il vino, il prezzo della mia infamia. Ero terribilmente debole, e mi sentivo mancare, svenire, ma lottai ancora per un po', fino a che le ginocchia non rifiutarono di servirmi oltre e io caddi atterrando sulle mani, mentre il cappone rotolava nella cunetta, e la bottiglia di Borgogna piombava con uno schianto sul selciato, schizzando in tutte le direzioni il suo prezioso contenuto. 
Giacqui l, miserabile, disperato, quasi incapace di muovermi, quando d'improvviso udii dei passi rapidi e decisi immediatamente alle mie spalle, e poi, un attimo dopo, due mani salde mi prendevano sotto le braccia, e una voce diceva "Calmo, mio vecchio amico. Riuscite a tirarvi su? Ecco! Cos va meglio?" 
Le stesse mani decise mi sollevarono in piedi. Sulle prime ero troppo stordito per vedere qualcosa, ma dopo un attimo o due fu in grado di guardarmi attorno, e, alla luce un lampione stradale che avevamo proprio sopra, riconobbi quell'inglese elegantemente vestito e il suo amico, gli stessi che avevo appena consegnato alla furia di Dompierre e a una torma selvaggia. 
Credetti di stare sognando, e suppongo che i miei occhi tradissero l'orrore che provavo, perch lo sconosciuto mi guard con l'aria di esaminarmi per un attimo o due, e poi fece la risata pi bizzarra che io avessi mai udito in tutta la mia vita, e disse al suo amico qualcosa in inglese, qualcosa che questa volta non riuscii a capire. 
Poi si volt verso di me. 
"In fede mia," disse in perfetto francese, tanto perfetto che iniziai a dubitare che fosse davvero una spia inglese, dopotutto, "credo proprio che tu sia quella furba canaglia, eh? che si  fatta dare un cappone arrosto e una bottiglia di vino da quello sciocco di Dompierre. Lui e i suoi allegri compagni stanno dando voce alla loro ira nei tuoi confronti, vecchio compare; ti stanno chiamando bugiardo, traditore e imbroglione, nei momenti in cui non si dedicano a distruggere quel che rimane della casa dalla quale io e il mio amico siamo scappati da un bel po' arrampicandoci su per le grondaie e passando da un tetto all'altro." 
Monsieur, mi crederete quando vi dico che lui tutto questo me lo stava dicendo per confortarmi? Avrei potuto giurarlo, vedendo la strabiliante gentilezza che brillava in quegli occhi, perfino nel momento in cui si stava bonariamente prendendo gioco di me. Sapete cosa feci allora, monsieur? Caddi in ginocchio e ringraziai Dio ad alta voce perch lui era al sicuro; al che, sia lui che il suo amico ancora una volta si misero a ridere, e sembravano scolaretti che fossero sfuggiti alle nerbate, piuttosto che due uomini ancora sotto minaccia di morte. 
"Allora eri davvero tu!" disse il pi alto dei due, che stava ancora ridendo talmente di cuore che gli tocc asciugarsi gli occhi con il suo squisito fazzoletto di pizzo. 
"Possa Dio perdonarmi," replicai. 
Un attimo dopo il suo braccio mi circondava di nuovo. Io mi aggrappai a lui come a una roccia, perch in verit non avevo mai avvertito una presa cos salda e allo stesso tempo cos gentile come la sua attorno alle mie spalle. Tentai di mormorare delle parole di ringraziamento, ma ancora una volta quella miserevole debolezza mi travolse, e per un secondo o due mi parve di stare scivolando in un altro mondo. La voce dello straniero mi arrivava alle orecchie come attraverso del cotone. 
"Quest'uomo sta morendo di fame," disse. "Lo portiamo ai tuoi alloggi, Tony? Sono pi sicuri dei miei. Fra un minuto potrebbe essere in grado di camminare; in caso contrario posso trasportarlo io." 
A quelle parole recuperai i sensi, parzialmente, e riuscii a protestare con voce debole: "No, no! Devo rientrare... devo... gentili signori... Madame la Marquise sar talmente ansiosa." 
Quelle parole non mi erano ancora del tutto uscite di bocca che mi sarei morso la lingua per averle pronunciate; eppure, in qualche modo, pareva che a strapparmele fossero state la personalit magnetica di quello straniero, la sua voce magica, e la sua gentilezza verso di me, che lo avevo cos malvagiamente venduto ai suoi nemici. L'uomo si lasci sfuggire un basso fischio prolungato. 
"Madame la Marquise?" chiese poi, abbassando la voce a un bisbiglio. 
Vedete, anche solo aver pronunciato il nome Madame la Marquise de Mortaine l a Lione, dove ogni aristocratico veniva definito un traditore e spedito senza processo alla ghigliottina, era in s un atto di criminale follia, eppure - potete credermi oppure no, monsieur - dentro di me in quel momento c'era qualcosa che letteralmente mi costringeva ad aprire il mio cuore a quello straniero, che avevo cos malvagiamente tradito, e che rispondeva al mio abominevole crimine con tale gentilezza e compassione. Prima ancora di rendermi pienamente conto di quel che stavo facendo, monsieur, avevo gi rovesciato fuori l'intera storia della fuga di Madame la Marquise e della malattia di Monsieur le Vicomte. Quell'uomo mi tir sotto il riparo di una porta aperta, e lui e il suo amico mi ascoltarono senza pronunciar parola fino a che non ebbi terminato il mio doloroso racconto. 
Quando finii lui disse a bassa voce: "Portatemi a vedere Madame la Marquise, vecchio mio. Chiss? Forse potrei essere in grado di aiutare." 
Poi si rivolse al suo amico. 
"Ti va bene di aspettarmi nei miei alloggi, Tony," disse, "e far sapere a Ffoulkes ed Hastings che al mio ritorno potrei desiderare di parlare con loro?" 
Parlava come uno abituato da tutta la vita a dare ordini, e mi meravigliai dell'immediatezza con cui il suo compagno gli obbediva. Poi, non appena quello fu scomparso nel buio della strada, lo sconosciuto si volse di nuovo verso di me. 
"Appoggiatevi al mio braccio, buon vecchio amico," disse, "e tentiamo di camminare pi in fretta che possiamo. Prima allevieremo le ansie di Madame la Marquise e meglio sar." 
Io tenevo ancora stretto il cappone arrosto con un braccio; con l'altro mi aggrappai a lui, e insieme ci incamminammo in direzione di Rue des Pipots. Lungo la strada ci fermammo a una rispettabile trattoria, dove il mio protettore mi diede del denaro con cui comprare una bottiglia di buon vino e provviste, cibi delicati e nutrienti, che portammo a casa con noi. 
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Paragrafo 2.
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Non dimenticher mai l'espressione d'orrore che comparve negli occhi di Madame la Marquise quando mi vide entrare nella nostra miserabile soffitta in compagnia di un estraneo. L'ultimo minuscolo avanzo della candela di sego tremolava nella sua bugia. Madame gett le braccia emaciate a coprire il figlio, come un povero animale inseguito che difendesse il suo piccolo, e quasi riuscii a udire il grido di terrore che le era morto in gola prima ancora di raggiungere le labbra. Ma poi, monsieur, vedere la luce della speranza che un po' alla volta illuminava il suo viso pallido e smunto quando lo straniero le prese la mano e le parl - oh! cos gentilmente, con una tale dolcezza - fu una vista che colm di gioia il mio povero cuore infranto. 
"Il piccolo invalido deve essere visto immediatamente da un dottore," disse lui. "Soltanto dopo potremo pensare a mettervi definitivamente al sicuro." 
Madame la Marquise, anche lei terribilmente debole e ammalata, scoppi a piangere. "E secondo voi non lo avrei portato da un medico, oramai?" mormor poi tra le lacrime. "Ma non vi sono dottori a Lione. Quelli che non sono stati arrestati come traditori sono fuggiti da questa citt condannata. E il mio piccolo Jose sta morendo per mancanza di cure mediche." 
"Vi chiedo perdono, madame," ribatt lui gentilmente, "ma a Lione  presente uno dei migliori medici di Francia..." 
"Quell'infame Laporte," lo interruppe lei, inorridita. "Mi strapperebbe dalle braccia il mio bambino ammalato per gettarlo alla ghigliottina." 
"Salverebbe vostro figlio dalla malattia," disse lo straniero, pieno di slancio; "il suo orgoglio professionale, o il suo onore professionale, comunque vogliate chiamarlo, lo costringerebbe a farlo. Ma nel momento in cui terminasse il lavoro del medico, inizierebbe quello del boia." 
"Vedete quindi, milor'," gemette Madame patetica, quasi in agonia, "che non v' speranza per noi." 
"In realt, c'," replic lui. "Ma prima dobbiamo fare in modo che Monsieur le Vicomte stia bene... Dopodich, vedremo." 
"Ma non vi starete proponendo di portare quell'infame di Laporte al capezzale del mio bambino!" grid lei, in preda all'orrore. 
"Preferireste vederlo morire davanti ai vostri occhi," ribatt lo straniero, "come indubbiamente avverr questa notte?" 
Sembravano parole orribilmente crudeli, e le aveva pronunciate con un tono talmente autorevole... Non v'era modo di negare la verit. Monsieur le Vicomte stava morendo. Lo vedevo bene. Per un attimo o due madame rimase immobile, con i grandi occhi, cerchiati per il dolore e la sofferenza, fissi sullo straniero. Lui ricambi quello sguardo con il suo, tanto gentile, e gradualmente l'orrore che si era congelato sul viso di lei lasci il posto a una profonda perplessit, e a quelle labbra esangui sal un debolissimo mormorio, le parole: "Chi siete?" 
Lui non rispose direttamente, ma si sfil un anello dal mignolo e glielo porse in modo che lei lo potesse guardare. Lo vidi anch'io, perch ero vicino a Madame la Marquise, e la luce vacillante della candela di sego vi batteva proprio sopra. Era d'oro, con un piccolo fiore a cinque petali squisitamente modellato in smalto rosso. 
Madame la Marquise guard l'anello, poi ancora una volta sollev gli occhi al viso di lui, che annu quasi con aria assente; e mentre lo guardavo in faccia mi parve che il mio cuore avesse smesso di battere. Non avevamo forse sentito parlare, tutti noi, della valente Primula Rossa? E non sapevo io forse, molto meglio di Madame la Marquise, a che punto arrivassero il suo valore e la sua capacit di sacrificio? Era a lui che davano la caccia. In quello stesso momento segugi assetati di sangue in forma umana erano sulle sue tracce, e lui si proponeva con tutta calma di uscire di nuovo per le strade di Lione e affrontare quel famigerato Laporte, che nel mandarlo a morte avrebbe trovato la gloria. Ritengo avesse indovinato quel che mi stava passando per la mente, perch si port un dito alle labbra, e poi indic Monsieur le Vicomte con un gesto pieno di significato. 
Ma fu meraviglioso vedere come ora Madame la Marquise avesse in lui una fiducia assoluta. Al suo comando mangi persino qualcosa, e bevve un po' di vino, e io fui costretto a fare lo stesso. E anche quando, poco dopo, lui annunci la propria intenzione di cercare immediatamente Laporte, lei non sussult nemmeno. Baci Monsieur le Vicomte con appassionato fervore, e poi diede allo straniero la solenne promessa che, nel momento esatto in cui fosse tornato, lei si sarebbe rifugiata nella stanza accanto, e non ne sarebbe pi uscita fino alla partenza di Laporte. 
Quando se ne and io lo seguii fino in cima alle scale. Ero senza parole per la gratitudine, e anche per la paura che provavo per lui; ma lui mi prese la mano e disse con quella risata bizzarra, quasi insulsa, che gli era tipica: "State allegro, vecchio mio! Quegli accidenti di assassini non mi prenderanno, non questa volta." 
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Paragrafo 3.
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Meno di mezz'ora pi tardi, monsieur, il cittadino Laporte, uno dei pi dotati medici di Francia e uno dei tiranni pi assetati di sangue che quell'esecrabile rivoluzione avesse mai conosciuto, era seduto al capezzale di Monsieur le Vicomte de Mortaine, facendo uso di tutte le sue capacit, di tutte le conoscenze che possedeva, per combattere la malattia letale della quale il bambino stava morendo prima che lui arrivasse per salvarlo - come comment cinicamente facendo in modo che io lo sentissi - a favore della ghigliottina. 
Udii raccontare in seguito com'era andata. 
Laporte, a quanto sembra, aveva l'abitudine di visitare i pazienti nella propria casa tutte le sere dopo aver terminato il lavoro della giornata. Che strane contraddizioni nel cuore umano, eh, monsieur? La tigre che si faceva agnello per un'ora su ventiquattro, il macellaio che si faceva guaritore. Quant'era stato abile il milor' inglese a valutare la bizzarra personalit di quell'uomo formidabile! L'orgoglio professionale, l'interesse per i casi complicati, chiamatelo come volete, era l'unico lato positivo nell'abominevole carattere di Laporte. In qualsiasi altra cosa... ogni pensiero, ogni azione... era ignobile, crudele e vendicativo. 
Quella sera milor' si mescol alla folla che attendeva quella iena umana per far curare le proprie ferite. Era un gruppo variegato a riempire l'anticamera di quel temuto proconsole: uomini, donne e bambini, tutti quanti troppo preoccupati dei loro problemi per lanciare pi di un'occhiata distratta allo straniero che, avvolto in un mantello scuro, aspettava tranquillamente il suo turno. Uno o due borbottarono imprecazioni contro l'aristo, uno o due sputarono nella sua direzione per esprimere odio e disprezzo, poi la porta che dava sulla stanza interna venne spalancata, un numero venne chiamato - un paziente usciva, un altro entrava - e in quel ripetersi di un'abitudine lo straniero fu dimenticato. 
Arriv anche il suo turno, il suo numero venne chiamato; era l'ultimo della lista, e ora l'anticamera era vuota, salvo per lui. Entr alla presenza del proconsole. Claude Lemoine, che in quel momento era di guardia nella stanza, mi disse che per un paio di secondi i due uomini si fissarono soltanto. Poi lo straniero gett la testa all'indietro e disse tranquillamente: "C' un bambino che sta morendo di pleurite, o peggio, in una soffitta di Rue des Pipots. A Lione non  rimasto un solo dottore che possa occuparsene, e il bambino morir per mancanza di cure mediche. Verrete da lui, cittadino dottore?" 
Per un attimo parve che Laporte esitasse. 
"Voi mi avete l'aria di un aristo, e di conseguenza un traditore," disse, "e ho una mezza idea..." 
"Di chiamare le vostre guardie e ordinare il mio arresto immediato," lo interruppe milor' con un sorriso malandrino, "ma in quel caso un cittadino di Francia morirebbe per mancanza di un medico. Lasciate che io vi porti al capezzale del bambino, cittadino dottore; potrete sempre arrestarmi in seguito." 
Ma Laporte esitava ancora. 
"Come faccio a sapere che non siete una di quelle spie inglesi?" 
"Date pure per certo che lo sia," rispose imperturbabile milor', "e venite a visitare il paziente." 
Una situazione di stallo non era mai stata risolta in maniera cos audace. Claude Lemoine mi raccont che Laporte aveva letteralmente aperto la bocca per chiamare nella stanza il sergente delle guardie e ordinargli di arrestare sull'istante quell'impudente straniero. Per una minuscola frazione di secondo la vita e la morte di quel valoroso milor' inglese furono in equilibrio sui piatti della bilancia. Nel cuore di Laporte tutte le sue malvagie passioni battagliavano con l'unica fibra nobile che aveva dentro di s. Ma fu l'istinto dell'abile guaritore a vincere la battaglia; un attimo dopo aveva radunato di fretta le medicine e gli strumenti di cui avrebbe potuto aver bisogno, e poco dopo i due uomini stavano gi percorrendo di fretta le strade in direzione di Rue des Pipots. 
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Nel corso dell'intera notte milor' e Laporte rimasero seduti insieme al capezzale di Monsieur le Vicomte. Laporte usc una sola volta, per prendere altri medicamenti di cui aveva bisogno. Madame la Marquise colse l'opportunit per correre fuori dal suo nascondiglio e gettare uno sguardo al suo bambino. La vidi prendere la mano di milor' e premersela sul cuore in un gesto di silenziosa gratitudine. Lo preg in ginocchio di andar via e lasciare lei e il figlio al loro fato. Come si poteva mai presumere che lo facesse? Ma lei fu cos insistente che alla fine lui disse: "Madame, lasciate che vi assicuri che persino se fossi pronto a recitare la parte del codardo che mi volete assegnare, non  in mio potere farlo, al momento. Il cittadino Laporte  venuto qui con la scorta di sei uomini scelti della sua guardia. Li ha lasciati di stanza sul pianerottolo, fuori da questa porta." 
Madame la Marquise si lasci sfuggire un grido di terrore, e ancora una volta sul suo viso comparve quell'espressione che muoveva a piet. Milor' le prese la mano, e poi indic il bambino malato. 
"Madame," le disse, "Monsieur le Vicomte sta gi leggermente meglio. Grazie alle competenze del medico e al vigore con cui si aggrappa alla sua esistenza, sopravvivr. Il resto  nelle mani di Dio." 
E gi le scale stavano scricchiolando per i passi pesanti di Laporte. Madame la Marquise si vide costretta a ritornare nel suo nascondiglio. 
Poco dopo l'alba, quando Monsieur le Vicomte stava visibilmente meglio, Laporte se ne and. Fino a quel momento non aveva fatto caso a me, ma avevo notato che una o due volte, nel corso della lunga veglia al letto dell'ammalato, gli occhi scuri sotto quelle sopracciglia sporgenti avevano lanciato sguardi sospettosi alla porta dietro la quale si nascondeva Madame la Marquise. Non avevo il minimo dubbio sul fatto che sapesse esattamente chi era il suo paziente. 
Diede istruzioni a milor', riguardo a dei medicamenti da procurare pi volte nella giornata. Mentre parlava aveva un luccichio sinistro negli occhi - per met cinico, e del tutto minaccioso - ma milor' rimase calmo, impassibile. 
" essenziale per il benessere del paziente che queste medicine gli vengano somministrate appena pronte nel corso della giornata," disse asciutto, "e le guardie hanno ordine di permettervi di entrare e uscire. Ma non temete," aggiunse con un tono pieno di significato, "lascer una scorta fuori dalla casa per accompagnarvi lungo la strada." 
Rise di una risata crudele, derisoria, sul cui significato non ci si poteva sbagliare. I suoi segugi assetati di sangue in forma umana erano ben addestrati, e sarebbero rimasti alle calcagna della spia inglese ogniqualvolta si fosse azzardata ad avventurarsi per le strade. 
Madame la Marquise e io eravamo prigionieri, per quel giorno; lo trascorremmo alternandoci a vegliare Monsieur le Vicomte. Ma milor' andava e veniva tranquillamente, come se non avesse la sua preziosa vita tra le mani ogni volta che usciva da quella casa. 
Laporte ritorn quella sera a vedere il suo paziente, e poi di nuovo al mattino seguente, e poi ancora, la sera dopo. Monsieur le Vicomte stava facendo rapidi progressi verso il recupero. 
Il terzo giorno, al mattino, Laporte dichiar che il paziente era fuori pericolo, ma disse che nonostante ci sarebbe comunque tornato a visitarlo alla solita ora, la sera. Subito dopo che se ne era andato milor' usc per acquistare alcuni cibi che ora all'invalido era permesso mangiare. Io persuasi Madame a sdraiarsi per un paio d'ore di buon sonno nella soffitta interna, mentre io rimanevo a sorvegliare il bambino. 
Con mio assoluto orrore, quasi non mi ero ancora seduto ai piedi del letto che Laporte ritorn; nell'entrare borbott qualcosa su degli importanti strumenti che aveva dimenticato, ma io ero convinto che fosse rimasto di guardia finch milor' non era stato fuori portata, per poi sgattaiolare di nuovo dentro allo scopo di trovare me e Madame da soli. 
Lanci uno sguardo al bambino e un altro alla porta della soffitta interna, poi disse a voce alta: "S, altre ventiquattro ore e i miei doveri come dottore cesseranno, e quelli da patriota ricominceranno. Madame la Marquise de Mortaine non dovr pi stare in ansia per la salute di suo figlio, e Madame la Guillotine non verr defraudata di un gruppo di ribelli." 
Rise, ed era sul punto di girare i tacchi quando la porta che dava sulla soffitta si apr, e Madame la Marquise comparve sulla soglia. 
Monsieur, non l'avevo mai vista pi bella che in quel momento, mentre era sopraffatta dal dolore. Il suo viso era pallido come la morte, gli occhi, grandi, sgranati, erano fissi su quel mostro in forma umana che si era trovato in cuore parole tanto crudeli. Vestita di un abito miserevole, i capelli di un castano profondo raccolti sulla sommit del capo come una corona, appariva pi regale di ogni regina. 
Ma pur orgogliosa com'era, monsieur, si inginocchi ai piedi di quel miserabile. S, si inginocchi, gli strinse le ginocchia e lo implor con voce tanto commovente che avrebbe sciolto il cuore di una pietra. Lo implor, monsieur, non per se stessa. Lo implor per suo figlio e per me, il suo fedele servitore, lo implor per il valente gentiluomo che aveva rischiato la propria vita per il bene di un bambino che per lui non era nulla. 
"Prendete me!" disse. "Io vengo da una schiatta che ha sempre saputo come morire! Ma che male ha mai fatto al mondo questo povero bambino innocente? Che male ha fatto il povero vecchio Jean-Pierre, e, oh...  forse il mondo cos pieno di uomini nobili e coraggiosi che il pi coraggioso di loro debba venir ingiustamente messo a morte?" 
Ah, monsieur, qualsiasi uomo, tranne uno degli abietti prodotti di quella spaventosa Rivoluzione, avrebbe ascoltato quelle parole che toccavano il cuore. Ma quell'uomo si limit a ridere, e gir sui tacchi senza una parola. 
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Paragrafo 4.
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Dimenticher mai come trascorremmo quella giornata? Madame la Marquise era prostrata dal terrore, e spezzava il cuore assistere ai suoi nobili sforzi per divertire Monsieur le Vicomte. Gli unici raggi di sole che infrangevano la nostra tenebra furono le brevi apparizioni di milor'. All'esterno sentivamo i passi misurati delle guardie che erano state messe per tenerci prigionieri. Venivano rilevate ogni sei ore, e a tutti gli effetti eravamo sotto arresto come se fossimo gi stati incarcerati in una delle prigioni di Lione. 
Circa alle quattro del pomeriggio milor' ritorn da noi dopo una breve assenza, e rimase un poco a giocare con Monsieur le Vicomte. Giusto prima di andarsene prese la mano di Madame nella sua e disse pieno di slancio, abbassando la voce al pi lieve dei bisbigli: "Questa notte! Non temete nulla! Siate pronta a qualsiasi cosa! Ricordate che la Lega della Primula Rossa non ha mai fallito nel soccorrere, e che io vi garantisco, sul mio onore, che voi e coloro che amate sarete fuori da Lione questa notte." 
E un attimo dopo se n'era gi andato, lasciandoci l a meravigliarci delle sue parole. Dopodich Madame la Marquise parve immersa in un sogno. Quasi non mi parlava; l'unico suono che oltrepassava le sue labbra era una lieve ninnananna che cantava a Monsieur le Vicomte per farlo addormentare. 
Le ore avanzavano lente, quasi avessero i piedi di piombo. A ogni rumore sulle scale Madame sussultava come un uccellino spaventato. Quell'infame Laporte d'abitudine arrivava per la sua visita verso le otto di sera, e quindi, dopo che si era fatto buio, Madame sedette alla minuscola finestra, e io sentii che stava contando i minuti che ancora si stendevano fra lei e la temuta presenza di quell'uomo spaventoso. 
Un quarto d'ora prima delle otto avvertimmo i soliti passi pesanti sulle scale, e Madame sobbalz come se fosse stata colpita. Corse al letto quasi come se avesse perduto la ragione, e, avvolto Monsieur le Vicomte nell'unica povera coperta, lo strinse tra le braccia. Dalla porta sentimmo la voce rauca di Laporte che parlava con le guardie. La sua abituale domanda: "Va tutto bene?" ricevette la breve risposta: "Tutto bene, cittadino." Poi chiese se la spia inglese fosse all'interno, e la sentinella replic: "No, cittadino,  uscito pi o meno alle cinque e ancora non  tornato." 
"Non  pi rientrato dopo le cinque?" disse Laporte con una violenta imprecazione. "Pardi! Confido che quello sciocco di Caudy non gli abbia permesso di fuggire." 
"Io ho visto Caudy pi o meno un'ora fa, cittadino," rifer l'uomo. 
"E ha detto nulla riguardo all'inglese allora?" 
A noi, che stavamo ascoltando quella conversazione con il fiato sospeso, parve che l'uomo esitasse per un istante prima di rispondere; poi parl con evidente nervosismo. 
"In effetti, cittadino," disse, "Caudy pensava che fosse dentro la casa, mentre io ero altrettanto sicuro di averlo visto scendere le scale un'ora prima." 
"Per un migliaio di diavoli!" grid Laporte imprecando selvaggiamente, "se scopro che voi o Caudy avete combinato un pasticcio, cittadino sergente, per voi saranno guai." 
E con l'accompagnamento di molte altre imprecazioni d'improvviso apr la porta della nostra soffitta con un calcio, e poi rimase immobile sulla soglia, le mani nelle tasche dei calzoni, a gambe larghe, faccia a faccia con Madame la Marquise, che ora lo stava affrontando come una tigre che difendesse il suo cucciolo. 
Lui si mise a ridere forte, beffardo. 
"Ah, gli aristos!" esclam poi. "State aspettando quel maledetto inglese, vero? Perch venga a trascinare voi e il vostro marmocchio via dagli artigli della tigre umana... Non andr cos, mia cara ci-devant Marquise. Il marmocchio non  pi ammalato; o perlomeno, sta abbastanza bene da respirare l'aria delle prigioni di Lione per qualche giorno prima di un ultimo riposo tra le braccia di Madame la Guillotine. Cittadino sergente," chiam poi da sopra la spalla, "scortate questi aristos alla mia carrozza. Quando l'inglese ritorna, ditegli che trover i suoi amici affidati alle tenere cure del dottor Laporte. En avant, mammina," aggiunse poi afferrando Madame la Marquise per un braccio, "e voi, vecchio spaventapasseri," concluse parlando a me, senza voltarsi, "seguite il cittadino sergente, oppure..." 
Madame la Marquise non fece resistenza. Come vi ho detto, sin dall'imbrunire era stata come immersa in un sogno; quindi cosa potevo fare io se non seguire il suo nobile esempio? E in verit, ero troppo stordito per agire altrimenti. 
Scendemmo tutti quelle scale buie e traballanti, con Laporte che faceva strada assieme a Madame la Marquise, che a sua volta stringeva forte tra le braccia Monsieur le Vicomte. Io li seguivo con il sergente, che mi teneva una mano sulla spalla; credo che gli altri due soldati fossero dietro di noi, ma non posso esserne certo. 
In fondo alle scale oltre la porta della casa intravidi vagamente la sagoma di un grande barouche, i cui fanali gettavano una fievole luce sui dorsi dei due cavalli e un paio di uomini seduti a cassetta. 
Madame la Marquise sal in silenzio sulla carrozza. Laporte la segu, e io venni spinto nella sua scia dalle rozze mani dei soldati. Giusto prima che venisse dato l'ordine di partire, Laporte mise la testa fuori dal finestrino e grid al sergente: "Quando vedrete Caudy ditegli di fare immediatamente rapporto a me. Sar di ritorno nel giro di mezz'ora; rimanete di guardia fino ad allora, cittadino sergente." 
Un attimo dopo il cocchiere faceva schioccare la frusta, Laporte ordinava a voce alta, "En avant!" e il pesante barouche si avviava sferragliando sulle strade mal pavimentate. 
Dentro la carrozza tutto era silenzio. Riuscivo a sentire Madame la Marquise bisbigliare qualcosa pianissimo a Monsieur le Vicomte, e mi meravigliai che riuscisse ad essere cos meravigliosamente calma... nay, allegra. Poi d'improvviso udii un suono che davvero mi ferm il cuore. Era una risata lunga e bizzarra che pensavo non avrei mai pi udito su questa terra. Proveniva dall'angolo del barouche accanto a quello in cui madame la Marquise canticchiava, cos teneramente, e cos gaia, per il suo bambino. E una voce gentile disse in tono divertito: "Nel giro di mezz'ora saremo fuori Lione. Domani attraverseremo la frontiera svizzera. Abbiamo ingannato quella vecchia tigre, dopotutto. Che vi avevo detto, Madame la Marquise?" 
Era la voce di milor', ed era allegro come uno scolaretto. 
"Ve l'avevo detto, mio vecchio Jean-Pierre," aggiunse poi mettendomi sul ginocchio quella mano salda che ormai conoscevo cos bene e amavo cos tanto, "Ve l'avevo detto che quegli accidenti di assassini non mi avrebbero preso questa volta." 
E pensare che io non l'avevo riconosciuto meno di un quarto d'ora prima, mentre se ne stava sulla soglia della nostra soffitta sotto le spoglie di quell'abominevole Laporte. Aveva passato due giorni a raccogliere vecchi abiti che assomigliassero a quelli di quell'infame miserabile, e a prendere possesso di una delle stanze diroccate nella casa di Rue des Pipots. Poi, mentre aspettavamo da un momento all'altro che Laporte ordinasse il nostro arresto, milor' aveva impersonato quel mostro, turlupinato il sergente, nel buio delle scale, e con quel colpo di straordinaria audacia aveva salvato madame la Marquise, Monsieur le Vicomte e la mia umile persona dalla ghigliottina. 
Il denaro, che aveva in abbondanza, ci garant l'immunit lungo la strada, e ben presto eravamo al sicuro oltre la frontiera svizzera, lasciando Laporte a sbranare il proprio cuore da tigre con la rabbia di chi  stato beffato. 
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Il traditore.
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Paragrafo 1.
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Da un po' di tempo nessuno di loro si fidava veramente di lui. Soltanto il cielo e la sua coscienza sapevano che cosa avesse trasformato Lord Kulmsted da un leale amico e un appassionato sportivo in un alleato scontroso e insoddisfatto, e alleato soltanto di nome. 
Alcuni dicono che fosse stata la mancanza di denaro ad amareggiarlo. Era un noto giocatore d'azzardo, e negli ultimi tempi aveva perso pi di quanto fosse salutare; e la Lega della Primula Rossa a volte richiedeva ai propri membri sacrifici di denaro, cos come della vita, se se ne presentava la necessit. Altri sostengono che fosse stata la gelosia nei confronti del capo ad avere il sopravvento sulla sua onest. Certo  che il suo voto di lealt alla Lega era da lungo tempo infranto, nello spirito. Il tradimento aleggiava nell'aria. 
Ma la Primula Rossa stessa, con quel suo indomabile ottimismo, e con insouciance quasi esasperante, o non credeva alla slealt di Kulmsted, oppure aveva scelto di non farvi caso. 
Gli aveva persino chiesto di unirsi a quella spedizione, una delle pi pericolose che la Lega avesse intrapreso da un po' di tempo quella parte, e che aveva come obiettivo salvare alcune delle donne che erano state alle dipendenze della defunta e sfortunata Marie Antoinette: cameriere e fedeli servitrici, spietatamente condannate a morire per la loro tenera lealt a una regina martirizzata. Eppure, diciotto paia di labbra fedeli avevano mormorato parole d'avvertimento. 
Si era verso la fine del novembre 1793. La pioggia cadeva in un monotono ruscellare sul tetto di una casa diroccata in Rue Berthier. La pallida luce di una fredda mattina d'inverno faceva capolino attraverso la finestra priva di tende e sfiorava con il suo grigio pennello il pallido volto di una fanciulla - quasi una bambina - che sedeva con aria desolata su una seggiola traballante, i gomiti poggiati sulla rozza tavola che aveva davanti, e che con dita sottili e sporche tentava con commovente futilit di asciugarsi gli occhi colmi di lacrime. 
Nell'angolo pi lontano nella stanza un'alta sagoma in abiti scuri si fondeva, nella semioscurit, con le fitte ombre che aveva alle spalle. 
"Abbiamo sofferto la fame," disse la fanciulla, con nuove lacrime di ribellione. "Io e mio padre e i bambini siamo ben poveri, Dio lo sa; ma siamo sempre stati onesti." 
Dalle ombre in quell'angolo buio della stanza giunse un'imprecazione rapidamente interrotta. 
"Onesti!" esclam poi l'uomo, con un'aspra risata sarcastica che spinse la fanciulla a sussultare come per un dolore fisico. " onesto dare rifugio ai nemici del vostro paese?  onesto..." 
Ma riprese il controllo in fretta, mordendosi ferocemente le labbra, sentendo che quella tattica non lo avrebbe portato alla vittoria. 
Usc dalla penombra e si avvicin alla fanciulla con tutti i segni esteriori della sincerit. S'inginocchi accanto a lei sul pavimento polveroso, le sue braccia strinsero quelle spalle magre, e la sua voce aspra si addolc a toni gentili. 
"Stavo pensando unicamente alla vostra felicit, Yvonne," disse teneramente; "al vostro povero pap cieco e ai due ragazzi per i quali siete stata una tanto devota piccola madre. Il mio unico desiderio  che voi possiate guadagnare la gratitudine della vostra patria denunciando il suo pi acerrimo nemico... un atto di patriottismo che porr voi e quelli a cui tenete per sempre fuori dalla portata del dolore e del bisogno." 
Quella voce, quell'appello, l'apparenza dell'amore, erano pi di quello a cui la povera, semplice fanciulla poteva resistere. Milor' era cos bello, cos gentile, cos buono. 
Era stato tutto talmente strano: quegli aristocratici inglesi erano arrivati l, non sapeva da dove, e per quanto sembrassero dei fuggitivi, tuttavia avevano una quantit di denaro da spendere. Due giorni prima, come malfattori sfuggiti alla giustizia, avevano cercato rifugio in quella casa abbandonata e fatiscente in cui lei, il padre cieco e i fratellini trovavano ricovero la notte, o quando il tempo era troppo aspro perch se ne stessero a mendicare per le strade di Parigi. 
Erano cinque in tutto, e uno sembrava essere il capo. Era molto alto, con profondi occhi azzurri e una voce allegra che riecheggiava contro le travi mangiate dai tarli. Ma milor' - quello le cui braccia in quel momento stavano stringendo - era il pi bello di tutti loro. Aveva individuato Yvonne come l'anello debole sin da quella prima notte, quando lei si era rannicchiata rabbrividendo nell'angolo della stanza in cui d'abitudine dormiva. 
Sulle prime gli aristocratici inglesi l'avevano spaventata, ed era stata sul punto di fuggire da quella casa e cercare rifugio altrove con la sua famiglia; ma quello che sembrava essere il capo l'aveva in fretta rassicurata. Era parso cos buono e gentile, e aveva parlato con tanta cortesia al suo povero pap cieco, e aveva scherzato tanto allegramente con Francois e Clovis che lei stessa aveva faticato a trattenersi dal ridere tra le lacrime. 
Ma pi tardi, nel corso della notte, milor' - il suo milor', come aveva ben presto iniziato a chiamarlo - era andato a parlarle con discorsi cos belli che lei, povera ragazza, aveva avuto l'impressione che nessuna musica avrebbe mai potuto suonare altrettanto dolce alle sue orecchie. 
Era successo due giorni prima, e sin da allora milor' aveva parlato spesso con lei in quella casa abbandonata e solitaria, e Yvonne aveva avuto l'impressione di essere finita in paradiso. Portava ancora il padre cieco e i ragazzi a mendicare per le strade, ma la mattina preparava il caff caldo per gli aristocratici inglesi, e alla sera del brodo. Oh, le davano denaro a profusione, ma lei comprendeva bene che si stavano nascondendo; anche se non riusciva a comprendere cosa avessero da temere, dal momento che erano inglesi. 
E ora milor' - il suo milor' - le stava dicendo che quegli inglesi, i suoi amici, erano spie e traditori, e che era suo dovere raccontare al cittadino Robespierre e al Comitato di Salute Pubblica tutto quanto su di loro e sul loro misterioso comportamento. E la povera Yvonne era enormemente perplessa e profondamente agitata, perch, ovviamente, qualsiasi cosa milor' dicesse doveva essere vera; eppure la sua coscienza le gridava in seno, misero e magro com'era, e il pensiero di tradire quegli inglesi cos gentili era orribile. 
"Yvonne," sussurr milor' con quella sua voce tanto accattivante che per lei era la pi carezzevole delle musiche, "mia piccola Yvonne, vi fidate di me, non  vero?" 
"Con tutto il cuore, milor'," mormor piena di fervore. 
"E quindi, mi credete capace di tradire un vero amico?" 
"Io credo, milor', che tutto quel che fate sia buono e giusto." 
Dalle labbra di lui sfugg un sospiro d'infinito sollievo. 
"Ecco, ecco, cos va meglio!" disse accarezzandole gentilmente la guancia. "Ora ascoltatemi, piccina. Quello che fra di noi qui  il capo  il mascalzone pi audace e privo di scrupoli che il mondo abbia mai conosciuto.  lui quello che chiamano la Primula Rossa!" 
"La Primula Rossa!" mormor Yvonne, gli occhi sgranati da un timore superstizioso, perch anche lei aveva sentito parlare di quel misterioso inglese e dei suoi seguaci, che salvavano aristocratici e traditori dalla morte a cui il tribunale del popolo li aveva giustamente condannati, e sui quali la dura mano del Comitato di Salute Pubblica non era mai stata in grado di calare. 
"Questa stessa Primula Rossa," disse milor' dopo un poco, pieno di slancio, " anche uno dei miei pi spietati nemici. Con menzogne e promesse mi ha indotto a unirmi a lui nel suo lavoro di spionaggio e tradimento, costringendomi a questi compiti contro i quali la mia stessa anima si ribella. Voi potete salvarmi da quest'odioso vincolo, piccina. Potete rendermi libero di vivere di nuovo, rendermi libero di amare e di deporre il mio amore ai vostri piedi." 
La sua voce si era fatta straordinariamente tenera, le sue labbra, mentre bisbigliava quelle parole celestiali, erano vicinissime all'orecchio di lei. Lui, un grande gentiluomo, amava quel povero fuscello la cui famiglia consisteva di un padre cieco e due fratellini mezzi morti di fame, e la cui unica casa era quel miserabile tugurio da cui ben presto la ricchezza e la generosit di milor' l'avrebbero portata via. 
Ritenete forse che il suo senso di ci che era giusto e sbagliato, della differenza tra onest e tradimento, avrebbe dovuto essere pi acuto dell'istinto primitivo di una donna dal cuore semplice di gettarsi fiduciosa tra le braccia dell'uomo che  riuscito a conquistare il suo amore? 
Yvonne, stregata, incantata, mormor, ancora tra le lacrime: "Milor' che cosa vuole che io faccia?" 
Lord Kulmsted si alz da quella posizione inginocchiata, soddisfatto. 
"Ascoltatemi, Yvonne," disse poi. "Siete al corrente dei piani dell'inglese, non  vero?" 
"Ma certo," rispose lei con semplicit. "Doveva per forza fidarsi di me." 
"Quindi sapete che questo pomeriggio al tramonto io e altri tre partiremo a piedi per Courbevoie dove, mentre attendiamo il capo, dobbiamo procurare pi cavalli possibile." 
"Non sapevo dove voi e gli altri tre gentiluomini sareste andati, milor'," replic lei; "ma sapevo che alcuni di voi dovevano partire alle quattro, mentre io dovevo rimanere qui in attesa del vostro capo e preparare la cena per quando sarebbe arrivato." 
"E a che ora vi ha detto che sarebbe arrivato?" 
"Non lo ha detto; per mi ha detto che al suo ritorno avr degli amici con s, una dama e due bambini piccoli. Saranno affamati e infreddoliti. Credo che ora siano in grave pericolo, e che quel coraggioso gentiluomo inglese intenda portarli via da questa orribile Parigi, verso un posto sicuro." 
"Quel coraggioso gentiluomo inglese, mia cara," ribatt milor' con un ghigno sarcastico, "si dedica a un orribile lavoro di spionaggio. La dama e i due bambini sono, senza alcun dubbio, innocenti strumenti nelle sue mani, proprio come lo sono io, e quando non avr pi bisogno di loro li consegner al Comitato di Salute Pubblica, che di certo li condanner a morte. E questo sar anche il mio fato, Yvonne, a meno che voi non mi aiutiate ora." 
"Oh, no, no!" esclam lei con fervore. "Ditemi cosa fare, milor', e io lo far." 
"Al tramonto," disse lui, abbassando la voce a tal punto che persino lei faticava a udirlo, "quando io e altri tre saremo partiti, andate diritta alla casa di cui vi ho parlato, quella in Rue Dauphine... sapete dove sia?" 
"Oh, s, milor'." 
"Riconoscerete la casa dal porticato malridotto e dalla bandiera rossa lacera che lo sormonta. Una volta l aprite la porta ed entrate tranquillamente. Poi chiedete di parlare con il cittadino Robespierre." 
"Robespierre?" esclam la fanciulla, in preda al terrore. 
"Non dovete aver paura, Yvonne," disse lui, pieno di slancio; "dovete pensare a me e a quel che state facendo per me. Vi do la mia parola... Robespierre vi tratter con assoluta gentilezza." 
"Cosa gli devo dire?" mormor lei. 
"Che un misterioso gruppo di inglesi si nasconde in questa casa, e che chiamano il loro capo la Primula Rossa. Il resto lasciatelo a discrezione di Robespierre. Vedete quanto  semplice?" 
Era davvero molto semplice! E la fanciulla non recalcitr ancora a lungo di fronte all'orrendo compito che milor', con discorsi soavi e voce tenera, cercava cos ardentemente di imporle. 
Poche altre parole d'amore, che non gli costarono nulla, pochi baci che gli costarono ancora meno, dal momento che la ragazza lo amava, e dal momento che era giovane e graziosa; e Yvonne fu come cera nelle mani del traditore.
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Paragrafo 2.
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Il silenzio regnava in quella stanza dal basso soffitto di travi al pianterreno della casa di Rue Dauphine. 
Il cittadino Robespierre, presidente del Cordeliers Club, il pi sanguinario, pi rivoluzionario club di Francia, era appena rientrato nella stanza. 
And verso il tavolo centrale, e in quella densa atmosfera pesante di fumo di tabacco guard i propri amici, l riuniti. 
"Lo abbiamo preso," disse alla fine, secco. 
"Preso! Chi?" furono le rauche grida, da ogni angolo della stanza. 
"Quell'inglese," replic il demagogo. "La Primula Rossa!" 
Un lungo grido si lev in risposta, un grido non dissimile da quello di un'orda di bestie selvagge in gabbia, alle quali fosse stato inaspettatamente gettato un succulento bocconcino. 
"Dov'?" "Dove lo avete preso?" "Vivo o morto?" e molte altre domande come queste gli venivano scagliate contro da ogni lato. 
Robespierre, calmo, impassibile, impeccabilmente ordinato con il soprabito attillato, i calzoni eleganti e il fazzoletto da collo di pizzo, aspett che il frastuono scemasse. Poi disse tranquillo: "La Primula Rossa si nasconde in una di quelle case abbandonate sulla Rue Berthier." 
Versacci derisori potenti quanto le grida trionfali di poco prima annegarono il resto del discorso. 
"Bah! Quanto spesso hanno detto che quella maledetta Primula Rossa era da sola in una casa isolata? Il cittadino Chauvelin lo ha avuto alla sua merc parecchie volte, in parecchie case isolate." 
E quello che aveva parlato, un uomo basso e corpulento con radi capelli neri incollati alla fronte untuosa, la camicia aperta sul collo a rivelare un torace possente, rozzo e irsuto, sput sul pavimento con ostentato disprezzo. 
"E pertanto non ci vanteremo della sua cattura, non ora, cittadino Roger," riprese imperturbabile Robespierre. "Io vi dir dov' l'inglese. Voi badate che non ci sfugga." 
Nella stanza il caldo si era fatto insopportabile. Dal lurido soffitto una lampada a olio gettava una luce rugginosa e vacillante sulle coccarde tricolori, su mani che parevano rosse del sangue di vittime innocenti uccise per odio e brama, e su volti che risplendevano di desiderio e dell'anticipazione di un selvaggio trionfo. 
"Chi  l'informatore?" chiese alla fine Roger. 
"Una fanciulla," replic asciutto Robespierre. "Yvonne Lebeau,  il nome; lei e la sua famiglia vivono mendicando. Ci sono un padre cieco e due ragazzi. La notte trovano ricovero in una delle case abbandonate su Rue Berthier. Negli ultimi giorni cinque inglesi si sono nascosti l. Uno di essi  il loro leader. La fanciulla ritiene che sia la Primula Rossa." 
"Come mai non ha parlato prima?" borbott uno degli altri, con un certo qual scetticismo. 
"Spaventata, suppongo. Oppure l'inglese l'aveva pagata per tenere a freno la lingua." 
"E dov' lei adesso?" 
"L'ho rimandata direttamente a casa, con un po' di vantaggio su di noi. La sua presenza dovrebbe rassicurare l'inglese mentre noi ci prepariamo a circondare l'edificio. Nel frattempo, ho inviato messaggeri alle guardie a tutte le porte di Parigi con ordini stringenti di non permettere a nessuno di uscire dalla citt fino a nuovo ordine da parte del Comitato di Salute Pubblica. E ora," aggiunse gettando la testa all'indietro con un gesto di orgogliosa sfida, "cittadini, chi di voi vuole andare a caccia di uomini questa notte?" 
Questa volta lo stridente grido di selvaggia esultanza fu tanto forte, tanto profondo da scuotere la lampada vacillante sulla sua catena. 
Poi vi fu una breve discussione sul piano, e Roger - quello dall'ampio torace irsuto e con il bagliore dell'odio negli occhi infossati e sfuggenti - fu scelto per guidare il gruppo. 
Trenta patrioti decisi e ben armati contro un solo uomo, che si diceva avesse poteri soprannaturali. E senza alcun dubbio in quella casa abbandonata vi sarebbero stati anche degli aristocratici che si nascondevano; a quanto pareva la ragazza, la Lebeau, aveva parlato di una donna e due bambini. Bah! Quelli non contavano. Sarebbero comunque stati trenta contro uno, e la Primula Rossa avrebbe dovuto arrangiarsi da s. 
Dalle torri di Notre Dame la grande campana rintocc segnando le sei, mentre trenta uomini in camicie stracciate e brache logore, rabbrividendo sotto la fredda pioggerella di novembre, iniziavano lentamente a farsi strada verso Rue Berthier. 
Camminavano in silenzio, senza far caso a freddo e pioggia, con gli occhi fissi nella direzione dell'obiettivo, le narici dilatate nell'aria della sera come per il distante sentore del sangue. 
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Paragrafo 3.
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All'inizio di Rue Berthier il gruppo si ferm. Pi avanti, all'incirca duecento metri pi avanti, la figuretta di Yvonne Lebeau, la blusa logora tirata sopra il capo, i piedi nudi che avanzavano nel fango, stava attraversando una di quelle chiazze di luce intermittente create dai radi, incerti lampioni stradali; poi venne inghiottita ancora una volta dall'oscurit. 
Rue Berthier: una strada lunga, stretta, male illuminata e pavimentata, composta di case basse e irregolari che, avendo alle spalle la linea delle fortificazioni, erano totalmente inaccessibili se non dal davanti. 
A met della strada un edificio abbandonato si ergeva verso il cielo come un relitto spettrale di tetti e comignoli. A infrangerne le mura un minuscolo riquadro di luce gialla, che ammiccava come un occhio gigantesco nella finestra priva di tende. Roger indic quella luce. 
"Ecco," disse, "quella  la tana in cui la nostra volpe  andata a rimpiattarsi." 
Nessuno disse alcunch; ma l'aria umida della notte pareva improvvisamente viva per tutte le passioni, per tutto l'odio scatenato da trenta cuori pulsanti. 
La Primula Rossa, che tanto spesso li aveva ingannati, derisi, fatti passare per sciocchi, era l, a meno di duecento metri; e loro erano trenta contro uno, e tutti e trenta decisi e disperati. 
Il buio era fitto. 
In silenzio, ora, il gruppo si avvicin alla casa, poi ancora una volta si fermarono, all'incirca a sessanta metri da essa. 
"Ssst!" 
Quel bisbiglio quasi non si riusciva a sentire, tanto era basso, come il sospiro del vento attraverso un velo di nebbia. 
"Chi ?" replic veloce Roger, in tono di sfida. 
"Io... Yvonne Lebeau!" 
"Lui  l?" fu l'impaziente domanda, bisbigliata. 
"Non ancora. Ma potrebbe arrivare da un momento all'altro. Se vede una folla attorno alla casa forse non verr." 
"Non pu vedere una folla. La notte  pi nera della pece." 
"Lui pu vedere anche nella notte buia." La voce della fanciulla si era abbassata a un bisbiglio pieno di reverenza. "Pu udire attraverso un muro di pietra." 
Istintivamente, Roger rabbrivid. La paura superstiziosa che quel misterioso personaggio, la Primula Rossa, evocava nei cuori di ogni agente del Terrore lo aveva improvvisamente catturato nella sua morsa. 
Poteva sforzarsi quanto voleva, ma non si sentiva coraggioso come quando era uscito alla testa del suo gruppo da sotto il porticato del Cordeliers Club, e non era certo salda la voce con cui ordin bruscamente alla fanciulla di rientrare in casa. Poi si volt ancora una volta verso i suoi uomini. 
Il piano con cui agire era stato stabilito nel Club, sotto la presidenza di Robespierre; rimaneva soltanto da metterlo in atto, fino al successo. 
Dal lato delle fortificazioni non v'era, ovviamente, nulla da temere: in accordo con le norme militari, da quella parte le mura degli edifici salivano da terra a cielo senza porte n finestre, mentre i parapetti diroccati e i tetti sfondati torreggiavano a quaranta piedi dal suolo. 
La zona pi malmessa in s era una fila di case, alcune abitate, altre del tutto abbandonate: era il lato sul davanti di quella fila di costruzioni, di conseguenza, che dovevano tener d'occhio. Capitanati da Roger, gli uomini appiattirono i loro corpi contro le mura degli edifici di fronte; dopodich, non v'era che da attendere. 
Attendere nel buio della notte, con una sottile, gelida pioggia a inzuppare camicie lacere e brache lise, con piedi nudi ghiacciati dal fango della strada... attendere in silenzio, mentre cuori tumultuosi battevano cos tanto da arrivar quasi ad esplodere... attendere per il cibo, mentre la fame rode le budella... attendere per bere, mentre una lingua inaridita si incolla al palato... attendere per la vendetta, mentre le ore rotolano lente e le voci della citt oscurata si azzittiscono una per una! 
Una volta, quando una campana in lontananza suon le dieci, una forte, lunga risata, quasi impudente nel suo suggerire un'allegra insouciance, riecheggi nello strano silenzio della notte. 
Roger avvert che a quel suono l'uomo pi vicino a lui rabbrividiva, e ne ud un altro, o degli altri, lasciarsi sfuggire delle imprecazioni smozzicate. 
"A quanto pare la volpe sta arrivando," bisbigli. "Avvicinatevi. L'aspetteremo dentro la sua tana." 
Fece strada verso l'altro lato, e alcuni dei suoi uomini lo seguirono. 
La porta di quella casa diroccata era chiusa solo con il saliscendi. Roger la apr. 
All'interno il silenzio e l'oscurit regnavano supremi; una tenebra assoluta, salvo che per una stretta lama di luce che sbucava da un'altra porta, sulla destra. Non un suono turbava la quiete di quel miserevole rifugio, soltanto lo scricchiolio delle assi sotto i piedi degli uomini che stavano entrando. 
Roger attravers il corridoio e apr la porta sulla destra. I suoi amici gli si assieparono attorno per sbirciare nella stanza, da dietro le sue spalle. 
Una sgocciolante candela di sego, fissata in una vecchia bugia di latta, stava proprio nel mezzo del pavimento; la sua fievole, vacillante luce serviva soltanto ad accentuare la tenebra che aveva attorno. Nella semioscurit si intravedevano vagamente un paio di sedie traballanti e un rozzo tavolo, e nell'angolo pi lontano c'era quello che pareva un mucchio di stracci, dal quale per in quel momento emergeva un respiro pesante... e anche un piccolo grido di paura. 
"Yvonne," chiese una voce flebile, querula, da quello stesso mucchio di disgraziata umanit, "sono tornati quei milor' inglesi, finalmente?" 
"No, no, padre," fu la rapida risposta bisbigliata. 
Roger imprec ad alta voce, iniziando a piagnucolare in maniera pietosa. 
"Mi sta venendo l'idea che la ragazza ci abbia imbrogliati," borbott furioso uno degli uomini. 
La fanciulla si era rimessa in piedi. Era china nell'oscurit, e due ragazzetti, mezzi nudi e tremanti, le si aggrappavano alla sottana. Il resto di quel mucchio umano pareva consistere di un vecchio, con braccia e gambe scarne, e blu per il freddo, che rivolse occhi vacui e sbarrati verso la direzione da cui erano giunte quelle voci aspre. 
"Sono amici, Yvonne?" domand ansioso. 
La fanciulla fece del suo meglio per rassicurarlo. 
"S, s, padre," gli bisbigli all'orecchio, la voce che quasi non si udiva al di sopra del respiro; "sono buoni cittadini che speravano di trovare qui il milor' inglese. Sono delusi che non sia ancora arrivato." 
"Ah! Ma arriver, questo  sicuro," disse il vecchio con quella sua voce querula. "Ha lasciato qui i suoi bei vestiti stamattina, e verr di certo a riprenderli." E la sua lunga mano sottile indic un angolo lontano della stanza. 
Roger e i suoi amici, guardando da quella parte, videro degli abiti ordinatamente piegati e appoggiati su una delle sedie. Come gatti selvatici che soffiassero alla vista della preda, si gettarono su quei vestiti strappandoseli di mano, continuando a rigirarli quasi potessero costringere panno e satin a rivelare i segreti che giacevano tra le loro pieghe. 
In quel parapiglia un pezzetto di carta fluttu verso terra. Roger lo afferr avido, e, accovacciatosi, ne lisci le grinze contro il ginocchio. 
Conteneva poche parole scribacchiate di fretta, e alla fievole luce della candela ormai quasi spenta le lesse a voce alta, laboriosamente: "Se chi ritrover questi abiti vorr portarli all'incrocio di fronte al ponte pedonale che conduce diritto a Courbevoie, e lo far prima che l'orologio della chiesa di Courbevoie abbia suonato la mezzanotte, verr ricompensato con la somma di cinquecento franchi." 
"C' dell'altro, cittadino Roger," visse una rauca voce vicinissima al suo orecchio. 
"Guardate! Guardate, cittadino... nell'angolo pi in basso del foglio!" 
"La firma." 
"Uno scarabocchio in rosso," disse Roger, tentando di decifrarlo. 
"Somiglia a un fiorellino." 
"Quella maledetta Primula Rossa!" 
E mentre ancora parlava il moccolo di candela, ondeggiando nella sua bugia, d'improvviso cadde con un tonfo e un sibilo che riecheggiarono nella stanza desolata come la risata dei ghoul. 
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Paragrafo 4.
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Ancora una volta a vagabondare attraverso strade buie e deserte, con la pioggerella, adesso tramutata in nevischio, che infieriva su spalle ben poco coperte. Quindici uomini soltanto, questa volta; gli altri erano rimasti indietro a sorvegliare la casa. Quindici uomini guidati da Roger, e poi un vecchio cieco, una fanciulla che trasportava un fascio di vestiti, e due ragazzini mezzi nudi, tutti trascinati nella loro scia come la gente che segue gli accampamenti. 
La loro destinazione era il segnale che si trova proprio all'incrocio, oltre il ponte pedonale che conduce a Courbevoie. 
Le guardie alla porta Maillot avrebbero fermato il gruppo, ma Roger, membro del Comitato di Salute Pubblica, armato dei propri documenti e della propria fusciacca tricolore, scavalc i precedenti ordini di Robespierre, e il gruppo marci fuori dai cancelli. 
Continuarono in silenzio, camminando istintivamente spalla contro spalla, con un vago desiderio del tocco di un'altra mano umana, di una voce che non suonasse strana in quella notte piena di mistero. 
V'era qualcosa di terrificante in quell'assoluto silenzio, in un'oscurit tanto fitta, in quel costante vagare verso un obiettivo che pareva eternamente allontanarsi, in quell'attesa, che sfiniva e non dava frutto; e quegli uomini, che vivevano la loro vita ubriachi di sangue, assordati dalle grida delle vittime, sazi dei gemiti degli inermi e degli innocenti, quasi non osavano guardarsi attorno, per il timore di vedere figure simili a ghoul svolazzare nella tenebra. 
Ben presto raggiunsero l'incrocio; nel buio fitto della notte le braccia del cartello che indicava il nord parevano quelle di fantasmi. 
Rimasero indietro, avvolti nell'oscurit come in un sudario, mentre Roger avanzava da solo. 
"Ehil! C' qualcuno?" chiam a bassa voce. 
Poi, dato che non giungeva risposta, aggiunse un po' pi forte: "Ehil! Sono un amico... con dei vestiti trovati in Rue Berthier. C' qualcuno? Ehil! Un amico!" 
Ma dal fiume che mormorava gentile in lontananza arriv soltanto il malinconico richiamo di un uccello acquatico che pareva fargli eco, beffardo: "Un amico!" 
Proprio allora l'orologio della chiesa di Courbevoie suon la mezzanotte. 
" troppo tardi," sussurrarono gli uomini. 
Non imprecarono, non maledissero colui che li aveva guidati. In un certo qual modo pareva si fossero aspettati per tutto il tempo che l'inglese sfuggisse ancora una volta alla loro vendetta, che li attirasse fuori al freddo e al buio, li deridesse, si facesse gioco di loro, e poi alla fine scomparisse nella notte. 
Pareva futile aspettare ancora. Erano talmente certi di aver fallito di nuovo... 
"Chi va l?" 
Era stato il rumore di piedi nudi e zoccoli di legno sul ponte pedonale, in lontananza, a spingere Roger a quell'esclamazione. 
"Ehil! Ehil! Siete l?" replic una voce senza fiato. 
Un attimo dopo l'oscurit si fece viva di uomini che avanzavano rapidi, e l'aria di grida: "Dove sono?" "Li avete presi?" "Non lasciateli scappare!" 
"Presi chi?" "Loro chi?" "Che succede?" furono le grida in risposta. 
"L'uomo! La ragazza! I bambini! Dove sono?" 
"Cosa? Chi? La famiglia Lebeau? Sono qui con noi." 
"Dove?" 
Dove, in effetti? I richiami di Roger non diedero risultato, n lo fece un'affrettata ricerca; il vecchio, i due ragazzi e la fanciulla che portava con s i vestiti erano svaniti nella notte. 
"Per l'inferno, che significa tutto questo?" gridarono voci rauche. 
I nuovi arrivati, senza fiato, terrorizzati, tremanti per un timore superstizioso, tentarono di spiegare. 
"La famiglia Lebeau - il vecchio, la fanciulla, i due ragazzi - li abbiamo scoperti dopo la vostra partenza, rinchiusi nella cantina della casa... prigionieri." 
"Ma allora... gli altri?" boccheggiarono gli uomini. 
"La fanciulla e i bambini con voi dovevano essere degli aristocratici travestiti. Il vecchio che ha parlato con voi era quel maledetto inglese, la Primula Rossa!" 
E come in una derisoria conferma di quelle parole d'improvviso risuon, riecheggiando da lontano, una lunga, allegra risata. 
"La Primula Rossa!" grid Roger. "Vestita di stracci e a piedi nudi! Diamogli addosso, cittadini! Non pu essere andato lontano!" 
"Silenzio! Ascoltate!" bisbigli uno degli uomini, afferrandolo d'improvviso per il braccio. 
E da lontano - anche se soltanto il cielo avrebbe saputo dire da quale direzione - giunse il rumore di zoccoli di cavallo che colpivano il terreno soffice; e un attimo dopo stavano galoppando via, a una velocit da rompere il collo. 
Gli uomini si precipitarono da tutte le parti, ciechi, inermi nel buio come segugi senza una pista. 
Uno di loro, nel correre, inciamp su una massa scura riversa a terra, e recuper l'equilibrio con un'imprecazione sulle labbra. 
"Aspettate! Questo che cos'?" grid poi. 
Alcuni dei suoi camerati gli si riunirono attorno. Nessuno di loro riusciva a vedere alcunch, ma quella massa pareva avere forma umana, ed era legata con delle corde. E ora fievoli gemiti sfuggivano da labbra chiaramente altrettanto umane. 
"Che cos'? Chi ?" chiesero gli uomini. 
"Un inglese," fu la fievole risposta che arrivava dal suolo. 
"Il vostro nome?" 
"Mi chiamo Kulmsted." 
"Bah! Un aristocratico!" 
"No! Un nemico della Primula Rossa, proprio come voi. Io l'avrei consegnato nelle vostre mani... ma ve lo siete lasciato sfuggire. Per quanto riguarda me, sarebbe stato pi saggio se mi avesse ucciso." 
Lo sollevarono da terra e slegarono le corde, e in seguito lo portarono di nuovo con loro a Parigi. 
Ma l, nel buio della notte, nel fango della strada, sotto quella pioggia gelida, tremavano ginocchia che avevano da tempo dimenticato come piegarsi, e affrettate preghiere venivano mormorate da labbra ben pi aduse alla blasfemia. 
...
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...
FINE.